In Non ci resta che vincere si ride e si riflette. Il film di Javier Fesser mostra con attenzione in ogni dettagli le reazioni e le emozioni nei confronti delle persone disabili, che qui mostrano tutta la loro forza ed energia nel raggiungere l’obiettivo.

Ci vuole davvero poco a passare dai vertici di un campionato di massima serie a ripartire da zero. Basta guardare Marco Montes, che nella squadra dell’Estudiantes occupa il ruolo di secondo allenatore. Certo, non è lui a decidere gli schemi del quintetto, ma a volte accontentarsi è meglio, anche in considerazione degli eventi futuri. Magari nel giro di uno, due anni, una squadra si accorge delle reali qualità del tecnico, affidandogli il meritato incarico di primo allenatore. In realtà per Marco le cose andranno molto diversamente. Un po’ per il suo carattere duro ed egoista, un po’ per la situazione della squadra, la persona viene allontanata immediatamente dalla società dopo aver “discusso” con il team manager. Il litigio lo porterà a ubriacarsi e, ciliegina sulla torta, a schiantarsi su una volante della polizia. Il giudice gli offre due scelte: la galera o i servizi sociali. Marco non ci penserà due volte, ma quello che lo attenderà è una sfida davvero titanica.

I Los Amigos, formato da ragazzi disabili, hanno bisogno di un capitano in grado di trascinarli nel campionato nazionale. Ora che c’è il nuovo allenatore, ecco che quell’iscrizione, inizialmente impulsiva per dare fiducia ai giocatori, comincia ad avere senso. Da un lato per Marco può diventare un’opportunità di rilancio dopo quel conflitto che lo ha messo in panchina; dall’altro, è l’occasione di una vita per delle persone di dimostrare di valere qualcosa. Dunque. Non ci resta che vincere. E il film lo fa, seppur con alcune fasi sottotono, forzate e sdolcinate (anche troppo). Quello che Javier Fesser compie è un racconto piacevole, con alcuni punti davvero spassosi, ma che non smette di portare il pubblico verso riflessioni che guardano alla società attuale.

Il punto riuscito riguarda proprio il protagonista Marco, un uomo che viene sobbalzato da un mondo di campioni a quello che gran parte della gente ritiene essere i bidoni della comunità. Non a caso il film parte con una scena apparentemente scollegata con la storia, ma che assume ancora più significato quando la narrazione prosegue il suo percorso. La freddezza delle parole iniziali sono importanti, perché denotano la distanza abissale tra queste due realtà, che non sembrano mai collidere, un po’ per paura, un po’ per i pregiudizi che si sono gradualmente formati durante la vita di ognuno. Se non fossero accaduti quegli incidenti molto probabilmente il personaggio avrebbe continuato la sua corsa senza alcun problema.

Quella deviazione inaspettata sarà invece vitale non solo per conoscere una fetta di mondo lasciato consapevolmente nascosto ai nostri occhi, ma anche per contrastare le paure di ognuno. Spesso quei timori non si affrontano, lasciandoli manifestare in ogni momento e senza alcun freno. Il bello di Non ci resta che vincere è che tutto questo non viene usato per fini retorici e con semplicità. Come un altro film italiano, Si può fare, si cerca di raccontare quel mondo senza ferirli e trattarli con delicatezza e inferiorità. Al contrario, ci sono alcune scene in cui si dimostrano decisamente migliori della gente che li giudica come un peso, incapaci di comprendere, come Marco, il loro valore.

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