Dark Night è un concentrato di stile che "isola" i personaggi e il racconto in una sorta di dimensione parallela, con un tono lugubre che non lascia mai passare un filo di luce. Se il contenuto è rappresentato con una certa efficacia il film rinuncia comunque a una più facile e opportuna fruibilità, escludendo qualunque variazione di toni e atmosfera.

Liberamente ispirato al tragico caso di cronaca del Massacro di Aurora, avvenuto in Colorado nel 2012, Dark Night è un film che racchiude in sé una contraddizione notevole. Il fatto di girare attorno alle riflessioni innescate da qualcosa di realmente accaduto potrebbe far pensare a una concretezza, a uno spessore tangibile e collegato alla sensibilità dello spettatore. Invece, nel corso della visione, ma in realtà è già chiaro dai primi minuti, la pellicola diretta da Tim Sutton crea più che altro una sorta di dimensione parallela e imbottita di stile, di autorialità, vistosamente studiata.

Un gruppo di personaggi viene “pedinato” nella sua quotidianità, tra attività comuni e innocue e momenti agghiaccianti che indicano un disagio fortissimo, ognuno per conto suo, persi in un labirinto senza muri di non-luoghi della provincia americana, fluttuando in un tempo che pare dilatato, senza bussola o cronometro. Un campione di vite che girano in tondo, e che cercano un senso in ciò che hanno a portata di mano, in assenza di una visione che indichi una strada innovativa, lontana dai loop che, non si sa da quanto tempo, hanno strutturato le loro esistenze a forma di gabbia. Il filo conduttore sembra essere più che altro il desiderio di esprimere una violenza che appare quasi inevitabile, che logora l’animo in continuazione in attesa di sfogarsi.

dark night, tim sutton, recensione, massacro di auroraMa è qui che nascono i problemi del film, nell’usare diversi personaggi per raccontare sempre la stessa storia e lo stesso plumbeo mood, anche se con dinamiche apparentemente differenti. Un po’ di aria fresca, un po’ di leggerezza ogni tanto, un qualche vago cambio di tono e di atmosfera avrebbe non solo reso l’opera più digeribile, ma anche avvicinato il racconto alla varietà, alla ricchezza e alla complessità della vita reale. Invece, quello che abbiamo è un concentrato di alienazione, che soffre della sovra-rappresentazione, di quella spinta a senso unico che indirizza ogni singola componente del film. Le performance degli attori, la colonna sonora, le riprese statiche, il montaggio lento… Ognuno di questi elementi “doppia” gli altri, non una polifonia ma un lugubre coro all’unisono dal primo all’ultimo istante, una scelta stilistica che per rappresentare la monotonia usa altra monotonia, una tattica pericolosa per l’equilibrio dell’opera nel suo complesso.

Tra i giovani che si “specchiano” continuamente nello smartphone ossessionati dai selfie e quelli che imbracciano fucili come se fossero degli antistress, il quadro fosco di Dark Night non cerca attenuanti, ma si pone piuttosto come una spietata lente di ingrandimento che setaccia la scena di un crimine, senza consolazioni, ma solo cercando di mettere a fuoco anche quando fa male. Il film paga un prezzo importante per poter essere tutto d’un pezzo, senza concessioni, andando dritto per la sua strada senza ammiccamenti. Ma a volte cedere a qualche compromesso può essere salutare.

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