Kodachrome brilla di un cast d'eccezione che regala un'impeccabile performance corale. Ma, seppur il film originale Netflix voglia raccontare i sentimenti più profondi, il road movie rimane sulla superficie di una storia già vista impedendo alle emozioni di sopravvivere oltre il prevedibile finale.

Un vecchio padre, con alle spalle una carriera di fotografo che lo ha reso famoso, sta per morire a causa di un cancro ma, prima di andarsene, esprime un ultimo desiderio: farsi accompagnare attraverso gli Stati Uniti dal figlio, con cui non ha rapporti da anni, all’unico studio che può sviluppare i suoi rullini kodachrome dove conserva delle foto a lui care.

Il padre Ben è Ed Harris ed il figlio Matt è Jason Sudeikis, e insieme a loro in Kodachrome, il nuovo road movie firmato Mark Raso, c’è Elizabeth Olsen nei panni di un’infermiera che deve prendersi cura dell’anziano giornalmente. Matt non ha nessuna voglia di intraprendere quest’avventura con un padre cinico che fin troppe volte lo ha ferito, ma il suo lavoro di discografico è in crisi: il manager di Ben lo convince rimediandogli un colloquio con una famosa band il cui ingaggio potrebbe evitare a Matt il licenziamento.

Il film è un prodotto già visto e rivisto (ricordate il capolavoro di Alexander Payne Nebraska?): il rapporto tra padre e figlio che si trasforma in un’esasperata dicotomia, un legame interrotto da tempo che ritrova punti di incontro in un viaggio attraverso l’America ed il passato.

A riscattare, in parte, Kodachrome dai prevedibilissimi risvolti ci pensa il cast. Ed Harris è puntuale come sempre nel bucare lo schermo e i ruoli da vecchio brontolone gli calzano a pennello: «sto morendo, non ho tempo di comportarmi bene,» è la frase con cui Ben, il suo personaggio, spiega di non volerne sapere di tatto e cortesia. E nemmeno di affari elettronici: all’inizio del viaggio Ben butta dalla macchina il navigatore del figlio perché, proprio come ama i suoi vecchi rullini, «qui siamo analogici».

kodachrome, recensione, ed harris, jason sudeikis, elizabeth olsenLungo il percorso, i tre si fermano dagli zii di Matt che lo avevano accudito dopo la morte della madre, avvenuta quando lui aveva solo tredici anni e qui i due uomini cominciano a fare i conti col loro passato. Il rapporto tra padre e figlio rimarrà altalenante fino agli ultimi capitoli della storia quando Elizabeth Olsen, ineccepibile come sempre ma forse un po’ sprecata, uscirà di scena con un pretesto poco originale. Alla conduzione del finale rimangono Ben e Matt che si troveranno ad affrontare diverse difficoltà prima di arrivare alla meta di un viaggio che dura da tutta la loro vita.

Jason Sudeikis è perfetto e la sua partecipazione riesce a coinvolgere anche quando è già chiaro cosa sta per succedere. In Kodachrome l’attore commuove e convince regalando una delle sue rare performance drammatiche, seppur alcune battute sarcastiche riescano comunque a sottolinearne il talento comico.

Nonostante Kodachrome cerchi di far leva sui sentimenti, sulle complessità dei legami e sulla forza delle memorie attraverso la metafora della fotografia –l’arte che permette di «fermare il tempo»– il nuovo prodotto Netflix rimane un film con ben poco di originale e che risulta troppo superficiale per rimanere impresso.

Martina Vaira

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