Esclusivo: nella testa di Eric Bana

Dopo un esordio come comico che faceva un’imitazione discreta di Tom Cruise, ora è un attore di un’intensità fuori dal comune. Eric Bana ci spiega la filosofia che ha guidato la sua particolare carriera.

Esclusivo: nella testa di Eric Bana

Testo Chris Hewitt

Una volta Eric Bana era un comico. Se non ci credete, andata su YouTube e cercate i suoi sketch o i suoi cabaret. Molto spesso sono ottimi. Fa le imitazioni (Tom Cruise, Arnold Schwarzenegger, Colombo) e ha anche qualche personaggio. Il suo Alex Topolino, mago adolescente che spesso finisce col mozzare dita, braccia o gambe, spicca tra tutti. Quando questa cosa viene fatta notare negli articoli scritti su di lui, solitamente viene accolta con incredulità. E questo perché il 48enne nativo di Melbourne viene già da tempo associato a un genere di lavoro decisamente più serio. Sebbene la sua carriera sul grande schermo veda sporadiche esibizioni comiche — come nel suo debutto, Casa dolce casa; nel film con Adam Sandler, Funny People; Special Correspondents, con Ricky Gervais, uscito l’anno scorso — in generale Bana dà il meglio di sé quando ha il broncio.

Eric Bana ne “Il segreto” (2016) di Jim Sheridan

Ed è stato Chopper (regia di Andrew Chopper), nel quale Bana ha interpretato un pazzoide dal grilletto facile, con il busto tatuato e le orecchie tranciate, a farlo finire sotto i riflettori di Hollywood nel 2000 regalandogli ruoli in titoli come Black Hawk Down, Hulk (regia di Ang Lee), Munich, L’altra donna del re e Liberaci dal male. Dotato di bell’aspetto sin dalla nascita, oltre che di carisma e intensità, è sempre persuasivo e non risulta mai essere meno di “eccezionale”. Si può pensare che, volendo, avrebbe potuto usare questi talenti naturali per diventare una delle più grandi star del mondo. Invece ha scelto di fare il casalingo, preferendo una vita a Melbourne con sua moglie e i suoi figli e l’eterna passione per le auto da corsa, piuttosto che fare i milioni e i film a caccia di incassi.

Estremamente esigente, ha girato solo 25 film in 20 anni, l’ultimo dei quali è stato il drammatico Il segreto, diretto da Jim Sheridan, nel quale interpreta uno psichiatra irlandese che cerca di svelare un mistero vecchio decine di anni. Empire lo incontra a Dublino, in una stanza privata dell’hotel The Merrion. Bana è in città per la premiere al Dublin International Film Festival del film di Sheridan, è il suo aereo è arrivato solo ieri, dopo 24 ore di viaggio partendo da Melbourne. Dovrebbe essere a pezzi, invece rimane rilassato e affabile durante tutta l’intervista. Ovviamente riconosciamo il concentrato, serio e introspettivo pensatore che sappiamo avere davanti, ma di tanto in tanto fa capolino un altro lato della personalità di Bana, un pezzo del suo passato.

In questi anni la tua carriera sembra aver seguito un certo schema.

Cazzo, potete aiutarmi? C’è davvero uno schema? Cazzo. Aiutatemi a capire cosa devo fare adesso, allora.

Lo schema è che a quanto pare sei attratto da materiale molto intenso e serio, come per questo film. È un qualcosa che si sposa bene con i tuoi gusti?

È una combinazione di quello che mi mandano e sì, decisamente dei miei gusti. Mi piacciono anche le commedie ben scritte, ma sicuramente quando visiono i copioni cerco qualcosa che, in quanto spettatore, troverei drammatico e interessante. È naturale che venga attratto da certe cose quando scelgo un titolo. È in questo genere che si nascondono i personaggi più interessanti. Faccio quasi sempre la scelta giusta, e solitamente questa scelta è un film drammatico.

Eric Bana Chopper intervista Empire

Eric Bana veste i panni del criminale psicopatico Mark Brandon “Chopper” Read nel film biografico Chopper (2000)

Il tuo “film svolta”, Chopper, ha fissato l’asticella: è cupo, violento e intenso. Come ci sei finito in quel film?

Ho ricevuto la telefonata per le audizioni mentre ero in luna di miele, quindi nell’agosto del 1997. Tempo Natale e sapevo di aver ottenuto la parte, ma non abbiamo iniziato a girare prima di un paio d’anni. L’esperienza delle riprese è stata un po’ travolgente. Dovevo imparare un sacco di cose. Mai come in quel periodo mi sono sentito una spugna, o un centralino: arrivavano un sacco di informazioni e dovevo elaborare un sacco di emozioni. Ogni giorno era diverso dall’altro. È stato stressante, è stato divertente, mi ha messo tensione e allo stesso tempo mi ha permesso di lasciarmi andare. È stato come girare dieci film in una volta.

Poi Hollywood ha iniziato a bussare alla tua porta. Hai iniziato con la comicità, ma hai recitato in Black Hawk Down, Hulk e Troy, nessuno dei quali è esattamente ilare. Ti hanno messo un’etichetta addosso?

Di certo non avvertivo il bisogno di smentire la teoria che fossi bravo nei film drammatici. Non mi interessava affatto cosa la gente potesse sapere o meno del mio passato. La qualità del materiale e dei registi che mi si paravano davanti: quelle cose, più di ogni altra, non avevo intenzione di lasciarle andare. Anche se ogni tanto mi viene la tentazione di tornare alla commedia. Il mio cervello pensa ancora in modalità sketch: vedo ancora il mondo in pezzi da due o tre minuti l’uno.

Eric Bana Hoot intervista Empire Italia

Eric Bana è Hoot, pilota di elicotteri d’assalto nel film “Black Hawk Down” (2001) di Ridley Scott

È stata una gran bella corsa però. Hai lavorato con Ridley Scott, Ang Lee, Wolfgang Petersen e Steven Spielberg, fin da subito…

E anche con Curtis Hanson. Un film minore, Le regole del gioco, ma sì, ho fatto anche quello. Il primo è stato Black Hawk Down. Pensavo che fosse perfetto per passare inosservato. All’epoca avevo altre offerte, cast di tre o quattro personaggi principali, ma in quel film ci sarebbero state 33 figure. E il regista era Ridley. Non avevo la benché minima aspettativa di risaltare in quel film, né che da lì potesse scaturire qualcosa. Volevo solo farne parte. Non avevo mai lavorato a un progetto che comprendesse così tanti attori. Con alcuni sketch avevo avuto dei grossi cast, ma in quello saremmo stati più di 30 a condividere lo schermo.

Ti ricordi in che posizione eri, nell’ordine del giorno?

Non so perché fossi così in alto, ma se non ricordo male ero il quinto o il sesto, più o meno. Il mio personaggio è cresciuto in pre-produzione e in più, al momento delle riprese, gli hanno dato sempre più scene.

Il tuo personaggio, Hoot, è rimasto da solo per gran parte del film. Ti sei sentito isolato?

Sapevo che il personaggio sarebbe stato abbastanza solitario, ma questo perché lui era così. Conosco la persona vera ed era famoso per essere un lupo solitario. Sentivo che doveva apparire così. In tutto quell’isolamento c’era qualcosa che gli dava un senso, e a me stava bene. Nei miei vari lavori ho avuto un sacco di ruoli solitari.

In qualità di attore, come ti approcci a un nuovo ruolo? Fai molta preparazione, a livello psicologico?

Cerco di non avere una routine da applicare a ogni film. Cerco di avere un approccio piuttosto aperto alle cose. Una cosa fondamentale per me è avere un buon rapporto professionale con il regista. Tendo a dimostrarmi malleabile, quindi cerco di adeguarmi al suo metodo, piuttosto che imporre il mio. Si deve preparare il proprio personaggio a tal punto che, quando si gira, i dialoghi non diventano irrilevanti ma ci vanno vicino. In questo modo, se qualcuno dice: “Quella scena la cancelliamo, adesso invece fai questo”, non rimani troppo fissato sulla struttura delle parole.

Dopo Black Hawk Down è arrivato Hulk. È stata quella la volta in cui ci hai provato? Provato a diventare una star del cinema?

Non credo. Forse sono molto ingenuo (o lo ero all’epoca), ma non l’ho mai vista così. Ho sempre pensato, soprattutto nella versione di Ang, che la star fosse Hulk. Io e Jennifer, insieme a Sam Elliott e Nick Nolte, eravamo solo un altro gruppo che si prestava al titolo. La Marvel era ancora agli inizi, non come adesso. Interpretare quel ruolo adesso sarebbe del tutto diverso: tu sei Hulk. E non è poca cosa.

In “Hulk” (2003) di Ang Lee, Eric Bana recita la parte dello scienziato “irascibile” Bruce Banner

Perché firmi un contratto per sei film.

Esattamente. Per me era molto diverso. Non è mai stato, neanche lontanamente, parte del ragionamento dietro alla mia scelta. Quel mondo non esisteva ancora.

Ho come l’impressione, leggendo vecchie interviste, che non sia stata un’esperienza piacevole per te.

Non ho altro da aggiungere a quello che ho già detto durante gli ultimi 17 anni, o quelli che sono.

Hai detto che Ang faceva anche 140 ciak della stessa scena.

Sia come sia, non ho veramente altro da aggiungere. Mi sembra di fare 140 ciak della stessa risposta, piuttosto. [Ride]

Che dici di Star Trek? È il tuo unico blockbuster, dopo Troy, e hai preso il ruolo minore di Nero, il cattivo. Hai accettato perché sapevi che sarebbe stato una tantum?

Assolutamente. Si trattava di J.J. e lo conoscevo abbastanza bene, ci eravamo già conosciuti. Volevo veramente essere nel film, ma sapevo fin da subito quali sarebbero state le condizioni, quindi non avevo la classica angoscia. Ti butti, fai Nero, passi un’esperienza indimenticabile e ti togli di torno.

Quali ambizioni hai avuto nella tua carriera?

I miei eroi in questo settore sono persone come Robert Duvall. Fin dall’inizio ero consapevole che il tipo di carriera che voglio è lunga, molto lunga. Non ero interessato a una carriera importante, ma di breve durata e destinata a svanire. Sapevo che in quel caso sarei svanito anch’io; non sarei resistito a qualcosa del genere. Ho tentato di mantenere un ritmo costante. L’unico modo per resistere a lungo è scegliere i ruoli con cautela. Altrimenti credo che potrei consumarmi.

Il tuo ruolo nel tuo nuovo film, Il segreto, è secondario. L’attrattiva maggiore era rappresentata dal fatto che il regista era Jim Sheridan?

Jim è matto come un cavallo, ma lo intendo come un complimento. Non capitava spesso che mi presentassi al lavoro e facessi effettivamente quello per cui mi ero preparato la sera prima, in termini di scene, dialoghi, personaggi e in generale dell’ordine del giorno. Era una grande bolgia. Adoravo Jim e il suo modo di fare mi andava bene. Per via del processo che seguivamo sentivo che il ruolo del mio personaggio nel film sarebbe stato ridotto, e in effetti è stato così, ma ho pensato: “Chi se ne importa”. L’unico modo per andare avanti era arrendersi completamente.

In che senso?

Il lavoro fatto con il mio personaggio si è un po’ perso, sfociando in un’indagine di cose che non sono nemmeno nel film. Avevo l’impressione che molte delle scene girate non sarebbero state nel film, ma non era una cosa che dovevo discutere io.

Eric Bana Munich intervista Empire Italia

Eric Bana interpreta il capo di un commando segreto del Mossad in “Munich” (2005) di Steven Spielberg

Parliamo di Munich, con Spielberg. Cosa rappresenta nella tua carriera?

È stato qualsiasi cosa. Una delle esperienze più divertenti, energiche, emotive e interessanti in assoluto, tutto in una volta. Dopo aver letto il copione ho pensato: “Questo sarà il mio film preferito di quest’anno, anche se non ottengo la parte”.

Di solito sei nervoso il primo giorno di riprese di un film?

In fase di pre-produzione sono molto ansioso. Ho un’abitudine, cerco sempre di andare al cinema la sera prima di iniziare delle riprese. Cerco di scordarmi della preparazione, non mi serve vedere un film in particolare. Credo che l’ansia sia un fattore importante. Secondo me, nel momento in cui perdi quella sensazione di non riuscire a dormire per via dei dubbi, allora è tutto finito. Ho lavorato parecchio per escludere quelle emozioni ed essere in grado di lavorare il primo giorno di riprese, ma è capitato che ci andassi senza aver dormito la notte.

Con Munich?

No, è successo con Closed Circuit. Non riuscivo a spegnere il cervello, pensa quanto avevo paura. Arrivato alle 4:30 di mattina ho detto: “Ok, il primo giorno ormai va così. Non lo dirò a nessuno e adesso mi alzo; so abbastanza cose sull’effetto dell’adrenalina da sapere che oggi andrà tutto bene”.

Ed è andato tutto bene?

Sì. La scena si svolgeva in un tribunale, c’erano parecchi dialoghi. Non proprio l’ideale, ma avevo letto che certi atleti olimpici non dormono la notte prima di una gara e il tuo corpo praticamente prende il sopravvento sulla mente. Probabilmente ho avuto più paura di notte che di giorno.

E com’è stato il tuo primo giorno con Munich?

Quel giorno lavoravo letteralmente su due film allo stesso tempo, perché ci eravamo sovrapposti a Le regole del gioco. C’è stato un grosso problema logistico: sono stato 16 ore sul set di Le regole del gioco, poi un’auto mi ha portato a Burbank, dove ho preso un aereo per Malta, e dopo essere atterrato mi sono fiondato sul set, mi hanno tagliato i capelli e sono partito con la prima serata di riprese. Per la scena dovevo starmene su un balcone, in Grecia, guardando delle macchine passare nella strada sotto di me. Non ho avuto tempo nemmeno per una doccia. Dopo aver finito sono andato a casa a dormire. Ricordo solo di aver detto: “Qualcuno può darmi una Coca, per favore?” Ed è partita una frenetica ricerca per la Coca, al che ho pensato: “Ecco, ora starò già sulle palle a tutti. È il mio primo giorno e mando già la gente a prendermi delle cose”.

Per cambiare completamente discorso, su Twitter sei @EricBana67. Scelta interessante, vuoi spiegarcela?

È il mio numero quando faccio le corse. Un sacco di gente non sa che il 67 è sempre stato il mio numero. Ho delle foto dove sono sulla BMX, da piccolo, e ho il numero 67. Forse dovrei twittare quella foto, un giorno.

Non mi dai l’impressione di uno che userebbe @TheEricBana.

O nemmeno @TheRealEricBana. Ma ora mi hanno messo pressioni per aprire un account Instagram, perché ci sono un paio di finti Eric Bana. [Ride] Non credo che potrei gestire Instagram.

Nella tua descrizione su Twitter dici di essere “attore part-time”. Interessante.

Beh, è la verità. È la sacrosanta verità. Non sto cercando di fare il simpatico. Gli attori a tempo pieno sono quelli che lavorano per serie TV e soap opera. Io sono uno che di tanto in tanto sceglie un copione e si mette al lavoro. Se mi definissi un attore a tempo pieno, direi una bugia.

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