Stronger è un incoraggiamento a rialzarsi senza vergogna né prostrazione. I soldatini che non stanno bene in piedi hanno sempre combattuto in prima linea, non hanno diseredato. Se la guerra è allegoria della vita, gli uomini non si distinguono da altro se non dal coraggio e Jeff Bauman ne ha da vendere. Boston is Stronger e Jeff è più forte della sua condizione, del terrorismo, vince su tutto e vive. Il film stesso è una prova di coraggio, riuscita discretamente.

Se David Gordon Green avesse optato, esclusivamente, per la glorificazione di Jeff Bauman quale superstite del terrorismo jihadista il film avrebbe serbato un messaggio scontato e irrilevante. Il regista è consapevole della pericolosità di scivolare nella commiserazione e nel lamento e impiega tutta la sua arte al fine di evitare le prevedibili conseguenze dell’elaborazione cinematografica di un tema difficile come quello della disgrazia. “Stronger è il classico film che su carta appassiona all’istante chiunque, ma diventa immediatamente un progetto impossibile perché evoca un evento, recente, tragico e troppo sconvolgente per riviverlo. Letta la sceneggiatura, mi ero commosso, mi aveva preso un gran desiderio di farne un film, ma nessuno aveva voglia di finanziarlo”. Chiarisce Jake Gyllenhaal. La pellicola si apre con una panoramica sulla quotidianità di Jeff: l’occupazione nella macelleria di un supermercato, il bar posto di svago e relax, gli amici di sempre, la passione per il baseball; una vita qualsiasi di un comunissimo giovane cittadino statunitense.

Da segnalare la semplicità dei gesti del protagonista, l’ingenuità di fondo di una persona trasparente, incapace di sotterfugi e ambiguità, indice da un lato di gentilezza d’animo, dall’altro di puerilità. Jeff ha un legame malsano con la madre (Miranda Richardson in odore di Oscar). La relazione di dipendenza e sudditanza alla figura materna rivela allo spettatore la personalità insicura e infantile del ventottenne protagonista. Complesso edipico a parte, Jeff è un individuo qualunque, dalla sensibilità un tantino superiore alla media. Non supera la rottura del fidanzamento con Erin (Tatiana Maslany), (forse procurato da una madre ingombrante), è in una fase malinconica, non accetta il fallimento in amore. Bauman è ostinato quanto un bambino, insegue Erin, la contatta e le prepara una sorpresa, la attende con uno striscione di incoraggiamento al traguardo della maratona. La generosità del ragazzo, la purezza dei suoi intenti espressi magnificamente dagli occhioni dolci e lucidi di Jake Gyllenhaal nel ruolo del protagonista, rendono l’incombente tragedia ancora più drammatica. Boston 15 aprile 2013,due bombe artigianali (chiodi, pentole a pressione, frammenti di ferro) esplodono tra le centinaia di persone accodate nei pressi del traguardo.

Stronger, david gordon green, jake gyllenhaal, recensione3 morti, 264 feriti, Jeff perde le gambe. Dalla corsa in ospedale, all’amputazione degli arti inferiori il film di Green potrebbe decadere in una stomachevole pornografia del dolore, ciò non accade, il regista se ne guarda attentamente e, evitando di concentrarsi su Jeff, si sofferma su altri personaggi, parenti e amici del protagonista tanto sconvolti dalla notizia quanto pragmatici sul da farsi.Dopo l’incidente la madresi rivela una donna labile e infida, il padre assente e preoccupato per la polizza assicurativa, gli amici superficiali. Erin è l’unica a mostrare un minimo di compassione e intelligenza. Il ritratto di Jeff Bauman di David Gordon Green è realistico, l’attitudine di Jeff nel raffrontarsi alla situazione di semiparalisi è autentica, al ragazzo calza stretto il costume da eroe, non capisce la mitizzazione di un handicappato, si sente una delle tante vittime di un atroce destino, senza alcuna dote.

Il film ripercorre gli stadi angoscianti della guarigione del protagonista dallo shock iniziale (il cervello registra la presenza delle gambe anche in loro assenza con conseguenti capitomboli), alla sensazione di impotenza, allo scoramento di fronte alla fatalità di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Il lavoro svolto dallo sceneggiatore John Pollono nel trasporre un atto terroristico di risonanza globale e recentissimo in sequenza filmica è encomiabile. Sfortunatamente, in alcuni frangenti della pellicola Gordon Green commuove in maniera diretta e approssimativa, si crogiola nel dolore e ne enfatizza le devastanti conseguenze, detto questo Boston Stronger non è un eroe poiché decantato dalle masse informi di americani, lo è per la sua reazione silenziosa e dirompente alla sofferenza. Sceglie di vivere, diventa padre, partecipa tre anni dopo l’attentato alla maratona di Boston, un invito a riprendersi in mano la vita e a ricominciare.

Chiara Negri

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