Si vince o si perde in Dying to survive, ma se non altro il rischio è per una buona causa, il diritto a ricevere una cura adeguata. Il racconto mescola generi creando un comedy-crime-drama che entra dritto al punto sul tema, mostrando le virtù e gli errori, comprensibili, dei protagonisti del film, che merita di essere visto.

Di fronte a un film che in patria è riuscito a spopolare, con 450 milioni di dollari d’incasso, non si può far altro che inchinarsi. In Dying to survive c’è da tenere presente però una cosa. Il film in questione non è un dramma in costume che tocca fasi in cui è l’azione a prendere il sopravvento, con la gioia del pubblico presente. Tutto il contrario, anche se, con il rispetto verso chi lo ha prodotto, è difficile catalogarlo come un film d’autore. A dire il vero, Dying to survive è davvero difficile da decifrare, e non c’è da sorprendersi. I film orientarli difficilmente proseguono verso un unico filone narrativo, ma spaziano con i generi a loro disposizione a seconda di come il racconto si evolve. Se una storia parte con un tono da commedia, dopo qualche ora probabilmente ci si troverà sul fronte opposto, con punti di alta drammaticità che nel caso di questo film non pesano affatto, visto il tema trattato.

Cheng Yong ha un sacco di problemi da gestire (una vita normale, insomma), ma di punto in bianco si troverà ad accettare un’offerta difficilmente rifiutabile, nonostante i rischi che tutto questo può comportare. L’uomo dovrà recuperare dei farmaci antitumorali prodotti a basso costo in India, dopo che l’aumento dei prezzi dell’originale sta impedendo alla maggioranza dei pazienti di proseguire le cure. Mettiamo sin da subito le cose in chiaro. Il Cheng della prima parte del film ha una visione lievemente ristretta e poco affine alla filantropia. Essendo in gravi difficoltà economiche, ha accettato il rischio di quel tragitto non per offrire a una fetta di popolazione l’opportunità sacrosanta di curarsi, bensì per accumulare denaro per sé e per un’assistenza dignitosa per il padre.

Da questo punto in avanti si comincia a reclutare, ed è come essere in uno di quelli classiconi di genere crime dove il rallenti rappresenta uno degli ingredienti speciali, magari con un succo di sana commedia a rendere il tutto più accessibile nella fruizione della storia, dove con il passare del tempo i personaggi gradualmente si svelano. Ricordiamoci che loro stanno sfidando apertamente la legge, ma lo fanno con spensieratezza e convinzione. Le loro azioni hanno un esito: rendere possibile l’eguaglianza dei diritti, che viene meno quando è l’economia a dettare le regole. Non stanno lì ad aspettare che qualcuno arrivi in loro sostegno, perché sono consci del fatto di essere perennemente soli di fronte al dolore. 

Quando questo sistema apparentemente funzionante comincia a cedere, tutto ciò che si è fino a quel momento conquistato viene messo in discussione, in primis per la paura delle ripercussioni che possono influire sulle loro vite. La forza di questo film sta in questo, che anche nel punto in cui sembra di aver toccato il fondo, si comincia comunque a intravedere un piccolissimo, forse impercettibile, spazio morale dove poter riemergere e farsi davvero valere in nome di una battaglia giusta per la comunità intera. L’unica stonatura di Dying to survive sta nel finale, anche se per molti può non esserlo. Nonostante sia ispirato a dei fatti accaduti, inserire l’ideologia politica di una Nazione comprensiva (prima non lo era affatto) nei confronti dei loro gesti sembra andare in una direzione diversa rispetto a tutto ciò che viene descritto, perché tutto ciò non è partito da una scelta comune che punta poi al singolo, ma da un atto di uno che poi ha avuto come esito la salute collettiva. Una differenza minima, ma che non può non influire sulla riuscita (per il resto lodevole e con punti di alta comicità) del film stesso. 

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