Default è un thriller riuscito sotto molti punti di vista. Informa, riuscendo a spiegare per filo e per segno le cause che hanno portato alla crisi finanziaria della Corea del Sud, e denuncia con solidità le politiche compiute durante quella breve fase storica che segnerà il Paese.

Il fascino di thriller storici come questi è di saper trasmettere un messaggio inequivocabile e universale. Le immagini di Default, più che a rimandare a La grande scommessa (qui l’ironia non ce n’è affatto), ricordano il film del 2011 Margin Call, che, racchiudendo la narrazione dentro la soglia della 24 ore, descrive i momenti che precedono il tracollo finanziario che ha toccato gli Stati Uniti, e di conseguenza la società occidentale nel suo complesso. 10 anni prima, nel 1997, la prima a essere colpita da questo impulso sfrenato a consumare, vendere, comprare a ogni costo è uno degli Stati più fiorenti dell’Oriente: la Corea del Sud. Il film si apre infatti con un piccolo excursus che è sicuramente di aiuto per chi non conosce proprio la storia contemporanea e la crescita sociale di quel paese, al centro di uno scontro politico e non solo con il fratello situato a nord della cartina.

Sostenuto da un flusso di denaro proveniente dai capitali esteri, il boom economico della Corea del Sud ha certamente dato vita a una serie di conglomerati industriali che si sono consolidati nel tempo. Default è tuttavia uno sguardo critico e spietato verso quell’improvvisa impennata finanziaria che ha portato a un aumento del valore di mercato della moneta e, di conseguenza, del potere d’acquisto da parte dei cittadini, che davvero sentivano il desiderio di poter cambiare la loro condizione di partenza. 

Il sogno coreano vive ed è ricco di buone intenzioni, ma solo due personaggi sembrano avere chiara la situazione delle casse dello Stato. Il primo è una donna che lavora come funzionario all’interno della Banca di Corea; il secondo è invece un consulente finanziario esterno. Tutti e due sono accomunati da una mentalità scientifica, basata sui dati. Per loro conta che cosa fare, il tempismo, e non chi lo deve fare e come, che è compito della politica. L’unica, e allo stesso tempo determinante, differenza tra loro è che la prima svolge il proprio mestiere tenendo conto delle sorti dell’intera popolazione; il secondo guarda invece alla propria prosperità economica e a quella dei suoi clienti che gli affidano il denaro. 

Default tocca questa fase critica della storia del Paese con estrema durezza, mettendo la giovane funzionaria non solo a dover fare i conti con il tempo e con l’inadeguatezza e la superficialità dei governanti, che oltre a non sapere nemmeno chi chiamare per una riunione d’emergenza, non sanno altro che seguire il flusso degli eventi con emotività e non con la testa. Perché cercare soluzioni che garantiscono autorevolezza e autonomia al Governo, quando si può percorrere la via più breve (e poco equa) del Fondo Monetario Internazionale, rappresentato da una delle poche presenze occidentali in Default, l’attore Vincent Cassel. Questa visione che non tiene conto delle conseguenze collettive ma solo a quelle private e relegate a poche persone influenti è una sensazione che si percepisce anche in Europa ed è una delle cause della sfiducia verso le Istituzioni delegate dal popolo per proteggerli. Nonostante gli argomenti spinosi, i temi entrano comunque in maniera diretta nella mente di chi osserva, essendo trattati in maniera avvincente e con delle fasi narrative dinamiche, ma il regista ha voluto comunque lasciare un minimo di speranza verso le generazioni future, che dovranno impedire che si commettano gli stessi errori.

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