Il Tunnel Dell’Orrore, un classico da riscoprire

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Tra le proposte home video dell’estate di Midnight Classics, dopo l’imperdibile Carrie – Lo Sguardo Di Satana di Brian De Palma e il super cofanetto L’Armata Delle Tenebre di Sam Raimi, è ora disponibile una limited edition a tre dischi in Blu-ray di un classico anni 80 assolutamente da recuperare. Si tratta de Il Tunnel Dell’Orrore – The Funhouse (1981) di Tobe Hooper, il film che doveva far cambiare idea il pubblico sul regista dopo l’exploit scioccante di Non aprite quella porta (1974). Un film ambientato in un luna park che anticipò di un anno l’uscita di quel Poltergeist (1982) prodotto da Steven Spielberg che i più maliziosi considerano di fatto una pellicola realizzata per interposta persona: l’horror che proprio Steven avrebbe tanto voluto girare. Il tunnel dell’orrore ha impiegato un po’ di tempo a ritagliarsi il meritato posto nell’olimpo dei cult, oggi Eli Roth vorrebbe addirittura realizzarne un reboot, e questa uscita di Koch Media e Midnight Classics rappresenta un bagno nel cinema horror del tempo che fu tutto dalla parte del genio di Hooper come regista, dal momento che un intero disco del cofanetto è occupato dal corto The Heisters, girato nel 1964, e dall’inedito Eggshells, primo vero lungometraggio diretto nel 1969. Entrambi vengono presentati restaurati in alta definizione; tra i contenuti extra del cofanetto inoltre si segnalano: un booklet, commenti audio e numerose interviste al regista Hooper, all’attore Kevin Conway, al compositore John Beal e al produttore Mark L. Lester.

I protagonisti de Il tunnel dell’orrore sono i classici adolescenti del cinema americano anni 80 con l’aspetto spudorato di ventenni: Amy, Buzz, Liz e Richie. Giunto il luna park in città, i quattro hanno la brillante idea di fermarsi oltre l’orario di chiusura e di restare chiusi dentro il tunnel dell’orrore. Ma qui assistono a un delitto, si appropriano di denaro altrui e presto scopriranno che assieme a loro in quella attrazione si aggira un orrido mostro assassino. La limited edition di Midnight Classics presenta il film in due versioni: la versione italiana e la versione uncut. I fortunati nostalgici che frequentavano le prime videoteche ricorderanno il divieto ai minori di 18 anni che campeggiava sulla fascetta della videocassetta a noleggio, rendendola – a seconda dell’età anagrafica – un miraggio da vedere sottobanco oppure uno di quei miti dell’horror da assaporare a ogni costo, come già altre pellicole vietatissime: da L’Esorcista a Venerdì 13. Il film di Hooper ancora oggi, nonostante trent’anni di cinema horror gli siano scivolati accanto e sebbene all’epoca non abbia ricevuto sostegno da parte della stampa, mantiene un fascino tutto particolare; per gli estimatori del regista rappresenta in primo luogo un piccolo pezzo di cinema da non liquidare con troppa fretta come “il solito film horror”.

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L’incipit del film, d’altronde, è un chiaro omaggio a Psycho (1960) di Alfred Hitchcock e a Halloween (1978) di John Carpenter. Un omaggio, quasi parodico, su cui il regista aveva rimuginato a lungo, insicuro del fatto se inserirlo davvero oppure no, conscio della sfacciata similitudine di inquadrature e clima tensivo. Eppure i primi istanti de Il tunnel dell’orrore tutto sono tranne che una banale scopiazzatura. Perfino i più riottosi osservatori hanno quasi subito annoverato la pellicola di Hooper tra i suoi lavori visivamente più affascinanti (gli azzeccati e inquietanti titoli di testa, il formato in cinemascope usato per la prima volta, le scenografie allestite dal premio Oscar Mort Rabinowitz e la fotografia di Andrew Lazslo). I quattro protagonisti, tra cui spicca un’urlatrice di prim’ordine, Elizabeth Berridge, attrice sconosciuta all’epoca nei panni della protagonista Amy e che ritroveremo poi in Amadeus di Milos Forman, sono la perfetta incarnazione degli sventurati adolescenti del cinema horror del periodo. Lo slasher qui è al crepuscolo, i nuovi adolescenti sono già in attesa degli incubi di Wes Craven in Nightmare – Dal profondo della notte, ma di certo non stanno a guardare. Adolescenti ovviamente destinati al macello, con ben poche probabilità di sopravvivenza, che agiscono e combattono; magari soltanto colpevoli di comportarsi come i classici teenager del cinema dell’orrore americano, sempre preda della sessualità o di azioni sconsiderate. Motivi più che validi per trovare la morte in un horror. Tranne l’eroina Amy che al conflitto finale ci arriva suo malgrado infilandosi in un epilogo intonato perfettamente allo stile secco e senza fronzoli di Hooper.

Tobe Hooper aveva sempre sognato di realizzare un film sui luna park e il circo (la frase di lancio è sublime cinismo: “Pay To Get In. Pray To Get Out!”). La proposta di fare Il tunnel dell’orrore gli arrivò poco tempo dopo aver concluso quella mezza delusione chiamata Salem’s Lot per la Warner, uno dei pochi romanzi di Stephen King tuttora considerati impossibili da portare dignitosamente sullo schermo. Per Hooper l’occasione equivale a dare una direzione diversa al suo status di filmmaker dopo il grande successo di Non aprite quella porta, pellicola che aveva lasciato un segno indelebile nel pubblico e i cui temi (una famiglia distorta che si impiega a dare il peggio di sé in una catena apparentemente infinita di crimini e atrocità) tornano anche nel Tunnel dell’orrore. Il successo del film gli aveva inoltre dato la possibilità di avvicinarsi a William Friedkin, grazie al quale era stato approntato un vantaggioso contratto di tre film per la Universal che tuttavia si risolverà in un nulla di fatto. Hooper se ne restò infatti per qualche tempo negli studios conoscendo un sacco di gente, ma senza toccare una macchina da presa.

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Il tunnel dell’orrore portava la firma dello sceneggiatore Lawrence Block e, cosa alquanto singolare, fu deciso di realizzare un romanzo tratto da quello script, con la pellicola in fase di realizzazione, da affidare a uno scrittore non ancora famoso: Dean R. Koontz. Nel booklet curato da Manlio Gomarasca e Davide Pulici incluso nel cofanetto si legge: “Koontz ricorda che a motivarlo ad accettare la proposta furono sia la sfida che essa comportava (‘Trasformare una sceneggiatura in un vero romanzo, sarebbe stato interessante e impegnativo’), sia, soprattutto, il compenso molto generoso. Il materiale che il copione forniva era buono ma sarebbe bastato sì e no per coprire il 20 per cento di un romanzo. Koontz cominciò così a strutturare i personaggi che agivano nella sceneggiatura, a creare per ciascuno un background, una storia dettagliata, un passato, sviluppando una trama che avrebbe condotto tutte le pedine del gioco verso il Luna Park dove sarebbero culminati gli eventi”.

Avendo un minore nel cast (il fratellino di Amy, l’attore Shawn Carson, che in seguito si sarebbe affezionato a ruoli analoghi in Il Villaggio Maledetto e Qualcosa Di Sinistro sta per accadere), il regista Hooper non poteva in alcun modo girare a Los Angeles per non contrariare il sindacato attori che vietava ai minorenni di girare di notte. Per tale ragione optò per la costa Est degli Stati Uniti, dove la restrizione non vigeva. Le riprese le effettuò in Florida, negli Ivan Tors Studios, presso i quali era stata girata la serie Tv Flipper. Immediata la scelta di lavorare con il direttore della fotografia Andrew Lazslo, di cui ammirava l’uso dei colori, e l’impiego di Rabinowitz come art director: è lui l’autore della facciata dell’attrazione in esterni e suoi gli interni del tunnel ricreati negli studios in Florida. A dare “volto” alla creatura ci pensarono Rick Backer e Craig Reardon (con l’aiuto del giovane Rob Bottin), autori del make up indossato dal mimo Waybe Doba. Tra gli attori, superlativo Kevin Connelly nella sua interpretazione del violento Barker; e l’attrice Sylvia Miles nei panni della zingara cartomante.

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Mario A. Rumor

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