È un film che più che impressionare con il sangue del ragazzo rapito o spingere a solidarizzare con la madre disperata, finisce col generare nello spettatore il germoglio del disagio, un malessere che potrebbe crescere dopo le non necessarie licenze dei diversi finali. Chi conosce la storia letta dai giornali, strabuzzerà gli occhi.

Il film che visse due volte. Lo scandalo sugli abusi sessuali che lo scorso ottobre ha travolto Kevin Spacey, decretandone la fine della carriera, ha convinto Ridley Scott della più drastica delle soluzioni: cancellare l’attore dal film, sostituendolo con l’ottantottenne Christopher Plummer, chiamato a novembre – a distanza di tre mesi dalla fine delle riprese – per girare in fretta tutte le sue scene, seguite da una post-produzione frenetica per scongiurare rinvii e consentire alla pellicola l’uscita a Natale nelle sale americane. E questa è la ragione per cui Tutti i Soldi del Mondo, a prescindere dalle qualità artistiche e dall’incasso al botteghino, sarà ricordato a lungo, e forse potrebbe a sua volta ispirare un film basato sulla sua realizzazione travagliata, anche se la storia del cinema non è nuova alle sostituzioni in corso d’opera (e chissà se un giorno non vedremo la versione alternative cut in qualche contenuto extra).

Ancora non sappiamo se alla fine il risultato della sostituzione forzata ripagherà gli sforzi, almeno alla voce boxoffice, per quanto le premesse non siano fra le più rosee, visto il modesto esordio negli Stati Uniti a fronte di una spesa che supera i cinquanta milioni di dollari per una produzione girata tra l’Italia e l’Inghilterra. Su Empire Italia tra le pre.view avevamo già parlato di questo nuovo film di Scott e della sua – molto – personale ricostruzione del rapimento del giovanissimo John Paul Getty III, nipote dell’omonimo nonno, magnate petrolifero e all’epoca dei fatti definito “l’uomo più ricco della storia del mondo”.

tutti i soldi del mondo, ridley scott, recensione, mark wahlberg, michelle williamsDi certo, per il pubblico italiano, alcuni dettagli sono particolarmente fastidiosi, come le caratterizzazioni estreme dei banditi calabresi e dei paparazzi in stile Dolce & Gabbana, ma è innegabile la dose di pathos messa in scena dal regista e produttore britannico, che offre a Christopher Plummer un ruolo che lo veste a pennello: sia per la sua vicinanza anagrafica al magnate del petrolio (Spacey era stato sepolto sotto un make-up che lo invecchiava di vent’anni), sia per la sua interpretazione inequivocabilmente diabolica. L’affascinante quanto agghiacciante personaggio di Plummer si rivela così l’arma segreta del film. Jean Paul Getty diventa la personificazione dell’avidità mai sazia: potente e cinico, conscio del potere generato dall’immensa quantità di denaro, vive sulla vetta alle cui lontane, lontanissime pendici brulicano gli esseri umani, che per lui contano meno di zero.

E Getty, che all’amore totalizzante per il denaro ha sacrificato anche gli affetti più cari, spiega la sua filosofia economica ai familiari in un lungo flashback: il primogenito John Paul Getty Jr che chiede un lavoro al padre, la nuora Gail Harris e il nipotino, John Paul Getty III, che da bambino è interpretato da Charlie Shotwell, mentre da adolescente da Charlie Plummer, premiato all’ultimo Festival di Venezia per Lean On Pete Lean. I difetti della pellicola sono quelli che temevamo, in particolare la tendenza di Scott ad adattare le storie alla propria visione, che anche questa volta finisce col soffrire i problemi di ritmo e di coerenza. Del resto la sceneggiatura di David Scarpa (Il Castello e Ultimatum Alla Terra), non è perfetta anche se interessante, ma qua e là zoppica parecchio. Si scontrano due ‘imperi’: quello della ‘Ndrangheta e quello di John Paul Getty in una narrazione ricca di dualismi e ostentazione del possesso. Buone le altre interpretazioni, in particolare Michelle Williams, che riesce a rendere le caratteristiche di drammaticità senza eccedere.

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