Questione di artigli

Questione di artigli

I cattivi rubano la scena? È perché non hanno avversari all’altezza. Ecco lo spazio sugli eroi che non si lasciano fregare da nessuno. Su questo numero arriva Wolverine, il personaggio di Hugh Jackman nei film e negli spin-off degli X-Men.

Testo Alessandro Scola

Ora più che mai, dopo che Hugh Jackman pare aver chiuso definitivamente coi basettoni e con gli artigli fieramente portati per tanto tempo sul grande schermo, il suo Wolverine rappresenta una sorta di patrimonio nel panorama blockbuster, e in modo particolare tra i cinecomic. Un eroe di cui per quasi vent’anni abbiamo seguito il percorso verso la sua vera natura, emersa completamente solo nell’ultimo film, il bellissimo e feroce Logan, diretto da James Mangold. Quanto tempo e quanta energia per uscire dal seminato degli episodi corali e dai limiti del rating! Quanta strada ha fatto il nostro Wolverine, affermandosi non solo come il supereroe più legato a uno specifico attore, ma anche come la vera riscossa delle icone dei comics con superpoteri ‘low budget’. Perché alla fine, con così tanti supereroi in giro al cinema e non, i poteri che li rendono super non servono più a distinguerli ma rischiano invece di uniformarli. Molti somigliano a divinità, e tutti rischiano di somigliarsi tra loro. Quello impersonato da Hugh Jackman invece è un eroe letale che in realtà brilla per una relativa debolezza, interagendo con un gruppo di mutanti che sfoggiano capacità di incalcolabile portata: chi controlla gli elementi atmosferici, chi manipola ogni forma di metallo a suo piacimento, chi legge la mente delle persone, chi è in grado di congelare ogni cosa che tocca…

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E Wolverine? Ah sì, lui ha gli artigli. Va bene, ha anche una longevità anomala e un fattore rigenerante estremamente sviluppato, ma sono poteri da centrocampista, nulla di appariscente, nulla che comporti massicci innesti di effetti visivi. Sono invece presupposti per un cinema d’azione e avventura vecchia scuola, girato per lo più dal vero, concreto e solido: insomma, avvincente. Le sue sono prerogative che gli permettono più che altro di essere ferito più crudelmente e insistentemente degli altri. Non spara raggi devastanti dagli occhi. Eppure è il più graffiante (!) tra gli X-Men, il più memorabile, e uno dei personaggi più popolari dei fumetti di tutti i tempi: un leader nato che non ha bisogno di comandare su nessuno. Meno è meglio, e Wolverine è lì a dimostrarlo. È cinema fantastico con la bussola ancora ben funzionante, una di quelle figure che ci ricordano di essere umani anche nell’approcciare le storie più fantasiose, di tenere i piedi per terra, di non esagerare se non quando è strettamente necessario e utile alla buona riuscita del racconto. Per il resto, il Wolverine di Jackman è anche un grande intrattenitore, che dice le parolacce nel modo più divertente e che non scorda mai quel po’ di necessario senso dell’umorismo. L’attore australiano è stato perfetto nel ruolo fin dall’inizio, facendo sempre più suo il personaggio col passare degli anni e dei film, liberandolo un po’ per volta da tutti gli stereotipi del cinema mainstream e recitando in uno degli adattamenti di un fumetto meglio riusciti, Logan appunto, una presa di posizione che lo stacca dalla media del genere. Tanti auguri a chiunque si troverà a raccogliere il testimone, se e quando sarà.

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