Black Panther si conferma come il più politico dei film Marvel. Peccato però che un plot che non brilla per originalità e l'eccessiva durata finiscano per appiattire quello che sulla carta doveva essere un film d'azione. Gli artigli della Pantera Nera graffiano poco, meglio i villain. Buoni spunti, ma il risultato è leggermente deludente.

Come conciliare il cinema della blaxploitation con le esigenze di un cinecomic? Come bilanciare la rabbia giovanile di Spike Lee con le politiche mainstrem disneyane? L’obiettivo, prima cercato e poi trovato, di Ryan Coogler era la realizzazione di un film Marvel dedicato al primo supereroe nero creato da Stan Lee e Jack Kirby nei lontani anni ’60: Black Panther.

Il cinecomic con protagonista Chadwick Boseman appare poco o nulla allacciato alle precedenti (ma pure alle future) pellicole dello shared universe della Casa delle Idee. In compenso è incredibilmente connesso alla politica globale così come ai recenti casi di cronaca internazionale. Prende avvio da un ghetto di Oakland nel lontano 1992 per raccontare un dramma dinastico in tre atti – incoronazione, caduta e ritorno della Pantera Nera del Wakanda – dagli echi shakespeariani assai deboli, specie se confrontati col primo Thor di Kenneth Branagh.

La morte improvvisa di re T’Chaka – ucciso in un attentato nella sede delle Nazioni Unite mostrato in Captain America: Civil War – avvia l’iter per la successione al trono, che si consuma per mezzo di una lotta fra aspiranti sovrani delle tribù wakandiane che vede vittorioso T’Challa, figlio del regnante ucciso. La nuova monarchia è però minacciata dallo spregevole Killmonger – villain dalle interessanti sfumature col volto di Michael B. Jordan – alleatosi con il trafficante di vibranio Ulysses Klaue di Andy Serkis. Riuscirà Black Panther a riportare il sereno nell’ipertecnologico stato del Wakanda?

Regia e cast “all black” al servizio di un film che è allo stesso tempo riscatto ideale di una comunità bistrattata nel corso dei secoli (“Come pensi se li siano procurati, i tuoi antenati?”, chiede Killmonger al curatore d’arte di un museo poco prima di rubare alcuni manufatti wakandiani) e riflessione accalorata sia sulla geopolitica del passato che sull’operato attuale dei leader mondiali. Se il prezioso vibranio assurge a metafora rovesciata del colonialismo (una risorsa naturale di cui l’uomo bianco non ha conoscenza), l’isolazionismo wakandiano offre spunti di lettura interessanti.

black panther, recensione, chadwick boseman, ryan cooglerCon Black Panther la Marvel esce con coraggio da quella comfort zone che gli ha assicurato in questi anni facili consensi e incassi da capogiro. Nel film di Coogler, infatti, l’ironia latita. Ciò non rende però la pellicola vulnerabile. I problemi sorgono non tanto dalla mancanza di gag esilaranti, piuttosto da un utilizzo non esaltante dell’azione, mai veramente coinvolgente. Dopo un’inizio promettente – una scena notturna nella giungla e il rito tribale con cui si assegna il trono – le sequenze action si dimostrano alquanto fiacche. Non brillano neppure CGI ed effetti speciali (alcuni fondali sono davvero grossolani).

Più in generale, il film soffre terribilmente l’eccessiva durata e la presenza di numerosi personaggi, molti dei quali alla lunga risultano sacrificati. È il caso proprio del protagonista T’Challa, solo lontano parente della Pantera Nera ammirata in Civil War. Tranne che per la riuscita sequenza nel casinò coreano – che ricalca, per atmosfere e svolgimento, quella bondiana di Skyfall – Boseman appare sottotono, privato di quella verve che gli aveva consentito di mettersi in evidenza nel film dei fratelli Russo. Michael B. Jordan dona invece carisma ad uno dei villain più riusciti del Marvel Cinematic Universe: il suo Killmonger coniuga le spinte politiche di un leader deciso ad armare l’oppressa comunità nera con le rivendicazioni personali di un wakandiano di sangue reale cui è stato negato il passato.

In un cast a prevalenza afroamericana, curiosamente sono i “bianchi” Andy Serkis e Martin Freeman ad aggiudicarsi le migliori performance, il primo grazie ad un villain sopra le righe, il secondo nei panni dell’agente della CIA Everett Ross, personaggio che assicura brevemente al film un’incursione nelle spy story stile 007.

Nonostante le premesse, però, Black Panther si dimostra un cinecomic piatto, decisamente politically correct (pure troppo), impegnato in un dibattito politico che alla lunga sfianca il divertimento. Per i più attenti, non sarà difficile cogliere i continui rimandi al cartoon disneyano Il Re Leone. La Pantera Nera di casa Marvel, però, non graffia lo schermo allo stesso modo.

Emanuele Zambon

 

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