Thor Ragnarok rappresenta perfettamente l’intenzione della Marvel di unire la compostezzadell’immagine con la leggerezza narrativa. Il film non si prende minimamente sul serio dal primo all’ultimo minuto, mischiando il suono nostalgico degli anni ’80 con scene d’azione impressionanti. Taika Waititi riesce a confezionare un lungometraggio apparentemente distante dal suo stile rompendo con il passato shakespeariano e restituendo nuova linfa ai protagonisti della storia.

Essere o non essere. Questo è il dilemma. L’aspetto anomalo e sorprendente di questa trilogia dedicata a Thor può essere riassunto in questa espressione di Amleto. Non è una scelta casuale, perché l’impronta shakespeariana era quanto di più vicino al primo lungometraggio sul Dio del Tuono. Il film al tempo fu diretto proprio da Kenneth Branagh, uno che di Shakespeare ne capisce eccome, conferendo alla storia un tocco aulico e impostato su canoni classici, nonostante si tratti comunque di un fantasy. Tutto questo funziona, perché sono presenti alcune delle caratteristiche letterarie dell’autore inglese, come ad esempio il rapporto conflittuale tra Thor e Loki, il figlio che si sente denigrato dalla famiglia e che vuole a tutti costi ottenere il potere anche a costo di sacrificare gli ideali con i quali è cresciuto.

Poi è arrivato lui, Taika Waititi. Questo nome forse dice poco allo spettatore nostrano, ma colpì il pubblico oltreoceano con il mockumentary horror e dal tocco irriverente What We Do in The Shadows, un film che racconta la quotidianità di un gruppo di vampiri che vivono in una casa totalmente abbandonata a se stessa. Non sanno organizzarsi (litigano in continuazione su chi deve lavare i piatti), ma non rinunciano alla mondanità, anche se la fuori spesso si trovano a scontrarsi con i loro acerrimi nemici, i licantropi. Dunque la curiosità verso Thor Ragnarok era alle stelle. Come cambierà il personaggio? Che cosa succederà dopo che il biondo eroe di Asgard ha salvato la Terra dalla distruzione assieme agli Avengers? Il regista neozelandese non ha dubbi, e lo afferma sin da subito nelle prime immagini del film, quando il povero eroe si trova intrappolato dalle robuste catene dello spietato Surtur, che secondo il mito è colui che dovrebbe causare il famigerato Ragnarok, distruggendo l’autorità e la potenza fino ad ora irremovibile di Asgard. Tuttavia nel momento in cui il demone afferma prepotentemente le sue intenzioni, il corpo immobile di Thor si gira continuamente su se stesso, provocando ilarità e sarcasmo in quella che spesso viene rappresentata come una scena di estrema tensione.

thor: ragnarok, chris hemsworth, tom hiddleston, taika waititi, recensioneIl gioco di Waititi si fonda infatti sull’equivoco, cercando di mutare costantemente le caratteristiche di questo universo narrativo. Non si tratta più il dilemma esistenziale, non vengono accentuate le scene drammatiche e le condizioni di estrema difficoltà che i protagonisti spesso si trovano ad affrontare. Thor Ragnarok contiene più somiglianze ai lungometraggi dei Guardiani della Galassia rispetto ai precedenti due film. Del resto James Gunn è stato il primo a capire che era necessario un cambiamento di stile dopo una fase introduttiva che ha culminato con l’unione degli eroi nel primo Avengers. Si conoscono già i personaggi, le debolezze, le virtù; dunque è indispensabile un punto di rottura, una metamorfosi narrativa e formale. Ciò è avvenuto anche con Thor, detronizzato e tolto della sua aurea di superiorità. Lo si vede nelle gesta, che gli si rivolgono spesso contro,  ma è percepibile soprattutto dal punto di vista visivo. Da una prima parte in cui l’eroe, interpretato da Chris Hemsworth, torna nel proprio ambiente iniziale dopo le turbolenze lontane da Asgard, nella seconda fase del racconto Thor viene catapultato in un mondo radicalmente opposto rispetto all’immaginario entro cui si è mosso. Sporco, pieno di rifiuti, questo paesaggio ricorda l’habitat descritto in Wall-e, ma con la differenza che la gente ancora ciabita, alimentandosi vendendo gli scarti e assistendo(come noi del resto) all’arena dei Freaks creata dal Grande Maestro (Jeff Goldblum).

Tutto viene messo in discussione e capovolto grazie all’ilarità del suo regista, che, come un bambino con in mano un oggetto pericoloso, scherza con il fuoco non avendo minimamente paura di bruciarsi. Non è il solo, visto che gli attori lo inseguono divertiti, cogliendo al balzo la sfida e recitando con elasticità e ironia i propri personaggi, da Hemsworth, che ha già avuto modo di interpretare il Dio del Tuono con questa tonalità sarcastica, a Tom Hiddleston nel ruolo di Loki, fino a raggiungere il culmine con Mark “Hulk” Ruffalo. Per una volta il villain sembra essere all’altezza del film, grazie al volto e alla prova convincente di Cate Blanchett.

Riccardo Lo Re

4

Buono

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