Assassinio sull’Orient Express è un notevole esercizio di stile, ben girato e concretizzato, con alcune sequenze di rara bellezza nella loro ricercata perfezione. La stessa vicenda, che si dipana tutta sull’Orient Express, non dà una sensazione claustrofobica, ma rende quei vagoni un microcosmo necessario in cui prospera la mente brillante di Poirot, che non trascura neanche il più piccolo dei dettagli.

Uscito dalla penna di Agatha Christie, Assassinio sull’Orient Express è uno dei romanzi più noti e di successo della giallista britannica, così come il suo protagonista, Hercule Poirot. Kenneth Branagh ha dovuto per prima cosa misurarsi con un illustre precedente cinematografico. Se raffrontata all’affascinante film omonimo del 1974 di Sidney Lumet (con Albert Finney da Oscar affiancato da Ingrid Bergman, Lauren Bacall, Sean Connery, Vanessa Redgrave, Jacqueline Bisset e Anthony Perkins, per citare i nomi più altisonanti), la versione di Branagh si mostra chiaramente indirizzata al pubblico contemporaneo. Questo perché il regista inglese – nonostante la certosina messa in scena dal sapore teatrale – decide di lavorare molto più sul personaggio di Poirot, invece di addentrarsi nei dettagli dell’indagine o indagare più a fondo nella psicologia dei dodici sospettati.

A colpire l’occhio dello spettatore è certamente l’ambientazione sfarzosa, un contrasto netto tra il freddo gelido degli esterni e il caldo tepore degli interni, la natura feroce congelata dalla neve e la calda luce che ammanta i piccoli ambienti delle cabine interne. Il tutto senza che il film risulti mai claustrofobico. Chi conosce già la trama per averne letto il libro, resterà colpito dal fatto che si gira intorno alla suspense senza mai davvero affrontarla: Assassinio sull’Orient Express è un quadro di un thriller da ammirare da lontano, non un thriller vero in cui venire immersi. Colpa della storia già così famosa? Non credo, e comunque questa versione porta delle novità. La linfa vitale nuova instillata da Branagh aggiunge po’ d’azione, panoramiche spettacolari, grandiosi scenari analogici aiutati dal digitale fino a risultare quasi disegnati – soprattutto se ammirati sul maxi schermo che esalta la pellicola di 65mm -, sequenze di un treno che procede furiosamente nella tempesta di neve e un’ambientazione perfetta per ogni dialogo che conta.

assassinio sull'orient express, kenneth branagh, johnny depp, daisy ridley, recensione, poirotLa teatralità tipica di Branagh l’ha spinto a creare una quinta teatrale per ogni dialogo importante, tanti palcoscenici uno dopo l’altro. Branagh mette al centro di tutto Poirot: invece di farne la guida verso lo svelamento del vero protagonista (cioè il mistero), ne diventa l’eroe. Questo aspetto grava parecchio sul lavoro finale, non tanto per una fedeltà stilistica mantenuta solo in parte, quanto perché è evidente un accomodamento narrativo che favorisce più un’idea squisitamente produttiva che il piacere dello spettatore. Anche per quanto concerne la risoluzione del caso, comunque fedele al materiale originale, la vicenda si svolge con troppa fretta e senza la giusta audacia, e così alcuni passaggi rimangono poco chiari.

Anche alcuni passeggeri perdono di importanza, rivelandosi poco approfonditi; peccato, considerando il cast stellare impiegato. La resa finale avvicina indubbiamente la figura di Poirot allo spettatore, trasformandolo in un eroe moderno, con la presente pellicola che funge quasi da origin story per il personaggio (come nel caso dell’eroe di un cinefumetto). È quindi chiaro che vedremo l’evoluzione di Poirot nei film successivi: il diretto invito da parte della polizia a recarsi in Egitto, infatti, lascia ben poco spazio all’immaginazione, con Fox che ha da poco confermato un sequel.

Arianna Pinton

 

4

Buono

Average User Rating
4.7
1 vote
Rate
Submit
Your Rating
0