Roma è il manifesto neorealista che Alfonso Cuarón offre al suo popolo. La storia inoltre rappresenta un omaggio sentito alle donne, le uniche che escono da quel film con un messaggio positivo d’intesa e di forza nonostante le avversità. Sono loro la salvezza della società e dell’umanità, che, senza la loro protezione, non avrebbe alcun futuro.

Il racconto si concentra su un arco preciso della storia messicana. Gli anni ’70 sono il periodo di grande rivolta sociale, e nelle strade di Città del Messico migliaia di persone si precipitano per esprimere il loro dissenso. Attorno a questo clima politico una piccola famiglia borghese cerca di perseverare la propria unità, nonostante gli scossoni che li mettono in costante difficoltà sia dall’esterno, che dall’interno.Già solo la prima scena dovrebbe togliere ogni dubbio sull’identità di quest’ ultimo lavoro di Alfonso Cuarón, che si trova in mezzo a una diatriba tra esercenti (in questo caso italiani) e il suo distributore, Netflix. C’è sicuramente la necessità di stabilire delle regole decise per queste produzioni che nascono per la sola fruizione in streaming (anche se negli ultimi tempi la piattaforma americana sta decisamente pensando di proporre le proprie storie anche sul circuito tradizionale, soprattutto se si vuole concorrere per i premi più importanti durante l’anno). Ma guai a negare che Roma, vincitore del Leone d’Oro a Venezia, non è un film. E le ragioni sono davanti a quella prima sequenza introduttiva che riassume una costruzione narrativa su più livelli.

L’inquadratura dall’alto mostra il moto armonico dell’acqua che riproduce perfettamente il movimento del mare, ma subito dopo quel momento visivamente imponente il regista rompe l’illusione spostando la macchina da presa verso il personaggio di Cleo, che si sta dedicando alla pulizia degli escrementi dei cani nella zona esterna della casa. La realtà non ci mette troppo a invadere la storia, che gradualmente entra dentro le mura di quel casolare. Al suo interno, una famiglia di ceto medio e la loro vita quotidiana stratificata. C’è l’infanzia, con i ragazzi intenti a passare il tempo a giocare e a disturbare i fratelli; la giovinezza, con le governanti che si occupano delle faccende domestiche e che cercano, nel tempo libero, le loro prime esperienze. Infine, non meno importante, c’è la maturità, rappresentata appieno dalla madre Sofia, il collante di un nucleo che sta per implodere.

La donna, interpretata da Marina de Tavira, è costretta a inventare una storia ad hoc per celare una verità che sarebbe traumatizzante per i suoi figli. La favola, secondo cui il genitore si trova in Canada per affari, riflette una concezione quasi mitica di quell’uomo, che viene atteso come un eroe nei rari momenti in cui ritorna a casa. C’è infatti una lunghissima sequenza che Cuarón inserisce in Roma dove l’intera famiglia si trova proprio ferma ad aspettare ammaliati che la macchina, seppur con diverse manovre vista la sua grandezza, s’immetta verso l’ingresso del complesso, così come quella dove vengono inquadrati insieme durante la visione di un film alla televisione.

Tutto quello è soltanto un inganno a fin di bene, perché il regista, anche grazie alle numerose riprese in esterno, descrive come le fratture si stiano allargando inesorabilmente, tra la presenza dei militari per i quartieri, ai primi segnali di rivolta in piazza che non possono non influire sull’equilibrio dei personaggi. Il racconto di Cuarón è infatti un continuo intrecciarsi di informazioni e di sensazioni, che vanno dalle diverse vicende familiari, comprese quelle delle domestiche Cleo e Adela, alla instabilità politica e sociale che riguarda l’intera popolazione messicana degli anni ‘70. In tutta questa mole di emozioni che sono frutto dei ricordi che l’autore ha voluto trasferire su immagini, c’è persino lo spazio per le citazioni meta cinematografiche, come la splendida scena all’interno della sala dove il pubblico partecipa direttamente alla visione insieme a Cleo, o al riferimento al precedente lavoro del regista, Gravity, con i due astronauti sospesi nel vuoto. Un paragone che è assolutamente pertinente se si pensa anche ai protagonisti di questo lungometraggio, appesi metaforicamente a un filo che ha il solo pregio di tenerli uniti. A rendere il tutto ancora più efficace è un’attenzione quasi maniacale verso la fotografia, che con la scelta del bianco e nero riesce ad aumentare questa percezione di continuo squilibrio emotivo e politico che il Messico (e la famiglia) ha dovuto patire durante quell’epoca.

5

Eccellente

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