Venom di Ruben Fleischer rimane vittima del suo stesso parassita. Dopo una prima parte dove si cerca di controllare la doppia costruzione narrativa, con la seconda si scatena il simbionte invadendo la scena del film, che a quel punto verte più sull’azione rispetto al contenuto in sé, risultando banale fino alle ultime battute.

Noi siamo Venom! È l’esclamazione che vale anche per chi si trova davanti all’ultimo film di Ruben Fleischer prodotto da Sony. È una condizione strana e fastidiosa quella si prova durante la visione, perché è come se quel simbionte proveniente da qualsivoglia pianeta si impossessasse del corpo e metta in crisi il giudizio di chi osserva. Ci si trova di fatto aggrediti da pensieri di qualsiasi tipo che viaggiano con una velocità inverosimile su poli diametralmente opposti. Una parte di quelle riflessioni sostiene che questo altro non è che un film “normale” su un antieroe che si mette persino a scherzare nonostante la sua natura brutale e violenta (ricordiamoci che qui è assente una controparte buona come Spiderman). Un’altra afferma invece a gran voce, ormai controllati dal male che scorre nelle vene, che questo è un racconto privo di senso e di cui si poteva sicuramente fare a meno, sia per le scelte messe in campo che per una struttura narrativa incomprensibile.

Chi bisognerà ascoltare? La voce raziocinante, quella che cerca in tutti i modi di salvare il salvabile, che, sebbene le cattive scelte di sceneggiatura, cerca comunque di sostenere la folle (guardare per credere) interpretazione di un Tom Hardy fuori posto? O quella del male, di Venom, che per un critico vuol dire sfogare la sua rabbia per aver perso due ore della sua esistenza che potevano essere spesi inghiottendo la testa del vicino a suon di morsi? Questo scontro interiore è difficile da mandar giù, essendo la prima parte del film accettabile, tralasciando alcune svolte del racconto che la parola “forzata” non riesce a rendere bene l’idea. Il doppio esistenziale dello spettatore rispecchia pienamente il doppio narrativo descritto durante la storia, che percorre sia l’arrivo sulla Terra di questo parassita di origine aliena, sia le vicende del giornalista Eddie Brock, celebre per i suoi reportage attorno all’altalenante San Francisco. Il ragazzo crede nell’informazione libera (l’ultimo della sua specie), e non si ferma davanti a nulla pur di ottenere lo scoop, mettendo a rischio persino la propria relazione e la sua occupazione in un grosso giornale.

Dall’altro lato del mondo, in Malesia, inizia invece il tragitto del simbionte che sembra essere una copia della saga di Terminator, dove in maniera impassibile (e con qualche vittima nel suo lungo percorso), l’essere attraversa i Continenti in attesa di raggiungere la meta prefissata. Da una parte quindi, la storia classica che mostra le sue falle ma senza destare fastidio; dall’altra una realtà che mette al centro un uomo vittima di un’utopia: quella di salvare l’umanità dalle conseguenze delle proprie azioni. Lo stesso scopo ce l’ha persino Carlton Drake, il boss della Life Foundation che, fissato dall’idea che lo stile di vita insostenibile dell’uomo lo porterà all’estinzione, crede che la salvezza può avvenire solo se si volge lo sguardo non più all’interno, ma fuori, verso lo spazio sconfinato. Se non si considerano i metodi usati che oltrepassano i limiti della moralità, il personaggio si troverà anch’esso in una situazione in cui la società, brutale e disumana, presenterà il conto.

Nel momento in cui le due strade s’incrociano, ecco che le difficoltà cominciano a emergere fino a palesarsi completamente verso la parte finale di Venom, dove la fretta di concludere il tutto ha sempre avuto come esito degli orrori di scrittura che rende vano tutto quello che è, nei suoi limiti, era stato fatto prima, come la caratterizzazione, seppur fragile, del soggetto interpretato da Hardy, che qui esce come un attore che ha provato in tutti i modi di tenere in piedi il personaggio, perseguitato da un sistema corrotto e dall’hard rock che risuona nella sua stanza decadente, prima di abbandonarsi alla pazzia insieme alla sua maschera e al suo regista, che ha provato a unire dramma alla comicità dimenticandosi dell’incompatibilità di quest’ultima con il tono dark che il film sin dalla prima sequenza ha assunto.

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