Miglior Film (L’Ora Più Buia): l’uomo al potere

Col mondo sull'orlo di una guerra, un uomo si accese un sigaro e affrontò Hitler a muso duro. L'epopea di Churchill così come appare ne L'Ora Più Buia.

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Testo Ian Nathan

Ha impiegato più di un anno a perfezionare la voce” sussurra il produttore Eric Fellner mentre Gary Oldman si avvicina al pulpito per un’altra ripresa, una trasformazione quasi totale per l’attore di South London, nascosto, ma non del tutto, dietro i molteplici strati di trucco. Come una macchina del vento che si accinge ad andare a pieno regime, la moltitudine di comparse che costituiscono i membri del parlamento inizia una serie di applausi e interruzioni, lanciando palle di carta in aria. Vengono gradualmente riportati alla calma. Mentre la macchina da presa sale verso l’alto, l’attore britannico, senza dubbio uno dei migliori, percorre ad ampie falcate la Camera dei comuni vestendo i panni di quello che probabilmente è il miglior Primo Ministro che il Regno Unito abbia mai avuto. Inizia a pontificare, con ostentazione, cambiando il corso della storia. “Dovremo dare battaglia… sulle spiagge…” Pausa teatrale. Oldman-Churchill si gira sui tacchi, un arzillo politico di 65 anni immerso nell’urgenza del momento, un attore che interpreta un attore sul palcoscenico più grande che ci sia: “Dovremo combattere… sulla costa”. “Ti fa venire la pelle d’oca, – dice un estasiato Fellner – Gary ha imparato a memoria ogni battuta del copione”.

È il gennaio del 2017 e siamo ai Leavesden Studios nell’Hertfordshire, dove la celebre camera è stata ricreata in modo impeccabile secondo le specifiche di allora (sarebbe stata ampiamente rimodernata dopo i danni da bombardamento). A due passi da qui c’erano una volta i corridoi di Hogwarts, lungo cui Oldman si è conquistato un posto nel cuore di Harry Potter, nei panni dell’altruista Sirius Black. In qualche modo è lo stesso uomo. L’Ora Più Buia è a pochi giorni dal completamento, e il leggendario grido di battaglia di Churchill è stato intenzionalmente lasciato alla fase finale della produzione. Il regista Joe Wright voleva che tutti percepissero l’urgenza della storia. Working Title, la compagnia di produzione che ha saputo proporre sul palcoscenico internazionale una sensibilità british raffinata e varia, pensava all’idea di un film su Churchill da anni. Non ci poteva essere soggetto migliore – il pezzo da novanta dell’identità inglese, una delle figure più riverite e, allo stesso tempo, fraintese di tutti i tempi. Una cosa peraltro più facile a dirsi che a farsi. “Il problema con personaggi incredibili di questo tipo, – sospira Fellner – è che la portata delle loro vite rischia di essere troppo grande”.

Come potevano sperare di catturare il carisma di Winston Leonard Spencer- Churchill: l’avventuriero aristocratico che aveva partecipato alla seconda guerra boera e alla prima guerra mondiale, in seguito cresciuto in stazza ed entrato in politica, che aveva cambiato per due volte schieramento, era stato esiliato dal governo, e si era guadagnato un Premio Nobel per la Letteratura con le sue notevoli biografie prima di tornare, nel momento del bisogno, a salvare il mondo? Come si poteva pensare di offrire un ritratto sincero di un uomo del genere? Solo George Washington ha ispirato più biografie. E una serie di film TV, interpretati da attori come Albert Finney e Robert Hardy hanno fatto un ottimo lavoro, anche se forse un po’ scontato, nel catturare i diversi aspetti della sua presenza nella seconda guerra mondiale. Brian Cox ci ha mostrato in maniera eloquente il suo lato più irascibile in Churchill dello scorso anno. Gli Anni dell’Avventura, un solido biopic del 1972 di Richard Attenborough, portò alla luce i primi incredibili anni. Fellner ammette che inizialmente erano in difficoltà: “Non sapevamo su cosa puntare. Avevamo sviluppato una serie TV, ci stavamo lavorando, ma non arrivavamo a niente”.

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Churchill attendeva sul suo piedistallo in Parliament Square. E poi, dal nulla, Anthony McCarten, che aveva decifrato con successo la vita di Stephen Hawking in La Teoria del Tutto, ha proposto la sua interpretazione del ‘British Bulldog’. Lo sceneggiatore neozelandese era rimasto affascinato dall’idea del ‘Churchill oratore’. La grandezza e complessità dell’uomo potevano essere raffigurate attraverso i tre discorsi chiave che fece durante un periodo di quattro settimane nel 1940. Mentre la British Expeditionary Force si accalcava sulla spiaggia di Dunkerque in attesa dei soccorsi – curiosamente, dal punto di vista cronologico, L’Ora Più Buia fa contemporaneamente da prequel e sequel del contendente Dunkirk – Churchill fresco di elezione doveva affrontare un’enorme pressione interna per cercare un accordo con la potenza di Hitler. “Quello che ho cercato di mostrare, – spiega successivamente Oldman, con i suoi tipici tratti da londinese del sud che emergono da guance che hanno fatto la storia – è come questo uomo fosse profondamente convinto, sapeva che quel mostro andava contrastato. Non poteva pronunciare quelle parole, gli si bloccarono in gola: ‘Mi arrendo; farò un accordo con Hitler’. Ecco, per me quella fu l’ora più buia”.

Fu un impulso che avrebbe portato in ultima analisi alla vittoria. Dopo risultati altalenanti in film di genere (Hanna è un film brillante, Anna Karenina sperimentale, Pan un po’ sconcertante), Wright era di nuovo sulla piazza in cerca del tipo di big drama che lo aveva fatto conoscere – magniloquente, incentrato sulla recitazione, british, e un po’ sovversivo. Una robusta educazione maturata in quel di North London aveva fornito a Wright gli elementi fondamentali alla base del mito di Churchill e lui stesso aveva fatto una discreta quantità di ricerche sull’evacuazione delle truppe a Dunkerque per Espiazione. “Ma non avevo osservato la storia dal suo punto di vista, immagino”. Intende dire nel quadro d’insieme, dove migliaia di vite sono sacrificate in base alle decisioni di uomini tracagnotti dalla voce sofisticata in stanze immerse nell’ombra. Della sceneggiatura di McCarten la cosa che più lo aveva colpito era come rendesse Churchill più umano, rivelando i suoi dubbi, i difetti, i momenti d’ira e i futili battibecchi, i momenti di depressione nera e il brillante umorismo. Un uomo che ha commesso tanti, tanti errori ma che, quando il suo Paese lo ha chiamato, non ha avuto esitazioni.

“Era facile in prospettiva vederlo come uno che pensava di avere sempre ragione e che non si metteva mai in dubbio, – dice Wright – ma non era un profeta, era un uomo valido, e in questo senso viene da ammirarlo ancora di più”. La domanda cruciale, ovviamente, verteva su chi avrebbe potuto infondere vera vita a questo antieroe per antonomasia. Visionando la valanga di filmati esistenti (Churchill aveva un istinto molto moderno per la pubblicità), Wright ha visto un signore che possedeva “energia e intensità straordinarie e molto dinamiche”. Ecco perché ha pensato a Oldman. E come avrebbero risolto il non secondario dettaglio che fisicamente fossero due uomini agli antipodi? Il make-up si sarebbe occupato del problema. Più ci e pensava e più era convinto che i due avessero in comune la stessa energia, arguzia, talento e, più di ogni altra cosa, la stessa birbanteria. Dal punto di vista filmico, L’Ora Più Buia doveva traboccare dello spirito di Churchill. Assistiamo in parte agli eventi attraverso gli occhi della sua segretaria (Lily James), non siamo di fronte alla serie storico-drammatica Downtown Abbey, e nemmeno a qualcosa dalla moderna inclinazione letteraria come i precedenti lavori di Wright Orgoglio e Pregiudizio e Espiazione.

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E non è neanche un film di guerra nel senso tradizionale del termine – saltiamo brevemente di là dalla Manica per fulminei bombardamenti in computer grafica, ma il film è legato alle vicende di Churchill. “Dovevamo necessariamente fare qualcosa di diverso, – insiste Fellner dando un’occhiata alla Camera dei comuni in una luce che ricorda il colore del brandy, quello buono – e spero che alla fine ci saremo riusciti, perché la parte centrale sarà un tour de force. Questo è un tour de force di un tour de force”. L’idea di strutturare un intero film attorno a una singola – e in questo caso anche singolare – personalità è quello che affascina Wright in quanto cineasta. “Pensate a come esprimere l’esperienza di vita di una sola persona”, dice. Si è fatto la reputazione di essere un regista molto capace nell’indirizzare gli attori nel migliore dei modi. “A volte le persone pensano che recitare abbia a che fare con una sorta di magica alchimia, che entri in gioco qualche misterioso incantesimo, – ride – ma quel tipo di magia può accadere solo se viene supportata da un metodo di lavoro efficace”.

Lui e Oldman hanno passato cinque mesi a preparare la parte insieme, soppesando il livello di humour, la tragedia a quello contrapposta, e a provare il make-up, parte fondamentale nel processo di creazione del personaggio. “Testavamo l’ultima versione del make-up, poi andavamo in una stanza provando a camminare e respirare nei panni di Churchill. Trovare il giusto respiro era fondamentale. Non doveva essere troppo rumoroso”. Hanno provato le battute con gli altri attori, alla ricerca di quello che Wright chiama il “ritmo musicale” delle scene. Con il ritmo, dice, arriva il senso delle cose. Quel giorno, congeda la troupe e analizza le caratteristiche della scena con il cast, alla ricerca della tensione drammaturgica, là dove si trovano i “crescendo”. “Può essere un procedimento piuttosto delicato”, ammette. Chiede sempre al proprio protagonista di fungere da “leader” e di prendersi cura del resto del cast. Oldman è stato un vero capitano, sia sullo schermo sia fuori. Wright è stato entusiasta dell’ottima intesa sviluppatasi tra la star e il resto del cast. Il rapporto tra Oldman e Kristin Scott Thomas, che vediamo nei panni della devota moglie e suo sostegno emotivo Clementine, è stato tenero.

C’è stato grande rispetto reciproco tra lui e Ben Mendelsohn, inflessibile come una statua di Re Giorgio VI. In una delle poche deliziose digressioni basate su fatti storici, assistiamo a una serie di incontri magnificamente bizzarri nell’ambito del rapporto poco stabile tra un monarca sospettoso e un capo di stato rozzo e maleducato – due attori e personaggi agli antipodi. Mendelsohn, nota compiaciuto Wright, è istintivo nello stile quanto Oldman è invece preciso e intellettuale: “È stato come guardare due maestri spadaccini tirare di scherma”. La cosa strana è che per tre mesi il regista non ha mai posato gli occhi sul suo attore protagonista. Ogni giorno Oldman si presentava sul set ore prima di chiunque altro, per sottoporsi al rigoroso procedimento di imbottirsi le guance ‘a là Churchill’; e a fine giornata era di nuovo lì, sulla sedia del makeup, a togliersi la maschera mentre tutti gli altri erano già sulla strada di casa. Il film è stato girato tra la fine del 2016 e i primi mesi del 2017, e durante la pausa natalizia Oldman è rimasto in Gran Bretagna, riluttante all’idea di lasciare che la sua forma mentis londinese venisse spazzata via dal sole di un esilio californiano. Si è presentato a mangiare il tacchino a casa dei Wright, e il regista si è trovato di fronte un uomo che faticava a riconoscere. Dieci anni più giovane e con trenta chili di meno.

Wright è ben consapevole che le imprese di Churchill sono state spesso sfruttate per sostenere un punto di vista nazionalistico, ma è sicuro che il suo film non abbia alcun fine politico in senso moderno. “Ci ho riflettuto molto, – dice – e alla fine ho scelto di resistere alla tentazione di mettere in risalto il significato del film alla luce della politica britannica contemporanea, e in generale della politica globale”. Prosegue dicendo che questo è un film che tratta in maniera specifica quello che hanno affrontato all’epoca e che chiede “tu che faresti in una situazione del genere”? Se poi il pubblico ritiene di leggerlo in chiave attuale, alla luce degli eventi contemporanei, sono fatti suoi. Tra i favoriti alla corsa per l’Oscar come Miglior Film, L’Ora Più Buia può essere visto meglio come una celebrazione della civiltà britannica in un senso più primordiale. Fellner, personalmente, ritiene assolutamente appropriato che lo stesso uomo che un tempo interpretò Sid Vicious – non a caso nel primo film del produttore, Sid & Nancy – oggi faccia le dita a V al sistema nei panni di Winston Churchill. “C’è un percorso in tutto questo che è straordinario”, afferma ridendo. “C’è sicuramente qualcosa di punk rock in Gary”, concorda Wright. C’è un momento che il regista ama molto e che arriva verso la fine, quando un trionfante Churchill, fatto cadere il metaforico microfono e con tutto il Parlamento in piedi ad acclamare il suo nome, esce a grandi passi dalla camera ed entra in guerra. “Gary ha dato a quel modo di uscire una sfumatura di spavalderia, – afferma Wright con piacere – un po’ South London, un po’ Sid Vicious”. Fatevi sotto.

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