Inchinatevi al re

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Black Panther è la prima pellicola mainstream su un supereroe afroamericano e potrebbe cambiare il cinema a fumetti per sempre.

Testo Terri White

Dopo che Ryan Coogler ha firmato per dirigere il film più importante della sua carriera, sua moglie ha insistito perché tornassero nel luogo dove tutto era cominciato, dove Black Panther era entrato per la prima volta nella sua vita. Per molti aspetti, infatti, la cosa era cominciata molto tempo prima, quando Coogler, ancora bambino, seguiva le orme di suo cugino di sette anni più grande, fan sfegatato di fumetti. “Leggeva di tutto, – ricorda Coogler – roba di Superman, della DC, della Marvel”. Una passione per i fumetti coltivata negli anni e ulteriormente nutrita anche dagli albi degli X-Men che comprava nel negozio davanti alla sua scuola primaria. L’appetito di Coogler per gli eroi della carta stampata non conosceva fine e chiedeva di più: quello che ancora non aveva avuto modo di apprezzare. “Andavo là dentro e speravo di trovare un supereroe che mi somigliasse, – ricorda – quindi un bel giorno sono andato a parlare direttamente con il tizio dietro al bancone e lui mi ha indicato Black Panther”. L’Uomo Fumetto dietro al bancone gli parlò a lungo delle differenti run di Black Panther che avevano in catalogo. E Coogler, che fino a quel momento aveva visto un solo personaggio di colore, Alfiere negli X-Men, rimase completamente sbalordito dalla serie che parlava di un re e supereroe africano.

“Voglio dire, era incredibile avere un tizio del genere con un fumetto pubblicato a suo nome in modo estensivo e con una storia alle spalle”. Solo qualche anno prima, ad avere una simile rivelazione nel campetto della scuola era stato il produttore esecutivo Nate Moore – colui che avrebbe chiamato Ryan Coogler dopo aver visto il suo secondo film, Creed. “Ricordo che c’era una copertina di Capitan America affiancata da Falcon e Black Panther”, dice a proposito del suo primo fumetto. “Quella fu la prima volta che vidi Black Panther. Ed era incredibile. Mi è piaciuto da subito”. Era stato proprio Moore a dar vita al progetto Black Panther ai Marvel Studios, spingendo il personaggio sin da quando si era unito al programma Marvel per sceneggiatori nel 2009. Prima di arrivare a Coogler, aveva chiamato qualcun altro: l’attore Chadwick Boseman. Avevano in progetto di fare un film sulle origini del personaggio, ma per il momento, si era scelto di far debuttare Black Panther, ovvero T’Challa, in Captain America: Civil War. La sua apparizione nel 2016 è stata elettrizzante, e gli ha assicurato un film tutto suo – facendo di Black Panther il primo film mainstream con un supereroe afroamericano come protagonista.

Due decenni dopo aver sognato un supereroe che gli somigliasse, un volto come il suo disegnato su carta, il regista trentunenne Ryan Coogler adesso era a capo di uno dei titoli di punta di uno dei più grandi studi cinematografici del mondo. Quello che aveva per le mani era probabilmente uno dei più importanti film tratti da un fumetto. E per fissare il momento, prima che iniziasse il delirio, Coogler (c’era anche la moglie) è tornato proprio in quel negozio di fumetti di fronte alla sua scuola primaria, ha preso una copia di Black Panther, si è scattato una foto e l’ha mandata al boss di Marvel, Kevin Feige. Era pronto. Loro erano pronti. La prima decisione che Coogler e il suo team dovevano prendere era quale run di Black Panther scegliere. Nato dalla penna di Stan Lee ne I Fantastici Quattro del 1966, T’Challa si è unito agli Avengers nel 1968 per arrivare a una serie tutta sua nel 1977. Il co-creatore Jack Kirby scrisse la serie originale, seguito da Christopher Priest negli anni ’90, Reginald Hudlin al giro di boa del nuovo millennio e Ta- Nehisi Coates nel 2016. Moore dice che hanno preso spunto un po’ da tutti. “Com’è tradizione ai Marvel Studios, si tratta di prendere le cose migliori da ogni serie che ha fatto la storia di un personaggio e provare a costruire una narrativa coesa. Quelli tra il pubblico che hanno dimestichezza con tutte le serie, credo troveranno la firma di ogni creatore”. La storia di Black Panther nel film inizia subito dopo gli eventi di Civil War, a seguito della morte di Re T’Chaka.

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T’Challa torna a casa per assumere il potere, appena in tempo per difendere il suo regno di Wakanda – una delle nazioni più avanzate del mondo sul piano tecnologico e scientifico – da nemici vecchi e nuovi. L’ambientazione è un elemento cruciale, perché non si tratta semplicemente della storia di un supereroe nero “ma, cosa ancora più interessante, del primo eroe mainstream africano”, sottolinea Nate Moore. “E faccio questa distinzione perché è un aspetto che abbiamo considerato molto importante nel film – che T’Challa e Wakanda avessero una connotazione smaccatamente africana. E quindi noi, a partire da Ryan essendo il capo in carica, ci siamo impegnati al massimo per rendere coerente ogni minimo dettaglio che si vede nel film”. Anche se lui stesso ha origini afroamericane, raccontare una storia specifica dell’Africa è stata una bella sfida per Coogler, che non ha mai messo piede nel continente. Prima di firmare, Coogler ha messo bene in chiaro sia con Kevin Feige sia con Nate Moore che sarebbe dovuto andare in Africa prima di mettere mano alla sceneggiatura. “Nessuno nella mia famiglia aveva mai avuto l’opportunità di andarci”, dice. “Quindi per noi era una specie di luogo mitico – per molti di noi, in quanto afroamericani. Per me è stata un’occasione davvero preziosa poter raccontare questa storia. E in tutta sincerità, non sentivo di avere le giuste qualifiche per farlo solo per il colore della pelle”. Coogler ha trascorso diverse settimane in numerose zone del Sudafrica – perlopiù da solo – prima che gli altri membri della troupe lo raggiungessero, a cominciare dalla scenografa Hannah Beachler. Anche se Wakanda è un luogo di fantasia, volevano che traesse origine dalle immagini, i suoni, gli odori e i gusti di un luogo vero e autentico, perché sembrasse reale, veramente africano.

Prima di ogni altra cosa, Coogler è un regista che ha a cuore l’autenticità. All’epoca in cui dirigeva Creed ha passato molto tempo a Philadelphia, per assicurarsi di aver capito esattamente come la gente parlava, come camminava e si vestiva. Con Black Panther, tuttavia, c’era in più il senso di responsabilità derivante dal fatto di raccontare non solo una città, ma un intero gruppo di persone, che assai di rado vedono se stessi rappresentati. “E quando succede, il risultato è spesso distorto e la rappresentazione poco corretta, – nota Coogler – oppure vengono mostrati in modo debole e semplicistico, o come un espediente narrativo… E l’immagine che viene data di loro è dannosa e offensiva. Sono tutte questioni con le quali bisogna confrontarsi, per questo volevo assicurarmi di passare un po’ di tempo laggiù”. Mentre tutti i film di questa portata, con questo livello di ambizione e di budget, arrivano con un carico di aspettative che solo un regista è in grado di sostenere (vale la pena ricordare che questo è solo il terzo lungometraggio di Coogler, dopo Creed e Prossima fermata Fruitvale Station), nel caso di Black Panther la pressione legata alla fedeltà della messinscena ha rappresentato un’incredibile opportunità ma anche una grossa responsabilità per Coogler.

“In tutta sincerità, quello è stato l’aspetto più importante al quale ho pensato durante le riprese, – dice – [Ma] se ti concentri troppo su quello mentre stai provando a realizzare qualcosa, quell’aspetto rischia di bloccarti. La mia preoccupazione maggiore, quindi, era cercare di non rimuginarci troppo. Anche perché, alla fine, quello che devi fare è un buon film. Capisci cosa sto dicendo? È così che fai qualcosa di utile per le persone verso cui sei responsabile”. Una volta concluse le sue ricerche e messo piede in terra africana, Coogler si è dovuto confrontare con una domanda che era al centro dei suoi pensieri: cosa significa essere africano? “Stavamo cercando di esplorare questo tema attraverso tutti gli strumenti di comunicazione, – spiega – attraverso la musica, il linguaggio, l’abbigliamento. Attraverso le scenografie, le strutture degli edifici e il colore dei muri. E sì, anche attraverso l’elemento più odioso. Attraverso il conflitto, le armi. È in tutte quelle cose. Abbiamo provato a tenere in considerazione entrambi questi volti, come si farebbe con qualsiasi essere umano o società umana. Capisci cosa intendo dire?”.

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Fianco a fianco con Coogler, pronto a esplorare l’identità e l’esperienza africana, c’era la star del suo film. Il viaggio personale di Chadwick Boseman è iniziato con i Russo Brothers in Civil War – prima che il film partisse, ha viaggiato attraverso il Sudafrica lavorando insieme a un coach per i dialetti africani. Uno dei momenti più significativi – che Coogler descrive come bellissimo – è quando T’Challa parla con suo padre (interpretato da John Kani) in Xhosa – un dialetto sudafricano che, di fatto, è la lingua nativa di Kani. Ed è una lingua che è stata utilizzata in maniera compiuta in Black Panther. “Sai, penso che sentire il protagonista di un film parlare con quella voce, con un accento africano e in un dialetto africano, ridimensioni quello che di solito è considerato un ambito di proprietà esclusivamente europea”, afferma Boseman. “È come se tu avessi a disposizione un nuovo tessuto col quale intrecciare la storia”. Ispirato dall’abilità dimostrata sul set da Boseman nell’uso del Xhosa – ogni giorno parlava col suo maestro di dialetti al telefono o via skype – Coogler ha deciso di far parlare in quella lingua tutte le tribù, tranne una; una decisione che ha considerato “davvero emozionante”, e per lui personalmente un momento di “grande profondità”. Per Boseman, comunque, Black Panther ha rappresentato qualcosa di molto più importante che non semplicemente parlare con l’accento giusto.

Ha messo insieme una squadra di persone da cui “potessi attingere qualcosa e con le quali potessi identificarmi”; in aggiunta al suo coach per i dialetti, musicisti (tra cui un vecchio amico batterista), Marrese Crump, maestro di arti marziali, e il coreografo Aakomon ‘AJ’ Jones, che aveva già lavorato con Boseman nel biopic su James Brown Get On Up. “Era necessario che fosse ben radicato nel linguaggio reale, nei dialetti veri e nelle autentiche danze, e che anche l’abbigliamento, la scienza, ogni cosa fosse vera; tradizioni e culture che provengono realmente da un continente”, afferma con semplicità Boseman parlando degli elementi necessari per creare non solo un supereroe affascinante, ma un vero e proprio essere umano, un uomo convincente.

È questa, a suo parere, la chiave che rende la storia universale, per tutte le platee che entrino in sintonia con il protagonista e con il film “Ogni volta che hai tra le mani un personaggio a tutto tondo, nel quale dimorano tutte le dimensioni – quella fisica, spirituale, mentale -, nel momento in cui la gente ha delle idee precise su che tipo di persona sia, ecco che a quel punto il pubblico si perde nella storia e inizia a provare le stesse emozioni di quella persona. Per cui, se stai assistendo a quella storia, anche se non appartieni alla stessa etnia, né vieni dalla medesima cultura, tuttavia riesci a sintonizzarti universalmente con questa esperienza così ricca di dettagli, perché quella riesce a fare breccia e a sbloccare certi aspetti profondamente radicati dentro di te”. Il fatto che il primo supereroe africano possa parlare alle platee occidentali su larga scale è qualcosa di straordinario. Ma lo è ancora di più sapere che i ragazzi e le ragazze come Ryan Coogler e Nate Moore non avranno bisogno di passare dall’Uomo Fumetto per trovare se stessi. Potranno vedersi rappresentati in grande sullo schermo di un cinema, ogni volta che vorranno.

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