Okja, una struggente favola moderna

Okja, una struggente favola moderna

Devo proprio confessarlo. Non singhiozzavo così al cinema da anni e non me ne vergogno. L’anteprima di ieri sera organizzata da Netflix al The Space – Milano Odeon mi ha commosso e meno male che ho trovato un fazzoletto di carta usato nella borsetta. Allo scorso Festival di Cannes Okja è diventato l’inconsapevole protagonista di un furioso dibattito. E mentre concordiamo che questo film meriti certamente la magia offerta da uno schermo cinematografico, il dibattito disordinato ha offuscato la verità più importante: Okja è un film brillante. Le anime sensibili piangeranno calde lacrime. Bong è riuscito nella difficile impresa di servire sullo standardizzato plot della bambina che deve salvare il suo miglior amico animale delle soluzioni cinematografiche davvero originali. Il risultato è un mix tra un’avventura spilberghiana, un magico Fantasy, un docufilm distopico, un film d’essai dove la morale travolgente lotta per i diritti di tutti gli animali, ospitato nell’apparente semplicità della storia di un maiale creato in provetta e la conseguente battaglia sul suo destino nel macello. Mija – interpretata con determinazione sorprendente dall’esordiente Ahn – è un’eroina giovanissima senza paura e che non scende a compromessi; testarda, tenace, piena di risorse, assolutamente intollerante alle cazzate. E in Okja abbiamo un’eroina pura, che rappresenta tutti gli animali oppressi dall’umanità, con individui ciechi alla sofferenza e ingordi di denaro e cibo facile. Evoca il GGG questo dolcissimo suino dalle sembianze a metà tra un ippopotamo e un elefante, i cui occhi dolenti e leali trasmettono intelligenza acuta e un grande cuore. Tilda Swinton convince nella sua parte di psicopatica dilaniata tra il desiderio del riscatto da una famiglia che ha combinato disastri e la spregiudicatezza di un’imprenditrice di una multinazionale americana. Era una sfida difficile riuscire a entusiasmare da un altro Gigante Gentile, ma Bong ha vinto, donando a Okja una notevole umanità, che conquista il nostro amore dal primo momento in cui rotola in acqua a quello in cui dona le sue flatulenze al mondo. Dopo un atto di apertura soleggiata, l’ora finale è cupa e angosciante, e ci ricorda quello che una strana bestia come Okja rappresenta: un maiale da allevamento intensivo. Le scene girate all’interno del macello, la ‘catena di smontaggio’ di tutti gli altri super maiali è un pugno nello stomaco per chi fa la connessione tra l’allegoria del film e ciò che accade ogni giorno, tutti i giorni, nel mondo. E forse questa lezione potrebbe non funzionare per tutti, ma è indiscutibile che Bong sia riuscito a mostrarci la filiera che parte dalla nascita di un animale al suo arrivo nel piatto con grande abilità e una regia sorprendente. Non importa su quale schermo si veda questo film: l’importante è guardarlo.

Arianna Pinton

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