Ne I fratelli Sisters niente è così scontato; tutto viene messo in discussione a causa di una lenta evoluzione dei personaggi, che con l’esperienza costruita col tempo non guardano solo a obiettivi immediati, effimeri come il denaro, ma si mettono in discussione e decidono di ascoltare se stessi o chi gli sta accanto, rimettendo i piedi per terra e rivolgendosi verso gli aspetti più importanti della loro esistenza.

Oregon. 1851. Eli e Charlie, I fratelli Sisters, sono due spietati cowboy. La loro fama li precede, e per questa ragione vengono ingaggiati da un commodoro nel tentativo di catturare Herman Warm, considerato un ladro da eliminare senza alcuna pietà. L’uomo possiede una speciale formula chimica in grado di facilitare la ricerca dell’oro nelle zone nascoste del terreno, ma una serie di imprevisti renderà la corsa dei due pistoleri più complicata del previsto.

“Siamo The Sisters Brothers, e siamo in missione per conto di Dio”. Già il titolo stesso del film contiene in sé alcune piccole, impercettibili, informazione su quello che ci si può aspettare da questo film, in concorso alla 75° Mostra del cinema di Venezia. C’è la follia, l’energia del film di Landis, The Blues Brothers, dove proprio i due protagonisti si trovano a loro malgrado in situazioni spiacevoli e complicate da gestire per chiunque, anche se si trattano di due membri di un gruppo musicale jazz. C’è la violenza, nuda e cruda, tipica delle grandi storie di Quentin Tarantino, che proprio nelle ultime occasioni ha portato in scena ben due racconti western, come Django Unchained e The Hateful Eight. Non mancano inoltre le occasioni di derisione e di sarcasmo verso due personaggi che nei classici del genere vengono descritti mostrando la loro forza e la loro tenacia contro i nemici nel lungo percorso verso il West. Tutto questo sarebbe nella norma se di fronte ci fosse un regista che conosce ogni singolo segreto di questo mondo, spingendosi oltre nel raccontare una vicenda che rivolge il proprio sguardo ai grandi del passato e alla forma caratteristica del proprio cinema.

Se poi al timone de I fratelli Sisters c’è Jacques Audiard, le cose cambiano, e di molto. Spesso infatti si cade nel tranello culturale secondo cui un francese non può, o non ha la capacità, di dirigere un film western. Lo stesso, rientrando in territorio locale, accade quando un italiano si cimenta sulla fantascienza o sul fantasy, con il rischio di rilegare delle produzioni di una determinata nazione a una specifica categoria, come la commedia o il dramma. Venezia quest’anno ha dimostrato che questo muro si può abbattere. È avvenuto con Guadagnino con l’onirico Suspiria, Cuarón con il film neorealista Roma, e, pensate un po’, con Audiard, che ha compiuto un miracolo in questa avventura piena di insidie, condividendo quasi le stesse preoccupazioni dei suoi personaggi. Non ha mai affrontato il western, avendo all’attivo opere come Il profeta, Un sapore di ruggine e ossa e Dheepan – Una nuova vita.

Nonostante ciò, l’autore ha preso uno specifico genere e l’ha smontato di ogni singolo sostegno, lasciando solo gli elementi necessari per la realizzazione della storia, come il lungo viaggio verso la meta e la frontiera, anche se qui, più che essere qualcosa di tangibile e visibile nei paesaggi che Eli e Charlie esplorano, riguarda il loro spirito e il loro futuro. Le scoperte variano da contesti di forte comicità, come quando Eli in un negozio si trova per la prima volta davanti a un’invenzione epocale, lo spazzolino da denti, a quelli drammatici e profondi, che metteranno a dura prova l’animo dei protagonisti. Interessante è infatti la relazione dei due protagonisti, legati da una relazione di sangue ma che si sostengono a vicenda per via dei loro diversi caratteri. Sono uno l’opposto dell’altro, un po’ a sottolineare il gioco scherzoso nel titolo del film.  Charlie, scontroso e con il vizio della bottiglia, viene di fatto accudito da Eli come un fratello maggiore, cercando anche di rimediare ai suoi errori. Tutto sembra autentico e al suo posto, aiutato anche dal uso limitato di luci artificiali, come dimostra la prima scena del film, una sequenza spettacolare di grande cinema illuminata dai soli colpi di pistola, e da una regia che punta molto sulle espressioni dei suoi interpreti, con due grandi attori come Joaquin Phoenix e John C. Reilly che qui si sono davvero superati.

4

Buono

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