Dopo il debutto nella primavera 2017, Chiamatemi Anna si è ripresentata all’appello con dieci nuovi episodi, tre in più dell’anno scorso, all’insegna dell’avventura e di un inedito brio che l’ha resa perfino più appassionante e riuscita dell’esordio.

L’orfanella dai capelli rossi è tornata su Netflix nella seconda stagione della serie Tv firmata da Moira Walley-Beckett. I dieci nuovi episodi liberamente ispirati al romanzo di Lucy M. Montgomery tengono sotto tiro pregiudizi e discriminazione. Con la protagonista Anne Shirley al centro del mondo.

Da quando la showrunner Moira Walley-Beckett ne ha riscritto il destino su Netflix, Anna Dai Capelli Rossi non è più la stessa. Ora è una serie Tv campione di binge-watching, si intitola provocatoriamente Chiamatemi Anna (Anne with an ‘E’) ed è diventata un inno all’infedeltà letteraria. Terzo adattamento per il piccolo schermo dal romanzo Anne of Green Gables scritto nel 1908 dalla canadese Lucy M. Montgomery, dopo la serie BBC del 1972 e lo sceneggiato realizzato da Kevin Sullivan dieci anni più tardi, la rilettura televisiva firmata dalla sceneggiatrice di Breaking Bad ha conquistato a sorpresa milioni di spettatori in tutto il mondo nonostante gli evidenti ribaltoni nella trama e nonostante il fatto di essere l’adattamento di un romanzo letto di solito da un pubblico femminile. Ha ottenuto importanti riconoscimenti: Best Drama e Best Supporting Actor ai Canadian Screen Awards di quest’anno. Il merito è senza ombra di dubbio lo tsunami di parole e pensieri della protagonista dai capelli rossi Anne Shirley (l’attrice irlandese Amybeth McNulty), la quale ha restituito in fretta il certificato di orfanella sventurata spiegando al pubblico globale quanto il mondo sia un posto tutto sommato interessante e “poetico” dove vivere.

Anche dovendo fare i conti con un aspetto ingrato (il suo: con mare di lentiggini e capelli rosso carota) e la certezza di essere soltanto una “piccola donna” in un luogo incantevole, l’isola Principe Edoardo, non sempre ospitale per kindred spirits (spiriti affini) come lei. Madrina compassionevole, Walley-Beckett ha donato alla sua eroina un palcoscenico da dove recapitare un manifesto proto-femminista infarcito di temi attualissimi come il bullismo, la disparità di genere e l’esigenza delle donne di far ascoltare la propria voce. Dopo il debutto nella primavera 2017, Chiamatemi Anna si è ripresentata all’appello con dieci nuovi episodi, tre in più dell’anno scorso, all’insegna dell’avventura e di un inedito brio che l’ha resa perfino più appassionante e riuscita dell’esordio.

Ci accodiamo al parere dei fan dell’orfanella: ha fatto bene Moira Walley-Beckett a sbarazzarsi degli stereotipi da romanzo per l’infanzia. Chiamatemi Anna dell’assortimento di personaggi del libro della Montgomery (l’orfanella avida d’amore, due fratelli rinchiusi nella loro solitudine, un villaggio un po’ ottuso e pettegolo) ha assorbito lo stretto necessario alterando gran parte dei contenuti e restituendo un volto più umano e reale. Talvolta al limite dell’impossibile ma vero: il vecchio Matthew Cuthberg (l’attore R. H. Thomson, strepitoso, vincitore di un Canadian Screen Awards per l’interpretazione) nella scena d’apertura dello show ripreso a cavallo mentre si affanna alla ricerca dell’orfanella; la protagonista che salva una casa dal fuoco grazie alla sua erudizione; mentre nel finale di stagione 1, la showrunner ha fatto accomodare due imbroglioni nella serenità domestica di Green Gables facendo rizzare i capelli ai suddetti fan. Un autentico colpo di stato. Tutti preoccupati? Manco per idea. Il secondo ciclo della serie è ripartito proprio da lì e da un’improbabile febbre dell’oro infittendo una matassa narrativa ormai senza più imbarazzo nei confronti della scrittrice canadese. Neppure quando, tra i personaggi inventati di sana pianta, Moira Walley-Beckett si è concessa la libertà di introdurre un uomo di colore di origini caraibiche, Sebastian Lacroix (l’attore Dalmar Abuzeid), e lo ha affiancato al compagno di avventure Gilbert Blythe (Lucas Jade Zumann), storico nemico-amico di Anne.

chiamatemi anna, stagione 2, recensione, moira walley-beckett, amybeth mcnultyUna delle magie post-letterarie definitive prodotte da questa seconda stagione si vedrà però soltanto alla fine, ed è roba da teneroni: il timido Matthew Cuthberg, ancora lui, in piedi davanti a un uditorio di concittadini mentre difende la “diversità” come valore per il progresso e il futuro delle giovani generazioni dell’isola. E tutto per salvare dal licenziamento l’insegnante progressista Muriel Stacy (Joanna Douglas) ritenuta una “rovina famiglie” e quindi pericolosa per l’educazione da impartire ai figli di Avonlea. La palma d’oro alla diversità andrebbe in realtà concessa a un altro personaggio della serie mai esistito nel romanzo: l’adolescente Cole (Cory Gruter-Andrew) che fa coming out ed è costretto a lasciare la famiglia per vivere una nuova vita da artista in città. Quello dell’omosessualità è stato il tema principe durante questa stagione e ha innervosito non pochi estimatori del romanzo anche se la controversia non è nuova, ma fa già parte di terreno di ricerca tra gli studiosi della scrittrice, tra i quali spiccano Laura Robinson e la ben più erudita Irene Gammel, autrice di numerosi saggi tra cui Looking for Anne of Green Gables (St. Martin’s Press, 2008) sulla genesi del romanzo.

Rispetto alla passata annata, Walley-Beckett si è occupata dell’episodio iniziale e della “appassionata” season finale, supervisionando il lavoro di una squadra tutta femminile di scrittrici, che va ad aggiungersi alle registe Amanda Tapping e Helen Shaver, e alla costume designer Anne Dixon, grazie alla quale la serie ha guadagnato un rigoroso affresco storico basato su attenta documentazione dei modi di vestire sull’isola Principe Edoardo alla fine del XIX secolo. Affiancata dalla produttrice Miranda de Pencier, che nel 1985 recitò nel fortunato Anna dai capelli rossi per la Tv canadese nel ruolo dell’antipatica Josie Pye, la creatrice dello show Netflix quest’anno ha voluto accentuare l’attualità dei temi restando cautamente in disparte rispetto al romanzo. Anche quando sembrava disposta a restare nei paraggi (la famosa scena della rappresentazione en plein air della Lady di Shalott da Alfred Tennyson), il cambio di rotta improvviso ha trovato sempre e comunque alternative affatto disprezzabili. Su tutte l’introduzione del personaggio di Sebastian Lacroix, creato non per convenienza narrativa ma per rispondere precisamente alle esigenze documentarie e realistiche della serie dopo aver scoperto particolari storici autentici sulla segregazione delle comunità di colore sull’isola Principe Edoardo di due secoli fa.

Energetica Anne Shirley, è dunque l’aggettivo più consono che questa seconda stagione si è scelta. Congeniale anche alla sua protagonista. Pur con tante battute a disposizione dal romanzo, la showrunner ha preferito attingere alla personale ironia mettendo in bocca alla ragazzina slang un tantino ruffiano (“Intesi! Più che intesi!”) e monologhi esemplari per una sognatrice di professione come Anne Shirley con occhio di riguardo verso il libro a lei più gradito: Jane Eyre, fonte di citazione dei titoli degli episodi. Quasi una magnifica ossessione, nei momenti belli e in quelli difficili vissuti all’orfanotrofio. In mezzo a tanta effervescenza è stato mantenuto un pizzico di amarezza giusto per far capire alla ragazzina di non essere sempre al centro del mondo.

Come già Stranger Things, anche Chiamatemi Anna ha dovuto attendere un po’ prima di ricevere semaforo verde da Netflix per una seconda stagione e già ora è partita la campagna promozionale sul profilo Instagram dell’autrice per affrettare i tempi della terza. Iniziate a novembre 2017 le riprese della serie si sono protratte per otto mesi a Toronto, dove si trovano gli studi con gli interni, e sull’isola Principe Edoardo con i suoi meravigliosi paesaggi. Soddisfatti i fedelissimi dello streaming e silenziata la concorrenza dell’altra Anne of Green Gables di questa stagione (il Tv Movie The Good Stars trasmesso su CBC e interpretato da Ella Ballentine e Martin Sheen), sono davvero pochi i nostalgici, o meglio i kindred spirits, che proprio non hanno digerito il Moira Walley-Becketttouch. Dall’alto della loro devozione, un rimprovero: il binge-watching è il meno “poetico” dei modi per assaporare le avventure dell’orfanella dai capelli rossi.

Mario A. Rumor

 

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