Krasinski costruisce il suo film con disarmante semplicità, dimostrando di possedere una consapevolezza del mezzo superiore alle prove registiche del passato e una maturità che gli permette di decidere come e quando calibrare tensione, aspettative e colpi di scena.

È un film che ti sfida quello di John Krasinski. Mentre ti fissa dallo schermo sembra quasi dirti: sei capace di startene in silenzio? Ne va della vita, magari non la nostra, ma quella dei personaggi ritratti dall’altra parte. A Quiet Place – Un posto tranquillo, campione di incassi in America e autentica sorpresa della stagione, evoca precisamente luoghi silenziosi e idilliaci, riprodotti però con micidiale perfidia da Krasinski. Il quale scrive e dirige, tenendo per sé anche il ruolo del padre. Il fattore sorpresa è sconcertante, non si ha il tempo di trarre le conclusioni. Piomba addosso allo spettatore come la natura emblematica della pellicola: una storia in cui se provochi il minimo rumore finisci ucciso da misteriose creature dotate di udito sensibilissimo.

In particolare, A Quiet Place racconta della famiglia Abbott che Krasinski ha composto con cura per il suo film portandosi dietro la moglie (vera) Emily Blunt e scegliendo tre ragazzini che sembrano di primo pelo sul grande schermo ma non lo sono: Noah Jupe, Cade Woodward e Millicent Simmonds, appena scoperta in La stanza delle meraviglie. Giorno dopo giorno gli Abbott continuano a sopravvivere in un mondo forzatamente costretto al silenzio. Camminano scalzi su tappeti e sentieri di polvere bianca che attutisce ogni loro movimento. Durante un’escursione in città per recuperare alcuni farmaci, il più piccolo dei tre bambini si fa sentire facendo accorrere una delle creature. Non finisce bene. Trascorre un anno e la situazione non è cambiata: alla normale sopravvivenza, il capofamiglia ha per la testa nuove preoccupazioni dopo la morte del figlioletto: dalla gravidanza della moglie ormai giunta al termine al rapporto traballante con la figlia maggiore sorda che si ritiene responsabile della morte del fratellino. Su una parete di casa l’uomo ha raccolto ritagli di giornale e informazioni per capire meglio come affrontare le creature. Ma al momento brancola nel buio.

a quiet place un posto tranquillo, john krasinski, recensione, emily bluntDietro il sottile piacere di dettare le regole di comportamento sullo schermo, che a loro volta tengono in scacco lo spettatore, John Krasinski non inventa niente di nuovo. Benedetto da una sceneggiatura, scritta assieme a Bryan Woods e Scott Beck, in cui viene fornito il minimo indispensabile di battute da recitare e a comandare è l’imposizione del dito indice premuto sulle labbra, l’attore-regista recupera scenari narrativi già ampiamente noti, il mondo post-apocalittico, e lascia intendere, più che in altri film del genere, quanto essi siano spaventosamente silenziosi dopo la caduta della civiltà umana. Lasciando in piedi poche vestigia tecnologiche (la radio), in A Quiet Place racconta e ti costringe a “subire” il silenzio del mondo per poi scoprire che nel suono si nasconde la chiave per affrontare le misteriose creature. Soltanto la musica di Marco Beltrami funziona da contrappunto alla dittatura del silenzio e se ne infischia delle regole – altrimenti che film horror sarebbe senza?

Krasinski costruisce il suo film con disarmante semplicità, dimostrando tuttavia di possedere una consapevolezza del mezzo superiore alleprove registiche del passato e una maturità che gli permette di decidere come e quando calibrare tensione, aspettative e colpi di scena. Nell’elogio del sussurro trova il modo di svelare le psicologie dei suoi personaggi, grazie anche a dialettica ridotta. Basta una scena, in mezzo alla natura, ascoltando il fragore di una cascata, per arrivare a destinazione. Nella semplicità paradossale di un’opera così ambiziosa e a suo modo scaltra, non eccede in spiegazioni, soprattutto in merito alle orride creature, ma lascia che i suoi personaggi si evolvano e si addentrino, come noi, in quel silenzio carico di angoscia, prendendosi finalmente la rivincita nel finale con un pizzico di volatile sarcasmo che sfreccia veloce sul volto di Emily Blunt.

Mario A. Rumor

4

Buono

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