Lucky è un film profondo e umile, che mostra e nasconde, in cui la vita si rivela nella contemplazione. Harry Dean Stanton costruisce il proprio personaggio partendo da se stesso, partendo da una caduta che lo riporta alla realtà. Un attore talentuoso purtroppo scomparso all'età di 91 anni che ci lascia il suo testamento, il lascito di un uomo che affronta le proprie paure rivendicando la sua arbitrarietà nella vita e nella morte.

Harry Dean Stanton interpreta Lucky, un veterano della seconda guerra mondiale che vive una vita semplice in una piccola città nel deserto dell’Arizona. Lucky non si è mai sposato e conduce un’esistenza costruita sulla routine. Compie gli stessi gesti ogni mattina: fa alcuni esercizi di yoga, va allo stesso ristorante, fa i suoi cruciverba e termina i suoi giorni allo stesso bar bevendo il suo Bloody Mary con il suo amico Howard (David Lynch). Lucky ha fumato almeno un pacchetto di sigarette al giorno per la maggior parte della sua vita, è in perfetta salute nonostante la sua veneranda età, ma tutto cambia quando una mattina accidentalmente cade. Lucky, pur appurando di essere sano, comincia a considerare che la sua vita si stia concludendo e, da quel momento, tutto all’interno dei suoi giorni diventerà improvvisamente più urgente, cambiando lentamente la sua visione quotidiana della vita.

Lucky segna il debutto alla regia di John Carroll Lynch, un film all’interno del quale si percepisce una poesia indecifrabile, precipitosa e quotidiana. La sceneggiatura di Logan Sparks e Drago Sumonja rivela le sfide e le gioie della vecchiaia, in cui la senescenza si realizza tra cambiamenti corporei, paura di cadere e di una morte imminente. Ma è anche un film che si apre ai cambiamenti dello spirito, delle relazioni e delle abitudini. Lucky è un puro poema composto da John Carroll Lynch, in cui Harry Dean Stanton è la lirica principale. Un uomo, spesso silenzioso e provocatorio, che mostra i significati più profondi della sua storia attraverso lente passeggiate nella sua piccola cittadina di provincia, tra panorami desertici e cactus di cui si prende cura. E’ una lettera d’amore di Harry Dean Stanton, che a 90 anni è maestoso: ha portato all’interno del film molto della sua vita, ha ricalcato il suo personaggio sul suo corpo e sul suo vissuto, contribuendo alla sua realizzazione. Lucky, senza moralismi o pietismi, riesce a dialogare con lo spettatore parlando della morte, della paura della morte e della solitudine.

Il personaggio è consapevole di riuscire a stare facilmente per conto suo, infatti ama star solo, che non è come essere solo. Solo in seguito si farà spazio nella sua coscienza l’eventualità di morire da solo, cosa che fatica ad andargli a genio. All’interno del film è molto evidente l’ateismo di Lucky: il personaggio stesso vive in avversità e in contrasto con l’idea della morte. Infatti egli dichiara inizialmente che per lui l’anima non esiste. E saprà contraddirsi, arrivando ad abbracciare alcuni principi del buddhismo, attraverso il suo cambiamento in divenire e i suoi momenti di riflessione, in cui sarà in grado sorridere al proprio destino, nonostante la sua ineluttabilità. Lucky è impreziosito dalla presenza di David Lynch che, per quanto non sia un attore eccelso, dona al film un contorno particolare. David Lynch interpreta Howard, amico di vecchia data di Lucky, un essere stravagante, e il loro rapporto è intrinseco alla natura della loro amicizia. I due attori si conosco da anni, e mentre si interfacciano nei loro discorsi c’è una luce, un brivido extra filmico che li pervade.

lucky, john carroll lynch, david lynch, harry dean stanton, recensioneLynch si cimenta in un monologo meraviglioso, in cui espone la sua tristezza in seguito alla fuga della sua amata testuggine, Roosevelt, parlando di come un essere fragile ed eterno come una tartaruga, che ha il dono della longevità, è destinato a portarsi sempre il suo guscio dietro che è come la sua casa, ma che è anche la sua bara. E in questo monologo racconta di come il suo abbandono improvviso gli abbia lasciato un vuoto incolmabile. Ed è bellissimo come lui si ponga delle domande sulla fuga del suo animale, dandogli un potere decisionale commovente. Lentamente, osservando i movimenti e i gesti di Lucky ripetersi durante le sue giornate, possiamo notare come la pellicola assuma un carattere umanizzante: tutto è vivo in questo film, anche gli oggetti. Tutto è vivo perché ogni cosa ha un suo nome, una sua storia, dalla tartaruga, alle sigarette, alla vita stessa. Lucky è il sinonimo semantico di una vita, quella che il protagonista attraversa da quasi un secolo.

Lucky è il testamento di un uomo, il lascito di un attore che non teme di mostrare quanto tutto questo gli appartenga. Lucky è legato al concetto di verità, è un Amleto nel suo piccolo castello, nel suo mondo, rimasto solo a contemplare il suo corpo, le sue rughe che sono come viali, strade di un volto percorso dal tempo. Lucky è consapevole che esistono delle regole e che nessuno vigili su di esse: tutto scompare, tutto svanisce e niente lascia traccia di sé. Lucky è un film profondo e umile, che nasconde e rivela, che ha una colonna sonora che spazia da I See Darkness a Red River Valley, una pellicola con un ritmo lento ma sottile, in cui la vita si rivela nella contemplazione, e Stanton costruisce il proprio personaggio partendo da se stesso, partendo da una caduta che lo riporta alla realtà, un attore talentuoso e nobile purtroppo scomparso all’età di 91 anni, poco prima dell’uscita del film.

Lucky è nutrito dell’interpretazione di un attore forse spesso sottovalutato e di cui non si è parlato mai abbastanza. Un film poco verboso, molto metafisico, che mostra la vita di un anziano con le sue abitudini ordinarie e che a suo modo rivendica la sua arbitrarietà in quei gesti quotidiani che per lui sono inalienabili. Ma contrariamente al mondo degli uomini, esiste un altrove in cui la sua verità, la sua arbitrarietà si disperde, una realtà che non ha certezze, in cui non ci sono strade da percorrere, non ci sono sigarette da respirare. Alla fine non gli tocca che arrendersi e sorridere all’inesorabile. Un sorriso forse non sarà un vero rifugio, ma è di per certo il più umano e inviolabile atto salvifico.

5

Eccellente

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