Se si lascia in disparte l’ottimo lavoro compiuto da Mario Martone sotto l’aspetto stilistico, dalla fotografia che tocca livelli quasi pittorici a una regia che percorre la crescita interiore di Lucia, interpretata da un’ammirevole Marianna Fontana, Capri Revolution è un film a metà che non incide dal punto di vista narrativo, con dialoghi molto spesso svuotati di significato e con rare occasioni in cui la storia lascia davvero il segno.

Il 1914 è l’anno che condurrà l’Italia verso la Prima Guerra Mondiale, ma nonostante il periodo storico di grande incertezza, nell’isola di Capri c’è una zona dove risiede un gruppo di ragazzi provenienti da tutta Europa, trovando in quel territorio la giusta ispirazione per le proprie creazioni e per il proprio spirito. La giovane Lucia, una ragazza del posto, si accorge improvvisamente di loro, trovandosi nella difficile situazione se rimanere inchiodata nella tradizione o se abbracciare quello stile di vita. Capri Revolution è l’ultimo di una ipotetica trilogia che raccoglie tre diversi momenti della Storia italiana. Mario Martone è partito con Noi credevamo, un film sugli attimi che hanno portato al Risorgimento raccontato con gli occhi di un gruppo di ragazzi pronti a unirsi all’interno della Giovane Italia, fondata da Giuseppe Mazzini. In seguito, con Il giovane favoloso, si è focalizzato sulla figura di uno degli autori più conosciuti e studiati della letteratura dell’Ottocento, Giacomo Leopardi, che nel lungometraggio aveva il volto dell’attore Elio Germano. Due opere che descrivono una rivoluzione sotto punti di vista differenti, dalla sfera strettamente politica, ideologica nel caso del film del 2010, a quella creativa ed emotiva se si considera il progetto del 2014 dedicato al poeta di Recanati.

Capri Revolution ha provato a mettere assieme entrambi questi aspetti concentrandolo su un’isola che da sola contiene due diversi paesaggi, dall’alta montagna perfetta per le attività agresti, al mare che bagna e nutre l’intero territorio. In pratica, un posto ideale per isolarsi dal mondo esterno e sviluppare i propri pensieri, vivendo secondo i propri principi, e lasciando fuori quelli dettati dalla società. Il regista per tutta la durata del film decide di rivolgere la sua macchina da presa verso la figura di Lucia, che già nei momenti di quotidianità non nasconde la sua determinazione. La ragazza, in seguito alla malattia che colpisce il padre, decide di prendere le redini del pascolo delle capre, considerando che l’istruzione all’inizio del Novecento rimane ancora un lusso, soprattutto per chi era in una condizione economica disagiata.

Tuttavia è nei momenti in cui si separa dalla cerchia familiare che entra in contatto con questo gruppo di ragazzi. Capri Revolution rivela infatti come il ’68, l’anno che tutti noi indichiamo come l’inizio di una trasformazione culturale, abbia avuto origine da un posto inatteso e lontano dalle lande americane. Quell’area campana staccata dalla penisola italiana è stata infatti l’embrione che ha generato un cambiamento epocale, con la novità che stava già emergendo, mettendo in crisi la tradizione che non voleva arretrare di un centimetro. Lucia, una ragazza semplice, spensierata e allo stesso tempo svincolata dalle catene culturali imposte dall’altro, nel guardare i gesti di quegli uomini e di quelle donne senza alcun freno inibitore, verrà messa di fronte a una scelta che si rifletterà sul suo futuro come individuo.

Sono soprattutto le sequenze durante il pasto che rendono evidenti una condizione di inferiorità di Lucia nei confronti dei fratelli, che non risparmiano la loro aggressività verso la sorella. Al contrario, Martone, anche grazie a una scelta di luce ben definita e di gran lunga più intensa delle altre, trasmette serenità e libertà nelle situazioni in cui avviene una graduale, ma decisiva, emancipazione della ragazza che diventa adulta. Ma se questo è un grosso merito del regista e delle sue scelte tecniche, tutto lo sforzo visivo non basta a rendere questo film rivoluzionario e sperimentale come preannunciato dalla storia, che passa tutto il tempo a mostrare gli intrecci e le relazioni (indubbiamente essenziali, come il rapporto spesso contrastante che si viene a creare tra scienza e metafisica rappresentato rispettivamente dal medico presente in paese e dal capo della cerchia) senza mai andare in fondo alle radici che hanno spinto queste persone verso questo desiderio di ribellione. Tutto viene descritto a parole, quasi sempre retoriche, spente anche a causa dei discorsi poco credibili dei personaggi, rendendo vano quel processo lodevole del regista che ha voluto riportare a galla una vicenda relegata nel mito.

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