Improntato a una certa asciuttezza e al rifiuto di qualsiasi facile maledettismo, Dieter Berner ha scelto di raccontare l’artista attraverso la sua quotidianità, sacrificando alcuni elementi importanti della sua biografia, ma riuscendo nell’intento di catturarne la tormentata passione. Colpiscono la sontuosa scenografia della Vienna di inizio secolo, i toni caldi della fotografia e i tre attori protagonisti.

Pittura, sensualità e scandalo nella tormentata esistenza del genio dell’Espressionismo viennese. Finora ciò che sapevamo della vita di Egon Schiele, artista importante quanto complesso, era quanto descritto nella biografia Il Pornografo di Vienna. Nella trasposizione cinematografica il rischio era cadere in un racconto per immagini improntato a un maledettismo d’antan, invece tenuto costantemente a bada dal regista Dieter Berner, che sceglie asciuttezza nel tono e rifiuto della facile enfatizzazione della parabola artistica. Berner ha scritto la sceneggiatura assieme alla moglie Hilde, autrice del romanzo Egon Schiele: La Morte e La Fanciulla. Film che gode del patrocinio di Vienna.info Vienna Tourist Board, raccontato prevalentemente in flashback, con occasionali digressioni in un presente che ha il passo e i colori plumbei dell’ineluttabilità, Egon Schiele si sforza di mostrare l’uomo prima dell’artista grande innovatore, che scardinò l’estetica e il gusto della società viennese pre e post bellica. In particolare il rapporto dell’artista con le donne e col corpo femminile, un’esistenza in cui la sessualità era l’impulso da cui tutto partiva e tutto tornava.

I soggetti ritratti da Schiele, il suo problematico rapporto con l’adolescenza e la sua rappresentazione figurativa, le implicazioni etiche e sociali del suo lavoro, sono narrate in funzione di un privato che lo vede portatore di una fragilità che, annunciata dal suo corpo malato e febbricitante nella sequenza iniziale, non viene mai meno per tutta la durata della pellicola. Aspetto che nel film forse è troppo marginale è la frustrazione con cui il pittore dovette convivere, in un’epoca di grande repressione. A portare su grande schermo la storia del precursore viennese fu Herbert Vesely nel 1981 con Inferno e Passione. Il film di Berner si affida molto alla prova di un protagonista obliquo, Noah Saavedra, che affronta il soggetto senza timori reverenziali, grazie al suo sguardo, che si poggia su modelle o fanciulle che ancora non lo sono, ma che Egon vorrebbe già ritrarre. La fragilità, nella prova di questo attore esordiente, è presente tra le pieghe di una recitazione improntata al naturalismo, a un’istintività bohémienne che mostra esitazioni e increspature, segni rivelatori di un’instabilità esistenziale che col tempo diventa cronica.

egon schiele, recensione, dieter bernerEd è il senso di quotidianità, tradotto nella riduzione di un personaggio tormentato alla sua dimensione più concreta, l’elemento più interessante del biopic. Un punto di vista che smonta l’aura mistica dell’arte, riportandola all’esistenza di un uomo diviso tra le sue tante donne, da una sorella, che ne rispecchia l’attitudine infantile, a una serie di modelle/oggetti, da Moa Mandu all’indimenticato amore Wally Neuzil dalle calze verdi, lasciata per sposare Edith Harms. Una sovrapposizione tra la dimensione privata e quotidiana dell’uomo alla valenza pubblica della sua opera, tutta giocata nel segno di un efficace understatement. La parabola personale e artistica di Schiele trova il suo fulcro nella parte centrale, nella delineazione del rapporto con Wally, che talvolta oscilla tra sussulti vividi a momenti di puro cronachismo.

A causa della necessità della sintesi, il film sacrifica alcuni fondamentali elementi – la creazione del Neukunstgruppe, il deterioramento del rapporto con amici e colleghi, il sodalizio, qui appena accennato, con Klimt, il suo essere precursore di tecniche fotografiche – lasciando un’ombra che non fa emergere un ritratto a tutto tondo. Anche il complesso rapporto con la sorella Gerti è ridotto a una serie di ripicche di gelosia. Colpiscono la sontuosa rappresentazione scenografica della Vienna di inizio secolo, i toni caldi della fotografia degli interni illuminati da candele e la validità delle prove attoriali dei protagonisti. Il regista ha confezionato un biopic che, scegliendo in modo consapevole di sfrondare il superfluo, rischia di non cogliere tutte le sfaccettature di una figura più che mai difficile da raccontare in pellicola.

4

Buono

Average User Rating
0
0 votes
Rate
Submit
Your Rating
0