Street Magic

Bright, david ayer, will smith, joel edgerton

David Ayer, regista di Suicide Squad, si riunisce con Will Smith in Bright, un mix brutale di orchi e poliziotti di fronte al quale Tolkien soffocherebbe con la sua pipa.

Testo Alex Godfrey

Bright è quasi concluso. Siamo alla fine di settembre 2017 e rimangono da inserire solo alcuni brani della colonna sonora; per il resto è tutto pronto per il lancio e il regista David Ayer, seduto nel suo ufficio di Silver Lake a L.A., circondato da un gruppetto di cani che abbaiano, è molto carico. Bright, un pastiche di generi da bollino rosso che mescola la grinta del LAPD con il fantasy di matrice tolkieniana, sembra aver raggiunto esattamente gli obiettivi prefissati, per cui il regista non nasconde la sua soddisfazione. E il suo ottimismo è fondato. Lo scorso gennaio, in risposta a un complimento ricevuto su Twitter per Suicide Squad, Ayer si è lasciato andare a un commento molto spontaneo: “Mi piacerebbe avere una macchina del tempo. Renderei il Joker il villain principale, e costruirei una storia più solida”.

Man mano che i suoi tweet procedevano, appariva sempre più chiaro quanto fosse rimasto ferito dai giudizi della critica al film, che aveva incassato 745 milioni di dollari al box office ma ricevuto un punteggio misero di 25% su Rotten Tomatoes, il famoso aggregatore di recensioni. Nel frattempo i rumour abbondavano; l’Hollywood Reporter parlò di “diversi responsabili del montaggio e numerosi tagli”. Per cui la domanda di Empire è stata: l’esperienza maturata con Suicide Squad ha avuto una qualche influenza sull’approccio adottato con Bright?

“Assolutamente sì, – ammette – perché con Suicide Squad mi sono davvero fatto le ossa, è stato un film imponente da realizzare ma allo stesso tempo un’esperienza molto difficile. Un’esperienza veramente tosta. Alla fine è diventata un po’ una faticaccia. È stato un successo finanziario incredibile, ma i critici mi hanno scorticato vivo, e quella è una cosa che fa paura, oltre che un gran male. Mi ha fatto perdere fiducia in me stesso, nella mia capacità di scrivere storie”. In risposta a tutto questo, era determinato ad applicare la lezione che aveva imparato.

“Sono molto orgoglioso di Bright, – dice – è la mia voce, è quello che sono io. Ed è stato meraviglioso ritrovare la mia voce”. Sarebbe interessante capire quando ha sentito di aver perso quella voce. Gli chiediamo se è successo quando sono arrivate le reazioni della critica, o già durante la produzione di Suicide Squad. Ayer rimane in silenzio alcuni secondi. “Devo essere molto cauto nel rispondere a queste domande, – dice alla fine, scegliendo la strada della diplomazia – se uno entra in banca e inizia a sparare all’impazzata a nome tuo, dopo la responsabilità è tua. Cos’hai intenzione di fare, quindi?”.

Scoppia a ridere, probabilmente per la follia di tutta questa faccenda. Bright è il progetto al quale Ayer si è dedicato subito dopo; e la sua intenzione era di fare il suo film. Con un budget di 90 milioni di dollari, è anche il più grosso film mai prodotto da Netflix, la creazione di un mondo in atto sia fuori sia dentro lo schermo, che esplora nuovi territori sia dal punto di vista creativo sia commerciale, un esperimento ad alto rischio. Qui niente è normale.

A OCCUPARSI DELLA SCRITTURA DI BRIGHT ha pensato lo sceneggiatore, nonché ragazzo prodigio, Max Landis. Le premesse sono che 2mila anni fa orchi, elfi, fate e centauri vagavano sulla Terra, poi ci fu una grande battaglia per il dominio del mondo da cui uscirono vincitori gli umani. Le altre specie furono integrate nella società, e oggi vivono in mezzo a noi, pagano le tasse e mangiano hamburger. Bright segue le vicende dello sbirro un po’ fuori di testa Daryl Ward (Will Smith) e del suo compagno dal cuore puro, Nick Jakoby (Joel Edgerton), il primo orco al servizio delle forze dell’ordine. Dopo aver incontrato la giovane e problematica elfa Tikka (Lucy Fry), i due entrano in possesso di una potentissima bacchetta magica che li rende bersaglio di chiunque la voglia per sé, incluso l’elfo Leilah (Noomi Rapace), la brutta bestia del film.

Bright, david ayer, will smith, joel edgerton

Al di là del fantasy, comunque, ci viene garantita un’esperienza senza filtri in puro stile Ayer. “Qui Frodo non c’entra proprio un cazzo”, sono state le parole di Landis a Collider dopo che la produzione era stata annunciata. Lo sceneggiatore adora il lavoro di Ayer, e per Bright si è ispirato in particolare al suo thriller drammatico sulla LAPD Training Day (scritto da Ayer e diretto da Antoine Fuqua) e End of Watch – Tolleranza Zero (scritto e diretto da Ayer). Nonostante lo script sia stato realizzato nelle sue corde – con addirittura una dedica sulla prima pagina – all’inizio Ayer ha avuto qualche esitazione. “Ho pensato: ‘Non c’è verso che mi metta a fare questo film’ – dice – era un altro poliziesco, e di film così ne avevo già fatti tanti. Poi però mi sono resto conto di essere l’unica persona in grado di farlo”.

A causa delle tue crescenti esperienze sul campo? “Esattamente! È un film che si posiziona a cavallo di quei due mondi: una storia basata su un’idea molto forte e piena di effetti speciali, e il thriller poliziesco crudo e realistico. L’opportunità di realizzare un film fantasy in maniera realistica rende tutto diverso. In genere questi film hanno un mood allegro e luminoso, molto orientato al PG-13, molto leggero”. Ansioso di tornare a lavorare con Will Smith, riprendendo un rapporto iniziato con Suicide Squad, per il ruolo di Ward ha immediatamente pensato a lui, e nel marzo 2016, dopo che Ayer aveva rivisto lo script, Netflix ha acquistato il progetto promettendogli ampia libertà creativa.

“Nessuna tattica da studio, – afferma Ayer – è davvero confortante poter lavorare in un ambiente in cui i registi ricevono così tanta fiducia e rispetto”. Ayer ha continuato a levigare la sceneggiatura. L’anno scorso Landis ha raccontato a Empire che Bright “si era un po’ allontanato” dalla sua versione iniziale della storia che parlava di fratellanza, e recentemente ha detto che Ayer ne ha fatto un film più grande, con “più esplosioni”. La risposta di Ayer è stata: “Le cose cambiano. Abbiamo solo sistemato la sezione poliziesca del film, correggendo e aggiustando la parte sulla LAPD. Confido che Max sia quello esperto di orchi”.

“BOOM, BOOM! KA-KA, BOOM!” Siamo a gennaio 2017, e Will Smith si aggira con circospezione sul set di un oscuro e malfamato appartamento presso i Center Studios di Los Angeles, impugnando un’enorme pistola e imitando i rumori degli spari. Ayer chiama “azione” durante una prova, e Smith fa esplodere alcuni colpi per davvero. Il team di Empire sta indossando delle cuffie con un segnale audio, ed è assordante. Sentiamo la voce spaventata di un membro della troupe, che sottovoce si lascia sfuggire un “porca puttana”. Accanto a Smith c’è Edgerton, infilato in un completo verde da orco. Lucy Fry, che interpreta l’elfo ferito Tikka, si aggrappa a una spalla di Edgerton mentre avanzano sgattaiolando, anticipando un attacco. Fry urla: “Stanno arrivando! Sparategli!”. Smith riduce in mille pezzi un muro e il mitragliare insistente dei colpi è ancora più esplosivo di prima.

Stavolta sentiamo l’uomo della troupe esclamare: “Per l’amor di Dio!”. Ayer è soddisfatto di questa ripresa, e allora Smith e Edgerton possono accomodarsi per incontrare Empire. È surreale mettersi a chiacchierare con un orco. Edgerton sente un prurito sulla faccia, ma a causa del makeup non riesce a grattarsela; in suo aiuto interviene Smith, e la cosa gli procura un certo sollievo. “Adoro l’assurdità di questo film, – ammette Smith a proposito di Bright – è come Training Day, un thriller sporco e cattivo, tosto e non per tutti, che incontra Il Signore degli Anelli. In questo film abbiamo a che fare con alcuni elfi veramente cazzuti”. I due si mettono poi a parlare dell’addestramento nel dojo cui li ha sottoposti Ayer. “Mi è piaciuto moltissimo”, dice Edgerton. “Beh, lui è una stramaledetta cintura nera!”, afferma Smith. Edgerton lascia correre, rispondendo con modestia di non aver più messo alla prova le proprie capacità dai tempi di Warrior, il film drammatico sull’MMA uscito nel 2011.

“Quella roba serve per creare un po’ di fiducia e spirito di squadra”, dice Edgerton a proposito degli allenamenti. “Certo! Quando tiri un calcio in faccia a qualcuno, diventate subito amici”, commenta Smith con una risata. Ayer, il veterano della Marina che oggi indossa un cappellino da baseball della US Submarine Service, dice la sua: “Serve solo a rafforzarli. Dico sempre: se vuoi conoscere di che pasta è fatto uno, allora colpiscilo in faccia con un pugno. Scoprirai molto della sua personalità”. Inoltre, prima di iniziare le riprese, Ayer ha mandato Smith e Edgerton con le pattuglie notturne della LAPD, perché assorbissero quell’atmosfera e sperimentassero la vera tensione che si respira nelle strade. “È stato davvero interessante vedere gli agenti bianchi di polizia in centro a Los Angeles, guardarli mentre interagivano con gli afroamericani e i messicani, – racconta Smith – è stata un’idea molto potente che mi ha permesso di capire meglio questo personaggio, e pensarlo dal punto di vista della LAPD”.

Bright, david ayer, will smith, joel edgerton

Edgerton ricorda un momento di particolare tensione: “Una notte ci siamo fermati per un controllo davanti a un condominio recintato, e c’era un gruppetto di tizi di una gang che se ne stavano lì attorno. Appena l’auto della polizia ha superato il cancello, uno di questi ha iniziato a correre. Allora i poliziotti si sono lanciati al suo inseguimento, e io e Will siamo rimasti da soli, seduti nel retro dell’auto, e intorno a noi 12 membri di una gang che ci chiedevano chi fossimo. In un batter d’occhio tutto quanto è diventato surreale e rischioso”. Lo scopo di questi giri di ronda era l’autenticità. Tutti gli attori hanno storie su quanto Ayer li abbia spinti a tirare fuori il massimo e cercare il realismo.

Nelle settimane precedenti l’inizio delle riprese, il regista ha trascorso del tempo con ognuno di loro mettendoli alla prova psicologicamente, spingendoli prima di tutto ad aprirsi in modo da costruire una fiducia reciproca, ma anche, come ci spiega Fry, per dare delle informazioni che lui potesse usare come ‘interruttori’ sul set. La prima volta che Noomi Rapace ha incontrato Fry è stato durante queste sessioni. “Eravamo seduti tutti insieme, e lei si è aperta completamente raccontando della sua vita, la sua infanzia, i brutti ricordi e quelli belli, cose di questo tipo”, ci spiega Rapace, a cui piace molto questo metodo.

“Si concilia molto bene con il mio modo di lavorare. Cerco sempre di confrontarmi con me stessa e usare me stessa. Anche in un personaggio come Leilah, che cova dentro di sé molta oscurità e violenza, riesco a trovare me stessa. Quand’ero più giovane, sentivo dentro di me un’esplosione di energia. C’erano momenti in cui mi infuriavo ed ero fuori di me, e la sola cosa che volevo fare era distruggere. Quando ti senti incompreso, scatti e diventi tipo ‘Aaaaaaarghhh!!! Uccido tutto quello che è contro di me!’ Dovevo tornare in quel luogo, quando volevo soltanto dare fuoco al mondo. Ecco, David voleva davvero che entrassimo in noi stessi e scavassimo in profondità”.

“Si tratta delle tecniche standard di recitazione, il metodo Stella Adler e Meisner, – spiega Ayer, minimizzando la questione – gli strumenti di cui dispone un attore sono la sua anima e la sua esperienza, per cui più lo conosco e so cosa prova dentro, più sarò in grado di aiutarlo con la sua interpretazione”. Per il suo provino finale, Ayer ha chiesto a Fry “di fare un esorcismo a Will Smith”, racconta l’attrice. “Solo per vedere come reagivo e quello che potevo fare. E Will si è prestato alla cosa”.

Smith ci è abituato: sembra che tra lui e Ayer ci sia un’intesa perfetta. “Hanno avuto modo di conoscersi bene durante Suicide Squad, e si capiscono al volo”, afferma il regista. “Adoro David Ayer, – dice Smith – ho lavorato con molti registi, e in pochi sono davvero riusciti a conquistarmi. Michael Mann [Alì] semplicemente mi capisce.Gabriele Muccino [Sette Anime] mi prende proprio. E per quanto mi riguarda, David Ayer rientra in quella famiglia di registi con i quali ti lasci completamente andare, mettendoti nelle loro mani. Amo il modo in cui funziona la mente di David. O come non funziona, in certi casi – ride – quella meravigliosa confusione”.

“NELLA MIA VITA HO FATTO MOLTE ESPERIENZE”, ci dice Ayer, che ha trascorso gli anni dell’adolescenza nella zona di South Central, a L.A. “Ho visto tante cose che registi nella mia posizione non hanno visto, esperienze che non hanno vissuto. Sono stato nell’esercito, ho vissuto per strada, situazioni di quel tipo. Tutto questo ti dà una prospettiva, e dei riferimenti su come rendere le cose realistiche”. Per ottenere l’autenticità materiale, Ayer ha spiegato a Netflix di voler usare come location per Bright proprio quelle strade di L.A. I produttori Bryan Unkeless e Eric Newman raccontano a Empire che Ayer aveva scovato i posti più disgustosi che ci fossero, dove il parametro da seguire era la sporcizia. “Più una location è lercia e nauseante, più lui è contento, – afferma Unkeless – ci siamo ritrovati a girare nel seminterrato dell’Olympic Hotel, che non è esattamente un posto dove consiglio di passare del tempo”.

Bright, david ayer, will smith, joel edgerton

“A meno che tu non sia un patito dell’eroina”, aggiunge Newman. “Sono i volti, le persone, il look, – spiega Ayer riguardo alla sua decisione di girare in questi luoghi – inserendoti in quell’atmosfera, riesci a percepire Will come un poliziotto di strada; e trattando gli elementi fantasy in questa maniera realistica, non fai fatica a credere che Joel sia davvero un orco”. Se qualcuno anni fa gli avesse detto che avrebbe diretto dei film su orchi ed elfi, la cosa l’avrebbe lasciato sorpreso? “Sì, – ride – mi sarei sorpreso, eccome. Ma c’è qualcosa di così gratificante nel creare un mondo! Perché questo è un film fantasy tra virgolette, offre la possibilità di esaminare molte dinamiche e questioni sociali sotto una lente più confortevole a quelle persone che, diversamente, non vorrebbero sentir parlare di certi temi”. Lui dunque vuole che la gente ascolti.

Bright parla molto di pregiudizio, tra i vari temi. Gli elfi, che rappresentano la classe benestante, siedono in cima alla gerarchia sociale; al secondo posto ci sono gli umani, mentre il gradino più basso è occupato dagli orchi, trattati con sospetto e disprezzo e sistematicamente presi a calci in culo dalla polizia. “È una storia che guarda ai problemi sociali che abbiamo oggi, come la vigilanza, il razzismo, la segregazione e la diversità, – ci spiega Ayer tra le varie riprese – questioni con le quali facciamo molta fatica a scendere a patti, soprattutto nella società americana. È una lente fantastica per guardare quei problemi, che potrebbe magari aprire un po’ più gli occhi a quelle persone con una visione del mondo meno progressista e più conservatrice”.

Le metafore sono chiare. “A nessuno importa niente della vita delle fate, oggi”, afferma a un certo punto il Ward di Smith, mentre schiaccia una bestiolina fatata con una scopa; ma è soprattutto con gli orchi che ce l’ha. Il personaggio di Ward era stato scritto per essere bianco. La scelta di Ayer di farlo interpretare da un afroamericano ha conferito alla parte un risvolto più scaltro e controcorrente: uno sbirro di colore e razzista. E questa è una novità, secondo Smith. “C’è una scena molto bella in cui un orco viene picchiato dalla polizia, e noi rimaniamo lì ad osservare quello che succede, – ci spiega – allora il mio personaggio chiede a Jakoby: ‘Sei un orco o sei un poliziotto? Ho bisogno di saperlo, adesso’. Sono presenti quindi delle sfumature molto sottili, ed è veramente interessante per me, in quanto afroamericano, stare dall’altra parte e rivolgermi così a chi mi sta sotto nella scala sociale”.

MOLTE COSE SONO SUCCESSE NEL MONDO da quando sono iniziate le riprese di Bright, con i notiziari americani che parlano di divieti d’ingresso e fiaccolate con torce di bambù. Con l’uscita del film a breve, come si sente Ayer rispetto alla tempestività di questo momento storico? “È una grossa occasione per accogliere il messaggio del film, – dice – sicuramente non è diventato irrilevante nel tempo, da quando il progetto è partito. In fin dei conti si tratta pur sempre di un film, fatto per intrattenere; ma se si riesce ad andare oltre e a realizzare qualcosa di importante… Wow! Esiste forse una motivazione migliore?” Il fatto poi che vada on air con Netflix rende questa opportunità ancora più grande, secondo lui. Al momento dell’intervista, non sa ancora se il lancio su Netflix sarà accompagnato anche da un’uscita nelle sale, ma la cosa non sembra preoccuparlo.

Empire gli chiede se è dispiaciuto all’idea che il pubblico possa non vederlo nei cinema, e lui risponde di no, come se la semplice questione fosse ridicola. “Questa cosa esploderà in tutto il mondo, – dice – è il più grande lancio di un film a livello mondiale che si sia mai visto. Qua si sta facendo la storia”. Cosa ancora più importante, David Ayer è più che altro felice di aver fatto un film di David Ayer, anche se zeppo di orchi e fatine. “Si tratta semplicemente di cercare d’essere una brava persona, sopravvivere in un mondo devastato e combattere con i propri demoni, – dice – ma questa volta, è una cosa personale”.

Bright, david ayer, will smith, joel edgerton

 

Leave a Reply

Your email address will not be published.

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>