Dante va alla guerra è un ottimo film indipendente che possiede pregi e difetti come ogni racconto che si rispetti. Roberto Albanesi riesce comunque a inserire in questa storia elementi personali, mettendo il pubblico nella condizione di sorridere e allo stesso tempo di emozionarsi.

Questi sono tempi bui. Se si guardano i film in programma nelle sale più vicine l’argomento è sempre lo stesso. Guerra, guerra, guerra. In effetti, il mondo non sta passando un bel periodo. Il populismo che dilaga senza lasciare un appiglio su cui aggrapparsi, la mancanza di certezze future, la solitudine. Tutti questo non può che generare rabbia, frustrazione e apatia, come nel caso del protagonista del film di Roberto Albanesi. Lui è Dante, un giovane di provincia rimasto senza amici. O meglio, li ha avuti, ma in questo momento non ha bisogno di nessuno. Gli basta quella voce che ronza attorno alla sua testa a ricordargli in che situazione si trova.

Tutto sembra aver perso gradualmente significato, e il suo carattere inetto non aiuta di certo a cambiare le cose. Va dallo strizzacervelli, come se davvero parlare con uno sconosciuto possa spronarlo, perché il suo mondo di pensare lo induce a chiudersi a riccio in attesa di esplodere.  Ma non tutto sembra destinato alla distruzione schioccando solamente le dita, e non ci saranno supereroi a prendersi la briga di risolvere i problemi dell’umanità. Basterà una piccola cosa, un gesto, un incontro casuale, a cambiare effettivamente il corso del tempo. C’è molto da dire suDante va alla guerra di Roberto Albanesi.

Il film presenta alcuni punti deboli sotto l’aspetto narrativo, come la scelta forzata di inserire nel racconto il personaggio di Ignazio Virgilio “Faga” Fagaroni, una versione palesemente vicina al Forrest Gumpdi Robert Zemeckis. Le citazioni ai grandi cult del cinema sono onorevoli e giuste. Qui però si tratta proprio di portare ogni aspetto del suo carattere da un film a un altro, con il rischio che questo risulti privo di una personalità unica e ancorata in questo periodo. In pratica, il contrario di Dante, un personaggio che già dal suo modo di vestire racconta il suo essere in netto contrasto con la realtà. Giacca rossa sgargiante (davvero? È ancora possibile?), capelli che se fregano dell’era dei social, è un ragazzo fuori dal tempo come il Faga, ma con una differenza sostanziale: è arrabbiato con tutti. Detto in questi termini, il protagonista, anche se con motivi diversi, non è poi così lontano da quel mondo d’irati seriali. In cosa allora si distingue Dante dagli altri? Dal fatto che il suo rancore è frutto di qualcosa di vero, della sua esperienza e dei suoi ricordi.

È proprio questo aspetto apparentemente banale a renderlo riconoscibile, essendo questo mondo formato da persone sempre più staccate dagli affetti reali e più attaccate al mondo virtuale, un saloon ricreato ad hoc dove l’insulto è ormai la prassi. Il film se parte con un tono leggero come la commedia comanda, con lo scorrere dei minuti Dante va alla guerra diventa sempre più un racconto personale, libero e coraggioso. Lo si vede da quel monologo in cui Dante dichiara effettivamente le sue cause dei suoi mali, ma è riconoscibile da una serie di immagini che riavvolgono il nastro in quei momenti tragici della sua vita che lo hanno costretto a rimanere emotivamente immobile, con la paura di andare avanti. Poco importa il budget, poco importa i dialoghi a volte non proprio riusciti alla perfezione. Questo film è frutto di un pensiero preciso che riguarda anche noi, sostenuto da una regia all’altezza, da una fotografia dai colori accesi, e da una colonna sonora che contribuisce a dare ancor più significato all’immagine.

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