Velocità massima consentita

stefano accorsi, made in italy, intervista, radiofreccia, riko, a casa tutti bene

Da Made in Italy di Luciano Ligabue fino a A Casa Tutti Bene di Gabriele Muccino, Stefano Accorsi è tornato sul grande schermo “a tavoletta” dopo
l’enorme successo di Veloce come il vento. L’abbiamo intercettato per una chiacchierata esclusiva su film, motori e…ossessioni.

Testo Matteo Guizzardi

In Made In Italy, una frase pronunciata dal tuo personaggio, Riko, sembra già destinata a diventare un mantra generazionale: “Non fartelo andare bene, perché è un attimo farsi andare bene qualunque cosa”.
È sicuramente una frase cruciale, e ce n’è anche un’altra, pronunciata in questo caso non da Riko ma dal personaggio di Carnevale: “Cambia te, invece di aspettare i cambiamenti”. Sono due frasi che in un certo qual modo si parlano e che contribuiscono a dare il senso del film.

Ma chi è Riko?
Un uomo che sta attraversando un momento non facile: è sposato da tanti anni, con Sara, con cui ci sono dei problemi. Anche al lavoro, un lavoro che ha cominciato presto, la situazione è delicata. E così, Riko si trova a quasi 50 anni a non riconoscersi più in un Paese che è cambiato. Si trova insomma in una situazione in cui uno comincia a farsi tante domande sulla sua vita. E quello è il momento in cui inizia il film, quella frase Riko la rivolge a suo figlio, Pietro, ed è una realtà che gli risuona dentro, profondamente. Perché, sia chiaro, è più facile abituarsi alle cose che non ci vanno bene. Lottare per la propria felicità è invece più difficile, e anche più impegnativo emotivamente, poi magari ci darà più soddisfazioni, ma all’inizio rimane il passo più difficile da fare. Bisogna sforzarsi quindi di abituarci, piano piano, solo alle cose che ci fanno veramente bene.

Verrebbe da chiedersi, provocatoriamente: chi voterebbe, Riko, alle prossime elezioni?
È difficile a dirsi, nel senso che anche Riko sente di far parte di una categoria che oggi non ha più un’identità forte come in anni passati, una categoria che prima votava in modo anche abbastanza automatico per un partito piuttosto che un altro. Oggi non è così facile, c’è molto astensionismo… non mi sento di rispondere a questa domanda per Riko in un momento così delicato. Riko è un personaggio che se vuol dire una cosa la dice, se non vuole no. E non voglio dirla io al suo posto, anche perché le parole che Luciano sceglie per raccontare i suoi personaggi, o che fa dire ai personaggi, sono sempre molto significative. E poi nei film di Luciano i ‘non detti’ raccontano tantissimo, a volte ancora più di ciò che viene effettivamente detto.

In che modo?
Raccontano i rapporti tra personaggi che si conoscono da una vita e tra i quali non c’è bisogno di dirsi tante cose. Tutto questo fa parte del mistero di questi personaggi, ed è un mistero che non voglio rimuovere, per rispetto a Riko e al film.

Con questo film hai riabbracciato Ligabue dopo 20 anni e un film insieme, mentre con A Casa Tutti Bene sei tornato a collaborare con Gabriele Muccino dopo 8 anni e due film assieme. Quali differenze ti hanno lasciato questi due ritorni?
Naturalmente ci sono differenze, perché si tratta di due registi diversi, ma devo dire che ho trovato sia Luciano sia Gabriele in grandissima forma. Per quanto riguarda Luciano, è un privilegio avere la possibilità di lavorare con un regista che ha fatto l’ultimo film – Da Zero A Dieci – addirittura 16 anni fa. È una cosa rara. Vuol dire che è tornato a filmare una storia che gli sta a cuore, che sentiva la necessità di raccontare. E poi Luciano riesce sempre, partendo da un caso specifico, a raccontare qualcosa che ha a che fare con l’essere umano in generale. È un suo talento.

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E con Muccino?
Trovo che Gabriele sia al massimo della sua forma. È come se dopo l’esperienza americana avesse trovato il perfetto equilibrio tra la sua poetica e un linguaggio cinematografico incredibilmente raffinato. Da questo punto di vista, è il regista più evoluto che conosca: solo lui è in grado di orchestrare questi lunghi piani sequenza con tanti attori in scena – nel nostro caso eravamo addirittura diciotto, spesso nella stessa scena – con una fotografia costruita e pensata alla perfezione, con movimenti di macchina sempre cinematografici, con la sicurezza che, se qualcosa succede in scena, è perché deve succedere in quel modo e non ha bisogno di altre sottolineature o di orpelli particolari. Con lui ti rendi conto che il grande schermo è ancora… grande. Trovo fantastico, in un’epoca in cui la produzione televisiva ha creato nuovi standard, spesso ahimè di minore qualità per far fronte ai minori mezzi a disposizione, avere a che fare con un regista che usa la fotografia e la macchina da presa in uno specifico ancora così puramente cinematografico.

Quest’anno ricorre il 20esimo anniversario di Radiofreccia. Che cosa ricordi di quell’esperienza?
Ricordo un set più unico che raro. Siamo stati accolti a braccia aperte da Correggio, il paese di Luciano, che ci ha adottati, tutti sentivamo di stare facendo qualcosa di speciale. Abbiamo soggiornato per tanto tempo, tutti insieme, in un hotel poco fuori Correggio, si usciva sempre la sera, è stata una di quelle esperienze davvero indimenticabili.

È vero che sul set c’era anche un cane soprannominato Calmabbello, come ha rivelato il tuo collega Roberto Zibetti alias Boris?
[Ride] Sì, me lo ricordo! Ricordo anche che tutti noi attori ci facemmo fare delle magliette con frasi dedicate, per esempio quella che pronunciava sempre il fotografo Chico De Luigi (“Pronti, un attimo per favore”), da dare a Luciano. Un giorno, durante un take del film, mentre giravamo una scena in radio, abbiamo cominciato a toglierci le camicie di scena per rivelare le magliette e regalargliele. Penso che la Fandango abbia ancora da parte quel take.

Sarebbe perfetto per arricchire, magari con filmati di backstage, gli extra di un’edizione speciale per i vent’anni del film.
Magari, purtroppo sono rimasti pochi materiali video girati nel backstage. Gli archivi erano infatti custoditi nel furgoncino della troupe, che però fu rubato. Anzi, vorrei fare un appello, a vent’anni di distanza. Chi rubò il furgoncino, lo tenga pure ma almeno restituisse quei preziosi materiali d’archivio.

C’è un film che consideri una svolta nella tua carriera?
Radiofreccia rimane un film importante per me, come pure Le Fate Ignoranti, ancora oggi tante persone mi scrivono per quel film. Ma devo dire che, se dovessi scegliere, direi L’Ultimo Bacio, anche per l’impatto mediatico che ebbe.

Nei film di Ozpetek hai contribuito a portare in scena tematiche come quelle della famiglia allargata sui generis, in Veloce come il vento e Radiofreccia ti misuri con temi come la dipendenza. Un attore secondo te vive anche di ‘ossessioni’, di temi ricorrenti che senti il bisogno di esplorare durante la tua carriera?
Tutti i progetti che hai citato sono film ai quali ho tenuto tantissimo, e ho voluto farli in un certo modo, perché sentivo una corrispondenza con il mio modo di essere e di raccontare. Quindi sì, quando un attore può scegliere, fa sicuramente anche questo tipo di percorso.

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In Veloce come il vento, Loris vince quella gara finale?
Sì ha vinto quella gara, ha distrutto la macchina ma la gara l’ha vinta.

L’auto in questione è una Peugeot 205 Turbo 16, una vera icona!
Quella è una macchina straordinaria, mitica per chi ama il rally.

Non è il primo film in cui il tuo personaggio sfascia auto di valore. In Radiofreccia, il protagonista ne brucia addirittura due.
[Ride] Qui forse c’è qualcosa in Luciano… non voglio anticipare niente, ma anche in Made in Italy c’è una macchina che fa una brutta fine…

A cosa è dovuto, secondo te, il successo di Veloce come il vento?
Premetto che un limite del cinema italiano è la sua incapacità di portare con credibilità su schermo l’adrenalina dello sport. Vale per esempio per il calcio, e pensiamo a quanto questo sport sia popolare in Italia. E sicuramente anche per l’adrenalina del tracciato automobilistico. Ecco, il merito di Matteo Rovere è quello di essere riuscito a raccontare questa dimensione, renderla credibile su pellicola, e questo perché ha messo in primo piano le emozioni dei personaggi.

Ricordi ancora il tuo primo provino?
Era estate, e io lavoravo al mare, come bagnino. Mia madre venne a sapere che Pupi Avati cercava attori. Io all’epoca volevo già fare l’attore, frequentavo la scuola di teatro Galante Garrone di Bologna. Mi chiamarono a questo incontro che si tenne proprio lì, nella scuola, e incontrai Pupi e la produzione. Giorni dopo squilla il telefono di casa, rispondo io, era mattina, non c’erano cellulari, speravo potesse essere la chiamata di Pupi e infatti era proprio lui. Convocò me e un altro attore con cui avevo fatto il provino, e quando ci siamo presentati lui ha esordito: “Ho preso le due persone che hanno fatto il provino più bello e il più brutto”. E poi, guardando me, ha detto: “Tu non hai fatto quello più bello”. Queste sue parole mi hanno aiutato, perchè era un modo che lui aveva di dirmi “Stai calmo perchè poi è un attimo crederci troppo, non ti montare la testa”. E devo dire che la fortuna di fare un primo provino e di venire preso ti dà una grande carica. Il film, Fratelli e Sorelle, l’abbiamo girato a Davenport, in Iowa, e da lì è cominciato tutto.

Se i tuoi figli vorranno perseguire la tua stessa carriera, cosa dirai loro?
Sarò contento a patto che lo trovino davvero appagante, perchè qualunque mestiere uno faccia, qualunque percorso intraprenda, è dura, in qualunque settore. L’unica cosa che ci può aiutare tanto nei momenti difficili è la passione per quello che facciamo, quindi l’imperativo è fare qualcosa nella quale si crede il più possibile. La mia preoccupazione sarebbe dunque che se scelgono questo mestiere sia un vero desiderio e non una scelta di default. E quello che ripeto sempre loro è che c’è da lavorare tanto, a volte magari loro vedono il risultato di tanti anni di lavoro senza rendersi conto di tutto l’impegno che c’è stato dietro.

C’è un insegnamento trasmessoti dai tuoi genitori che non hai mai dimenticato?
Io credo che gli insegnamenti veri, quelli profondi, non derivino tanto da grandi frasi… Mi viene piuttosto da citare una grande verità pronunciata da Umberto Eco: “Diventiamo quello che nostro padre ci insegna nei tempi morti, quando non si preoccupa di educarci”. Secondo me è vera, perché i bambini percepiscono l’essenza delle persone in modo naturale e non hanno bisogno di grandi frasi. Nel mio caso comunque, ho ereditato dai miei, in particolare da mio padre, un certo senso dello humor e un certo senso del dovere.

C’è un supereroe che ti piacerebbe portare in scena al cinema?
Sono da sempre un fan di di Spiderman, ma se dovessi scegliere ora opterei per l’Iron Man di Robert Downey Jr. A tutti, preferisco però gli antieroi, in questo senso il mio preferito è proprio Loris De Martino. Questi sono eroi che non lo sono, ma che lo diventano per altri motivi, per altre strade. Per esempio io sono ancora affezionato al grande cinema di Sergio Leone in cui non c’erano eroi, c’erano uomini che a un certo punto erano quasi costretti a compiere azioni, che a volte erano anche eroiche. Ecco, io mi identifico con uno di loro.

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