Senza mai forzare i toni, La Mélodie è un film che intrattiene con un umore positivo giocando sui contrasti che si appianano grazie alla musica, una sorta di linguaggio universale che scavalca le barriere e avvicina persone prima lontane. Nel film di Rachid Hami ognuno dei personaggi ha da imparare dagli altri, una volta trovato il modo di capirsi.

La Mélodie può essere visto come un inno sommesso, senza toni trionfali o semplicistici, al potere della bellezza. Perché in un certo senso è quella l’anima che si nasconde dietro le note di violino che il professore Simon Daoude suona con trasporto e che riescono a incantare una classe di ragazzini turbolenti e attaccabrighe nell’istante stesso in cui la melodia entra in gioco. Non erano bastate le parole educate, e neppure la minaccia di essere messi in punizione, come illustra efficacemente il prologo del film. Tutti quei tentativi di ottenere il silenzio in aula, il fare appello alla cortesia che si dovrebbe riservare a un professore e specialmente a uno appena arrivato.

Niente di tutto questo funziona coi giovanissimi allievi, ma quando il loro nuovo insegnante imbraccia il suo strumento ed esegue la partitura l’incantesimo esplode nell’aria. La scena gioca molto bene su questo aspetto, e il pubblico non si aspetta che quella strategia funzioni finché il fatto non avviene realmente. Un piccolo crescendo di suspense e di catarsi in un film che su questi concetti gioca in punta di piedi, con delicatezza, con una immediata capacità di tratteggiare un contesto e personaggi realistici. Il professore non sprizza entusiasmo, eppure nella sua arte lui ci crede, e conosce anche la strada per comunicare questa passione. Non lo fa con grossi sforzi, non alza la voce per farsi ascoltare e rispettare.

la melodie, recensione, Kad Merad, Samir Guesmi, Slimane Dazi, Alfred Renely, Rachid HamiNella vita vera di persone così se ne incontrano, ma sul grande schermo non è tanto comune vederle rappresentate fedelmente e al centro della scena. Non si tratta di un docente sopra le righe come quello (comunque fantastico!) de L’Attimo Fuggente, è una variazione sul tema più europea e distaccata, giocata di understatement, un volto apparentemente impassibile che mentre insegna a sua volta impara a relazionarsi, non solo coi suoi allievi ma anche con altre persone che orbitano intorno. E impara anche a lasciarsi andare, in certe occasioni, senza strafare. La Mélodie è un film che non spettacolarizza nessun momento in particolare, perché la storia porta lo spettatore con sé senza sforzo, i tempi sono ben dosati e i dialoghi suonano naturali.

Il rapporto tra la classe e il professore è raccontato in modo credibile e senza strattoni. Sia loro che gli altri personaggi sembrano “accordarsi” alla musica, che sia il ragazzino irrispettoso il cui padre si infuria con Simon o la madre di Arnold, che riesce a sciogliere il professore per qualche momento trascinandolo in una pacata e rilassante danza domestica. Il regista Rachid Hami conduce il film in porto senza cedimenti, partendo dal giusto cast e da un concetto di sicura presa. La Mélodie è anche una celebrazione della comunicazione, della capacità di trovare il modo giusto di effettuarla, scavalcando anche le barriere di ambienti ostili.

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