Prima dei Vendicatori, a salvare il mondo dalla distruzione c’era lei, Captain Marvel. Il film di Anna Boden e Ryan Fleck è un buon origin story che aggiunge ancora più benzina sul fuoco in attesa dello scontro finale. Brie Larson sostiene con forza e talento un personaggio che sarà cruciale nell’universo narrativo della Marvel, non solo in termini narrativi, ma soprattutto ideologici.

Non è una storia come le altre. Le ragioni in realtà vanno persino oltre l’esperienza cinematografica. La prima è perfettamente rappresentata dall’intro che accompagna un film di Marvel Studios. Non ci sono i soliti eroi che in questi 10 anni hanno divertito e legato un pubblico sempre più ampio. A sostituirli è il super-eroe che ha reso possibile tutto questo. Se non ci fosse stato Stan Lee, non ci sarebbero stati gli Avengers, Thanos, gli X-Men, l’Uomo Ragno, e, non per ultima, l’eroina al centro di questo nuovo capitolo della MCU, Captain Marvel. A seguito di questo omaggio toccante al papà della casa delle idee, il racconto non ci mette moltissimo a entrare dritto al punto. Il film ci mostra subito una ragazza, Verse, tormentata da un sogno che non le permette di dormire. Lei però cerca che questa serie di immagini in loop non interferisca sul suo addestramento. Yon-Rogg, del resto, è stato molto chiaro su questo: non lasciare che le emozioni si mettano in mezzo, perché la mancanza di lucidità non sono indebolisce il corpo e la mente quando si è in missione, ma porta a una perdita del controllo delle proprie forze.

Verse infatti, oltre ad avere il sangue blu dei Kree, possiede delle abilità che la rendono straordinaria, ma per usarla, bisogna prima essere capaci di gestire le emozioni. Una delle prove che dovrebbero attestare la riuscita della sua lunga formazione è una missione della Starforce in un pianeta a rischio. In quell’occasione, però, un gruppo di Skrull, infiltrati grazie alla loro capacità di mutare il proprio aspetto e l’organismo complessivo, riesce a catturarla, tentando di analizzare la sua mente allo scopo di trovare alcune informazioni su una misteriosa arma. Quei ricordi cominciano ad affiorare a pezzi in un puzzle che ha bisogno di essere assemblato. Dalla donna che l’assilla nel sogno iniziale, alla presenza di una ragazza sconosciuta che la scorta verso un aeroporto militare, la memoria di Verse comincia a viaggiare in un passato che non riconosce.

Da qui Captain Marvel comincia il suo vero decollo, che può essere letto in vari modi: un’ascesa sociale, politica; una crescita personale e intima, alla scoperta della sua frastagliata identità. Nel primo caso, non c’è dubbio che il personaggio di Carol Danvers, interpretato da una Brie Larson in gran spolvero, rappresenta un inno femminista che si aggiunge a un’altra grande figura comparsa però nel fronte DC: Wonder Woman. L’aspetto però interessante che Marvel Studios re-introduce è quello di inserire un tassello fondamentale nella sua lunga storia in attesa che tutti i nodi si riuniscano nel capitolo conclusivo. È accaduto in passato con Black Panther, che, nel raccontare le origini di un personaggio nuovo e ideologicamente ben definito, pone le basi per ciò che accadrà in futuro. Wakanda, oltre a essere al centro del suo film, diviene inoltre il fulcro dello scontro tra gli Avengers e l’esercito di Thanos in Infinity War.

Lo stesso ruolo (anche se con qualche interrogativo da sciogliere aspettando End Game) lo ha il personaggio di Captain Marvel, che nel lungo percorso durante gli anni ’90, porta il pubblico ad apprendere alcuni eventi che hanno visto protagonisti due storiche icone dello Shield: gli agenti Nick Fury e Phil Coulson, o, per essere più chiari, i Vincent Vega e Jules Winnfield di casa Marvel (la citazione non è per niente casuale). Il film, negli innumerevoli riferimenti ai classici di quel periodo da Top Gun al Terminator di James Cameron, è apprezzabile soprattutto per com’è stato sviluppato il soggetto. Non si ferma solo all’esaltazione (legittima e sacrosanta) della figura femminile nei confronti dell’uomo. Gli unici per altro a uscirne intatti sono solo i due personaggi sopracitati, che in questo film li vediamo notevolmente diversi dai precedenti episodi, e non è un discorso di computer grafica. Ecco, Captain Marvel in alcuni punti va oltre questo concetto, abbracciando uno dal valore universale come la famiglia e il senso di giustizia. Non è scontato, visti i soprusi e le difficoltà mostrate nei lunghi flashback durante l’arco narrativo che potrebbero portare la gente a vendicarsi. Eppure la forza interiore e la consapevolezza della protagonista, che l’ha spinta sempre a rialzarsi nonostante tutto, va oltre la questione di genere avvicinandola a un personaggio trasversale e indispensabile, visti i tempi che corrono.

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