A volte ritornano

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Con Sono Tornato, la sua nuova commedia nei cinema dall’1 febbraio, il regista Luca Miniero pone agli italiani la domanda più scottante e provocatoria di tutte: “Se Mussolini ricomparisse all’improvviso sull’attuale scena mediatica italiana, come verrebbe accolto dai nostri connazionali?” Agli spettatori l’ardua e divertente sentenza.

Intervista a Frank Matano: Matteo Guizzardi

Intervista a Luca Miniero: Alessandro Scola

Guess Who’s Back? Indovina chi è tornato? La spiazzante domanda che apre una celebre hit di Eminem rappresenta l’emblema perfetto dei tempi in cui viviamo. Un’epoca fatta di stranianti remake e revival a tinte spesso inquietanti. Reiterazioni che ci spaventano ma che forse non sorprendono nemmeno più di tanto. Sarà perché tutti ormai ci sentiamo preparati agli eterni ritorni e alle beffe del destino. Ed è con questo paradosso, più attuale e scottante che mai, che si misura Luca Miniero – già regista di commedie di successo come Benvenuti al Sud, Benvenuti al Nord, Un Boss In Salotto – nel nuovo film Sono Tornato, una commedia distopica e straniante che immagina la seconda venuta di Benito Mussolini sulla scena contemporanea. Il film, remake dell’originale tedesco Lui è Tornato di David Wnendt (dove il ritorno in questione era quello di Adolf Hitler sulla scena mediatica e politica della Germania degli anni 2000) è stato scritto insieme a Nicola Guaglianone (Lo Chiamavano Jeeg Robot, Indivisibili), prodotto da Indiana Production con Vision Distribution e ha come protagonisti Massimo Popolizio nei panni di Benito Mussolini e Frank Matano nel ruolo del regista Canaletti. Una pellicola che si muove tra l’ilarità che suscita il personaggio visto come parodia di se stesso e l’inquietudine che nasce di fronte alla sua capacità di guadagnarsi ancora un seguito.

FRANK MATANO

Un film così doveva per forza prediligere una chiave di lettura particolare e originale per raccontare il nostro peculiare microcosmo italico e la sua propensione a lasciarsi sedurre dalle ideologie di ieri e di oggi. Ecco perché nel cast, oltre ad attori di lungo corso come Massimo Popolizio nel ruolo del Duce e Stefania Rocca in quello di manager di un gruppo televisivo, spicca un outsider come Frank Matano, comico dalle doti versatili e poliedriche che ha cominciato la sua carriera come youtuber di successo, pubblicando scherzi caustici sul suo canale video, e si è poi ritagliato un ruolo da celebre giudice di Italia’s Got Talent, per poi approdare alla recitazione. Un copione, quello di Sono Tornato, finitogli tra le mani quasi per caso e dal quale è rimasto subito stregato, come racconta lui stesso. “Avevo visto la versione tedesca di Lui è Tornato con Hitler, e mi era piaciuta tantissimo. Così dopo alcuni mesi, quando ho ricevuto una chiamata in cui mi volevano come giornalista nella versione italiana del film, ho subito detto sì, senza quasi leggere la sceneggiatura”.

E sul suo personaggio, il regista mitomane Canaletti, ironizza: “È uno strano, per certi versi uno sfigato, uno che pensa di sapere delle cose, ma che ha anche tantissima voglia di fare. E questa occasione che gli si presenta – l’avere incontrato questo pazzo identico a Mussolini – lo galvanizza, lo fa diventare matto, lo convince a cercare di farne un film per vincere premi importanti”. Nato da padre italiano e madre statunitense, Francesco ‘Frank’ Matano ha in qualche modo la giusta distanza per osservare e raccontare i paradossi del nostro Paese e il suo costante rischio di ritorno ai populismi che rappresenta il centro narrativo del film di Miniero. Populismi che “non se ne sono mai andati”, spiega lui, “sono solo cambiati i metodi. Anzi, oggi è più facile far passare un’ideologia politica attraverso dei titoli di giornale, perché ormai nessuno approfondisce più o legge con la dovuta attenzione le notizie. La gente non sa bene statisticamente come funzionano le cose, se una cosa sia vera o no, cosa sia bufala e che cosa fake news. Ed è questa una delle cose che rendono questo film così attuale”.

Per il suo personaggio, Matano ha attinto dalla sua cerchia di conoscenze, ispirandosi a persone conosciute. “In particolare al mio amico Antonio Caputo, un giornalista locale che è molto stiloso ed è anche molto buffo, – ha dichiarato – lui ha questo candore e questa purezza che mi colpiscono sempre e mi piaceva l’idea di trasportare queste caratteristiche nel mio personaggio”. Le premesse di Sono Tornato sono talmente forti e spiazzanti che le riprese del film hanno coinvolto il pubblico ignaro arrivando a simulare delle vere e proprie candid camera. Un terreno sul quale Matano ha avuto gioco facile proprio grazie alla sua esperienza da veterano di scherzi e sketch da reality tv (per anni è stato anche inviato delle Iene). “Siamo andati tra la gente che non sapeva nemmeno stessimo girando un film, – rievoca lui – e lì la mia esperienza mi è tornata utile per evitare che scattassero timidezza e vergogna davanti a persone ignare. In questi casi, se sei allenato è molto meglio”. Ma gli italiani, viene da chiedersi, saranno pronti a un film del genere? “Io penso proprio di sì, – rassicura lui – e sono davvero curioso di vedere come reagiranno”.

Tra le cose che l’hanno più colpito sul set, Matano annovera proprio l’incontro con Massimo Popolizio. “Era davvero impressionante come riuscisse ad accendere e spegnere, tra uno stop e l’altro, Mussolini, – racconta – si trattava di uno spettacolo continuo perché lui entrava e usciva dal personaggio con una fluidità sbalorditiva, ho imparato tanto da lui, sia lui che Miniero mi hanno insegnato davvero tanto”. Tra cortocircuiti squisitamente contemporanei e continui riferimenti ai paradossi della moderna comunicazione politica, Sono Tornato costruisce una girandola di situazioni esilaranti e capaci di far riflettere. Come la scena in cui, addirittura, Canaletti/Matano apre un account email a Mussolini per ampliarne la portata comunicativa. “Ti immagini come reagiresti a una email ricevuta da Mussolini in persona? – sghignazza il mattatore di YouTube – Io non so come andrebbe a finire, magari mi finisce direttamente nello spam, oppure non so se nemmeno riuscirei a leggerla”. Ciò sul quale Matano non ha dubbi è la validità di un’operazione come un remake per un film così. “Questo è proprio uno dei rifacimenti che ha senso fare, perché non stai copiando quello che è stato già attuato ma ne usi la struttura e lo scheletro idea per raccontare un personaggio come Mussolini che ha caratteristiche completamente diverse da Hitler”.

Ma qual è il trucco di Frank per essere politicamente scorretto? Semplice: “Politicamente scorretto è chi ha una forte opinione e cerca un modo ironico per dirlo, se parliamo di commedia devi avere una visione personale e capire dove si trova e come si attiva il cortocircuito che ci fa ridere”. Se Sono Tornato è decisamente un film ‘politico’, il protagonista Matano non si sente però ancora pronto per veicolare messaggi troppo impegnati o seriosi, anzi ci tiene a fare presente come il suo impegno nel film sia consistito nel mettersi totalmente al servizio della sceneggiatura di Guaglianone e della regia di Miniero. “In questo film mi limito a interpretare: il mio obiettivo è far ridere, anche perché qui Italia non mi sento ancora pronto per commentare politicamente o fare satira, si tratta di una linea molto sottile e ci vuole più preparazione”.

E sui nuovi progetti: “Sto conoscendo persone stupende che ogni tanto mi dicono: ‘Senti questa idea’. Se mi piace la faccio senza pensarci troppo, vediamo se avrò o avranno altri nuove idee che mi piacciono, e allora le farò, io voglio divertirmi”. Inutile negare che oggi Frank Matano ha un punto di forza proprio nella sua versatilità e nell’esperienza multiforme che lo fa sfuggire alle categorie e alle etichette: “Mi fa piacere avere più connotazioni in base al tipo di pubblico che mi segue, questo può essere un lato positivo. Per chi ama Italia’s Got Talent sono un giudice, per chi mi segue su YouTube sono uno youtuber. L’unica ricetta è saper scegliere le cose che ti piacciono davvero, oppure non le farai mai bene e con sincerità”. E il messaggio che invia agli italiani è la necessità di essere propositivi e costruttivi nei confronti della politica. “Se diciamo che tutto è merda dove andiamo a finire? Ognuno deve fare la sua parte e contribuire a portare un punto di vista utile e costruttivo”.

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LUCA MINIERO

Sono Tornato è un progetto che, lungo il percorso, ha permesso di sentire il polso della gente, di percepire un umore rivelato a cuore aperto, cosa che a volte succede con più facilità davanti a un evento inatteso. “Per girare il film abbiamo incontrato persone vere, che reagivano in modo vero alla presenza di un personaggio travestito da Mussolini, e devo dire che le reazioni per me sono state forse la parte più interessante perché, al di là della parte di finzione del film, questa sezione documentaristica mi ha riconciliato con gli italiani, nel senso che ho visto un Paese confuso nei confronti della politica e con una grandissima umanità”, racconta Luca Miniero a proposito della lavorazione. “Per cui anche quel razzismo che potevo pensare che in questo momento facesse parte del DNA degli italiani l’ho molto contestualizzato, cosa che i politici fanno poco. Mi sono reso conto che nasce probabilmente da una confusione, da una paura, da una incapacità di gestire la cosa pubblica, che sono suggestionati dal sistema dei media. Capita raramente di andare a sentire le opinioni, e raramente capita di farlo per un film. Chiedere agli italiani quali siano i problemi oggi, soprattutto se lo fa Mussolini, può essere molto sorprendente”.

Girare una scena, mettere il pubblico a confronto con un personaggio che non ci si aspetta di incontrare, può produrre una reazione straordinaria. Quasi come condurre, senza averne la specifica intenzione, una sorta di sondaggio. “Sì, però con la capacità di aprirsi che hanno le persone di fronte a una maschera. All’inizio c’è la risata o la contestazione, che pure abbiamo avuto, ma dopo un po’ la gente dimentica di avere di fronte un attore travestito da Mussolini e pensa che sia lui in persona”. Un film girato in parte sul set della strada, a contatto con persone reali, pone gli attori stessi in un ruolo differente, un confronto diretto col pubblico degno del teatro. In queste circostanze scegliere il cast può diventare ancora più cruciale, ma certi ruoli sono fin da subito immaginati per qualcuno di preciso.

“Il film è un adattamento di una pellicola tedesca che riguardava Hitler [Lui È Tornato, ndr]. Il nostro è una forma nobile di adattamento, è un remake particolare, in quanto il personaggio cambia, cosa che non accade spesso. Il nostro Mussolini non è Hitler, ma diciamo che fondamentalmente il film nasce, lavorando insieme a Nicola Guaglianone e ai produttori di Indiana Production, avendo in testa già l’immagine di Massimo Popolizio, grande attore della sua generazione, uno dei più grandi che abbiamo, molto popolare in ambito teatrale. Massimo, Nicola e io abbiamo cercato di raccontare un personaggio che non fosse semplicemente uno stereotipo, ma nemmeno così vicino al personaggio storico, che in qualche modo lo interpretasse, ma per dargli più verità, non meno. E devo dire che, pur somigliandogli fisicamente grazie alle protesi, Massimo Popolizio è riuscito a consegnarci le sfumature di un Mussolini odierno, quindi di un personaggio di fantasia: perché nessuno può pensare che Mussolini oggi torni davvero”. Miniero ha lavorato insieme a Popolizio per preparare una propria versione del personaggio, col regista che per puntare la performance in una certa direzione ha fornito all’attore un’indicazione in particolare: pensare a una persona e non a un personaggio.

“Francamente era anche un rapporto che nasceva in ogni scena e che Massimo aveva chiaro in mente perché, pur studiandoci entrambi tutti i discorsi di Mussolini, spesso a bassa voce per evitare che il vicino di casa potesse pensare che stessimo impazzendo, ci siamo comunque rifatti all’originale, ma l’originale come dittatore era molto meno credibile del nostro. Questo è paradossale, no? Quindi abbiamo cercato di dargli una maggiore pericolosità rispetto a ciò che era il Mussolini pubblico, perché quello dei discorsi era un uomo che cercava il consenso. Se guardiamo per esempio il Mussolini Ultimo Atto di Lizzani, lì c’è una figura molto più intima, molto diversa da quella dei discorsi pubblici”. Per narrare questa storia così particolare e paradossale si è scelto un registro ben preciso, quello della commedia, approfittando delle sue peculiarità in relazione alle tematiche trattate, a dispetto del fatto che il genere attraversi una fase difficile. “La commedia è in crisi, lo sappiamo tutti, in qualche modo lo vediamo. È in crisi perché ormai è un genere enorme, comprende troppi film, poi ci sono quelli che vanno male e quelli che vanno bene. Credo che in questo caso specifico la commedia sia riuscita a mettere quella distanza rispetto al personaggio e al tema del fascismo, per evitare una deriva retorica e ideologica, che ovviamente lascia il tempo che trova perché la condanna che la storia ha esercitato nei confronti del fascismo non è parte di questo film, dovrebbe essere già parte degli italiani. Quindi il film non vuole ricollocare il fascismo in una dimensione storica, ma vuole semplicemente mostrare come il populismo oggi potrebbe essere la prossima minaccia, come già in America”.

La filmografia di Miniero non è nuova alla commedia, ma il regista napoletano considera questa sua opera qualcosa di piuttosto differente all’interno del suo percorso. “Nei miei film in qualche modo è sempre presente un substrato sociale. Alcuni film sono riusciti meglio, altri meno bene, ma in generale in tutti c’era l’ambizione di cercare di raccontare non tanto i sentimenti degli italiani, quindi non tanto puntando al realismo quanto alla metafora, a situazioni che potessero essere in qualche modo anche sociali. Benvenuti Al Sud per me è un film politico, che in qualche modo affonda molto più di quello francese nelle pieghe del conflitto nord-sud, chiaramente in modo molto comico. Oppure Un Boss In Salotto, che racconta in commedia lo straripare della mafia al nord. C’è sempre un’occasione sociale che però è piegata a fini comici. In questo caso invece credo che, in effetti, col racconto storico, e con questo personaggio, la finalità comica sia importante ma non unica, e dunque il film vuole più che altro essere sincero nel raccontare le nostre paure, poi fa anche ridere. Io penso che i registi in Italia facciano spesso lo stesso film, come anche gli attori. Questo all’estero non accade. Là è il film, la sceneggiatura che detta i tempi, le tematiche”.

Una differenza di mentalità, due modi di fare cinema che Miniero collega a due motivazioni molto concrete, relative al contesto in cui si sviluppano le cinematografie dei vari Paesi. “Credo che in un mondo con un’industria cinematografica più sviluppata si rischi di più. In una situazione come la nostra, con la gente che fa fatica ad andare in sala, si rischia di meno, quindi soluzioni collaudate vengono preferite a delle avventure. Detto questo penso che il fatto di non rischiare, anche economicamente, nell’investimento pubblicitario fa sì che non riusciamo a uscire da questa stagnazione. Però sono ottimista, magari questo dipende anche dalle serie tv. Prima o poi se ne uscirà, perché penso che il racconto cinematografico abbia qualcosa che le serie non hanno”. Anche l’elemento della provocazione a volte può essere importante in un film, ma per Miniero si tratta solo di una possibilità, non della meta a cui tendere.

“Penso che la gente abbia bisogno di una chiamata, quindi la satira e la provocazione possono essere questa chiamata. Ma film come Quasi Amici sono titoli che non usano questo gancio, eppure hanno avuto grande successo. Anche Benvenuti Al Sud in parte ne faceva a meno. Penso che ormai serva sempre di più avere dei concetti che si facciano notare, però spero che un film possa essere qualcosa che va al di là della semplice provocazione e in qualche modo tira lo spettatore dentro un racconto, che secondo me rimane il motivo per cui andiamo al cinema”. In ogni caso realizzare un film richiede sempre un alto livello di impegno, e Sono Tornato non fa eccezione, specialmente per quanto riguarda un aspetto specifico strettamente legato all’idea di base. “Ogni film è molto complesso da realizzare. Di questo forse il pubblico si rende poco conto, ma si tratta di un viaggio che non sai dove ti porterà. In questo caso penso che la difficoltà sia stata quella di conciliare la trama con la parte documentaristica, con le risposte che non potevamo prevedere da parte della gente in alcune interviste che sono nel montaggio finale, e che sono state conciliate con i colori, se non proprio con le linee narrative, della parte di fiction. Conciliare i linguaggi, grazie a tutti quelli che hanno lavorato al film, è stata la sfida più interessante e anche quella che lo rende diverso dagli altri che ho fatto”.

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