Il film di Justin Chadwick ha il pregio a riportare alla luce un periodo storico non molto lontano dai giorni nostri, mostrando come sia la percezione dell’individuo ad attribuire valore a un bene tangibile o astratto, anche se si tratta di un oggetto di breve durata come un fiore. Nonostante questo, La ragazza dei tulipani sembra avere lo stesso destino del dipinto, che impresso su tela lascia il segno su chi guarda, ma ci si dimentica subito di tutto il processo e, in alcuni casi, dell’identità dell’autore.

Il titolo italiano, La ragazza dei tulipani, immortala una storia che sarebbe stata altrimenti dimenticata. Ma è quello inglese, Tulip Fever, a offrire in maniera completa una descrizione puntuale sull’epoca in cui questo film è ambientato. La febbre verso un oggetto incantevole, sensibile come il tulipano è la giusta metafora che travolge non solo una famiglia borghese, ma anche l’intera società olandese. Aveva scoperto l’oro, che in quel momento possedeva una forma lineare, come il lungo stelo che sostiene il fiore. Tuttavia è la parte superiore a garantire un valore inestimabile, essendo il tulipano ricco di diverse tonalità di colori. È infatti la specifica cromia, unita a una bassa riproduzione di questa pianta, a renderlo unico. In quegli anni c’era chi sacrificava quel poco che aveva pur di entrare in quel mercato, poco regolato, rischioso, ma che portava un profitto elevatissimo.

Solo uno crede che quel settore non porterà nulla di buono, considerandolo qualcosa di passeggero e destinato a crollare, Cornelis Sandvoort, interpretato da Christoph Waltz. L’uomo, un commerciante di successo, conosce bene l’economia, a tal punto da valutare tutto come se fosse un investimento. La stessa protagonista, Sophia, viene “venduta” al pari di una merce, con un unico obiettivo, che è quello di generare un degno erede della sua azienda. La donna, dal volto di Alicia Vikander, è conscia della sua condizione, ma il marito, nonostante tutto, è stato l’unico ad averla tolta dal convento, offrendole una seconda occasione. “Amore, onore, e obbedienza”. Sono quelle le parole che la superiora, impersonata da Judi Dench, rivolge a Sophia nel momento in cui si dirige verso la carrozza che la porterà verso il matrimonio.

la ragazza dei tulipani, alicia vikander, recensione, christoph waltz, dane dehaan, judy dench, cara delevingneIn questo il regista Justin Chadwick riesce a compiere un gioco di contrasti non solo sotto l’aspetto narrativo, dove una situazione di apparente equilibrio nella casa del mercante si alterna con la frenesia e la follia nei luoghi d’asta, ma anche dal punto di vista formale, con colori spenti, granulosi che fanno emergere la purezza del vestito azzurro che Sophia indosserà in occasione del ritratto. In quel punto preciso, quando la ragazza incrocia lo sguardo del giovane artista Jan Van Loos (Dane DeHaan), ci sarà una svolta che cambierà le sorti dei personaggi in maniera irreversibile. Anche il tulipano più candido, se contagiato da un virus, muta il proprio aspetto screziando il proprio colore. Quella stessa infezione che ha innalzato il prezzo di mercato del fiore colpirà la ragazza dei tulipani, trascinandola verso delle decisioni dettate dall’istinto e dal sentimento che prova per il pittore, in un intreccio di equivoci e di eventi che mostreranno la loro vera natura.

A emergere in particolare in questo racconto di costume classico ma non privo di difetti (come alcune svolte narrative sfilacciate nella parte finale) è l’interpretazione di Christoph Waltz, un attore che riesce sempre a immedesimarsi nel personaggio mostrando le diverse sfumature del suo carattere e un’evoluzione psicologica ben costruita. Quella che doveva essere  il pilastro del racconto, la protagonista Sophia, non riesce invece a trasmettere quelle sensazioni utili alla comprensione delle sofferenze provate durante la sua vita. Dopo l’Oscar, Alicia Vikander fatica sempre di più a ritrovare un ruolo che più le si addica, nonostante il film contenga alcune riflessioni importanti che possono essere usate anche ai giorni nostri.

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