Se si lasciano in disparte alcuni punti sconnessi e calanti della storia, Notti magiche è la giostra di un cinema del passato, malinconico, incapace di lasciare ai successori la possibilità di crescere. Il film di Virzì è folle al punto giusto, con al suo interno momenti di ironia e di disincanto che riportano tutti coi piedi per terra, nel presente.

È il 3 luglio del 1990, e L’Italia intera è appesa a un filo, ridotto a brandelli dai calci di rigore di Donadoni e Serena che manderanno l’Argentina di Maradona verso la finale contro la Germania. Il tono di voce di Bruno Pizzul, rauca e sottile, è il segno tangibile che la Storia dei mondiali per il Bel Paese è ufficialmente conclusa. In verità, sarà l’inizio di un’altra storia, un incidente stradale avvenuto proprio al fischio finale della partita di Napoli. A Roma una macchina precipita sul fiume non lascia scampo a chi si trovava al suo interno. L’uomo che la scientifica e la polizia ritroverà qualche minuto più tardi non è un signor nessuno, ma un produttore cinematografico di grossa fama, Leandro Saponaro, conosciuto per la sua carriera consacrata tra film d’autore e racconti popolari. In men che non si dica, i Carabinieri si precipitano in tre diversi luoghi: una stazione, dove in quel momento un ragazzo siciliano riccioluto stava per tornarsene a casa; una stanza di un’abitazione nel centro, in cui un giovane di Piombino stava sfruttando la sua prontezza creativa per scrivere un testo a macchina; e un pianerottolo di casa, dove una ragazza, sotto l’effetto di droga, cerca di giustificarsi davanti agli agenti presenti.

Antonino, Luciano ed Eugenia sono i finalisti del premio Solinas e i protagonisti di Notti Magiche di Paolo Virzì, che dopo il tour a bordo del Leisure Seeker riporta la sua lente nella capitale girando un racconto multiforme non solo se si analizza lo stile, che varia dal noir alla commedia anche al solo cambio di sequenza, ma anche quando si osservano gli intrecci narrativi e i personaggi inseriti all’interno del film, che rappresentano delle figure caricaturali e compatte. Antonino, con quei capelli alla Battisti, ha l’aria del tipico bravo ragazzo, impostato, secchione, dal linguaggio forbito e con una visione ottimistica della società. Eguenia è invece figlia di una famiglia altolocata romana, estremamente insicura, timida e vittima di un’ansia che la porta all’uso continuo di stupefacenti. Luciano, di Piombino, riprende lo humor dei personaggi descritti da Virzì in opere come Ovosodo, essendo un ragazzo spensierato, dalla battuta facile, ma che si butta a capofitto nel sistema cinematografico e televisivo, comprendendo appieno che per entrarci bisogna usare la finestra e non la porta, attirando le simpatie degli “stronzi” (cit.), i veterani del cinema italiano.

Non è infatti una coincidenza o un esercizio di stile la scelta di Virzì di ambientare per quasi la totalità del racconto in piena notte, come dimostra l’omaggio ai grandi autori come Fellini in quella scena finale de La voce della Luna, l’ultimo film del regista romagnolo. La scelta di contrasto sembra soprattutto decretare il mutamento nella percezione dei personaggi dal momento in cui sbarcano nella capitale del cinema a quando prendono effettivamente atto di una visione malinconica, ma più vicina alla realtà, di come quell’industria del sogno funzioni effettivamente. Pensano che alla sola partecipazione di un concorso è possibile in poco tempo diventare dei registi affermati, quando per l’avvocatessa, “la più stronza di tutti gli stronzi” (altra cit.) un autore emergenti e di esperienza deve avere almeno una sessantina di età.

Questa può essere interpretata come una critica di Virzì verso un mondo rimasto fuori dal tempo, come viene descritto in alcune scene di Notti Magiche in cui questi colossi (in senso aulico) del cinema si riuniscono nello stesso posto a discutere animatamente sulle cause della deriva di quell’industria, dimenticandosi che un minimo di responsabilità è presente nel loro immobilismo di fronte a un cambiamento generazionale e nella gelosia verso le proprie conquiste. C’è tuttavia in questo scenario apocalittico e assurdo un affetto immenso che il regista inserisce nel film verso i propri idoli, inserendo indizi di persone realmente esistite o inventate (come il Maestro Pontani) che però rimandano ad altri pezzi grossi della storia del cinema mostrati in una fase decadente e romantica.

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