Il ragazzo più felice del mondo – l’intervista a Gipi

Il ragazzo più felice del mondo – l’intervista a Gipi

Per riassumere con un’immagine Il ragazzo più felice del mondo, è necessario tornare indietro nel tempo. Venezia, 1 settembre. Doveva essere una giornata estiva come le altre, con il pubblico che era solito raggiungere le sale per assistere ai trionfi dei film più attesi, o alle prime delusioni del festival, quelle che provocheranno quel rimorso di non aver puntato su un altro film in programma alla Mostra. E poi c’è l’evento inaspettato, quello che ci si porta dietro come il ricordo impresso nella mente. Il ragazzo più felice del mondoè uno di questi, cominciato precisamente alle otto e mezza di sera in fila alla Sala Giardino. A pochi minuti dall’entrata, un acquazzone travolge il pubblico che non sa se resistere a quel tempaccio infernale, frutto molto probabilmente da quelle streghe di Suspiria, andate in scena due ore prima.

Inzuppati d’acqua, lo spettatore in sala spera almeno che quel rischio di svegliarsi l’indomani con una broncopolmonite sia servito allo scopo: assistere alla prima del film di Gipi. Quel giorno l’autore pisano, a 7 anni da L’ultimo terrestre, è riuscito a regalare al pubblico un racconto libero, eccentrico e allo stesso tempo autentico. È davvero complesso individuare un genere predefinito per un racconto di questo tipo, presentato, non a caso, a Venezia 75 nella categoria Sconfini. Sarà proprio Gipi a offrire una linea guida in grado di decifrare al meglio questo insieme di codici e di stili che ruotano attorno a questo oggetto cinematografico non identificato, che vede al centro un uomo che da 20 anni manda delle lettere ai suoi fumettisti spacciandosi per un’adolescente.

1- Saprebbe dare una definizione a questo film?

G- Per me su Saturno sarebbe un film di Natale perfetto (ride). Non lo so nemmeno io che cos’è, perché ha toni da commedia, a volte anche delirante. Poi io sono cresciuto con i Monty Python, e mi piace quell’umorismo un po’ fuori di testa. Però allo stesso tempo ha una base assolutamente reale. Tutto quello che succede nel film, se si esclude la scena con gli uomini delle caverne, sono cose che sono accadute o prima o durante la lavorazione. Un esempio: la scena della grafologa che ci dice “mi avete scelto perché sono bella”, è accaduta davvero. Io e Gero (Arnone) avevamo davvero scelto una grafologa solo per l’aspetto fisico, perché siamo due ometti miseri e meschini che, comparando i titoli di ognuno, avevamo detto: “ma questa è bellissima, scegliamo lei”. E lei proprio al telefono ci ha risposto come riportato nel film. Noi davvero abbiamo compiuto un lavoro documentaristico, di ricerca. Poi è cambiato dopo più o meno due settimane di lavorazione.

2- Sono passati 7 anni da L’ultimo terrestre. Che cosa è successo durante questi anni?

G- Altri progetti, come un mediometraggio che andò in proiezione al Festival di Torino qualche anno fa che si chiamava “Smettere di fumare fumando”, dove io mi sono filmato per 10 giorni mentre passavo da 40 sigarette al giorno a 0, di colpo, raccontando quei giorni di astinenza dopo questa interruzione. Una roba completamente pazza, però era un film che avevo fatto senza autorizzazioni, senza niente, tutto girato con una Go-Pro costato in tutto sui 350 euro. Dopo ho deciso di non metterlo fuori. Per motivi personali, doveva quindi rimanere nel cassetto. In seguito ce ne fu un altro, sempre con lo stesso metodo, ma con una troupe più costruita. Avevo speso tutti i soldi in mio possesso e quando è finito, mi sono accorto che avevo rifatto un film senza liberatorie e autorizzazioni.

3- Che cosa l’ha spinta a riprendere la macchina da presa e a tornare nel mondo del cinema, e come ha convinto Procacci a finanziarlo?

Tutto è partito da mia moglie, alla quale le ho rivelato la mia intenzione di fare un documentario su questa storia. Lei mi ha detto: “Perché non parli con un nostro amico comune?”, che è un neo diplomato del centro sperimentale e che ha appena finito di girare adesso il suo primo film. Due giorni dopo avevo tutta la troupe, che erano quasi tutti ragazzi del centro sperimentale, e mia moglie che faceva da produttrice esecutiva. Domenico (Procacci) sapeva che facevo questa cosa, ed era anche disposto a finanziarla lui, ma io avevo fretta, volevo girare subito, non volevo aspettare. Solo quando avevo il primo pre-montato finito e senza un soldo in tasca, Domenico ha deciso di diventare produttore del progetto, pagando tutta la post-produzione e tutta la finalizzazione del film. Però sono riuscito a rendere il film così folle, che sarebbe stato molto difficile spiegare alle persone coinvolte in una produzione seria come lo volevo fare, la libertà che volevo avere nel girarlo, il fatto che non volevo attori professionisti come protagonisti. È per quello che è fatto così, perché è fatto in modo completamente autarchico.

4- Un tema che emerge con forza ne  Il ragazzo più felice del mondo è questo profondo desiderio di narrare storie. Quanto la carriera nell’arte del fumetto ha influito nelle scelte cinematografiche e viceversa?

G- La mia vita è fatta al 90% di ossessioni per le storie, tant’è che il mezzo che uso per farlo passa in secondo piano. Fumetto e cinema sono molto legati perché in questo caso ho avuto la sensazione di riuscire per la prima volta portare in scena un film con lo stesso approccio in libertà e d’invenzione continua che ho nel fumetto. Lì non devi programmare le pagine che disegnerai, non c’è una struttura che ti supporti, o non ci sono figure professionali che ti stanno accanto. Hai un’idea, la fai. In questo film qui, grazie a una troupe meravigliosa di ragazzi giovanissimi con un’energia infinita io ho lavorato allo stesso modo.

5- Se guardiamo invece il lato critico del film, c’è invece questo conflitto del personaggio con la fama e di mostrare a tutti i costi al mondo di esistere, soprattutto in una società che proprio adesso si appoggia al concetto di immagine. 

G- Rivedendo il film finito mi sono accorto come uno dei temi che mi appassionano e mi inquietano della contemporaneità ci sia finito dentro, che è il narcisismo. Io penso che l’egocentrismo diffuso in questa società, almeno in quella occidentale, sia alla base della politica e dei rapporti umani. Il narcisismo è una cosa che riconosco bene, perché chiunque faccia un mestiere di esposizione al pubblico, lo fa perché c’ha qualcosa di storto nella testa. Vorrei essere l’artista che fa le cose per sé stesso, ma non è così, perché poi sto in trepidazione a vedere qual è l’effetto che ha sulle altre persone. C’ho riflettuto tanto, e sono consapevole del narcisismo che mi pervade e mi porta a espormi, e cerco di controllarlo. Però ce n’è un altro molto diffuso del quale non c’è coscienza. Quel narcisismo lì è quello che poi porta ad avere una percezione della realtà molto distorta, perché viene percepita solo come specchio di sé, e porta quindi, tra le altre cose, al crollo del concetto di autorevolezza altrui, all’antiscienza, all’antipolitica.

6- Da che momento ha capito che il film stava passando dal documentario a un racconto di finzione?

G- C’è un momento preciso. Nello script iniziale, che arrivava all’incirca a pagina 60, c’era scritto “A questo punto andremo nella cittadina sul mare a incontrare lui, e vediamo che succede”. Prima di fare questo, io ho fatto veramente le analisi calligrafiche delle lettere. Mi ricordo che erano passate due settimane di lavoro. Quando è arrivato il referto, tutta la troupe ha esultato, pronta ad andare lì, a filmare delle scene da combattimento con delle telecamere nascoste. Io invece mi sono sentito morire quando è arrivata quella notizia. Voglio davvero fare del male a una persona per dell’intrattenimento? Da lì ho fermato la lavorazione per un mese, e in quel mese lì ho deciso che sarebbe cambiato tutto, che non saremmo andati a casa sua, che avrei ricostruito tutta la scena finale. Quando però ho spiegato ai ragazzi che lavoravano con me il motivo di questa scelta, che non basta dire di essere una brava persona per essere una brava persona, è cambiato completamente lo spirito con il quale lavoravamo. È come se tutti, dagli attori che recitavano, ai ragazzi che filmavano, si sentissero buoni. Per quello c’è un cuore rosso grosso come immagine di questo film. A livello narrativo chiaramente è un sacrificio non andare da lui, perché tutti gli spettatori si aspettano di vederlo. Tanti mi hanno scritto dopo Venezia dicendo “Dimmi la verità, ma chi è?”. Non mostrarlo è una cosa “brutta” per la storia, a livello di efficacia. Però voglio essere una brava persona. Per questo sono molto legato a questo film adesso, proprio per quella scelta lì, di lasciarlo stare, e secondo me ho fatto bene. Mi sento bene.

7- Toccando un tema politico, a Ferrara ha avuto modo di leggere la lunga lista dei migranti che non sono riusciti a raggiungere l’Europa. Che cosa l’ha spinta a mettersi in gioco, non solo fisicamente, ma anche nei profili social?

G- Sono pisano, non riesco a star zitto, e non penso di avere niente da perdere. La mia gioia nella vita viene da mia moglie, dalle cose che racconto e che scrivo. L’evento di Ferrara non la vivevo come qualcosa di giusto per la società, ma qualcosa di giusto per me. Ho i sensi di colpa nel fatto di essere un privilegiato occidentale che sostanzialmente chiude gli occhi ogni giorno della sua vita su un dramma che un giorno sarà nei libri di storia come evento epocale. Poi c’è anche una questione di logica. Basta fare un piccolo sforzo per capire che sono persone come noi e che hanno lo stesso desiderio di chiunque di migliorare la propria condizione. E poi c’è quello egoistico che in me domina sempre e che penso che se si è brave persone, se si è aperti agli altri, se si è generosi, si sta meglio. Quindi mi viene naturale compiere un gesto che mi fa stare bene, essere sensibili verso gli altri secondo me è una cosa che mi fa bene. Se fossi costantemente arrabbiato con la pistola nel cassetto, sperando di poterla usare, farei sostanzialmente una vita miserabile.

8- Tornando al racconto, La vita di Adelo si farà o non si farà?

G- (Ride) Questa è la domanda che fanno tutti. Qualcos’altro faremo. Può darsi che sia La vita di Adelo, non ne ho la più pallide idea. Appena ci saremo ripresi da Il ragazzo più felice del mondo, magari dopo aver visto che cosa succederà al cinema, sicuramente ne faremo un altro. Anche perché nel frattempo abbiamo fatto quasi 22 corti, e abbiamo imparato un sacco di cose che prima non sapevamo. Quindi sono abbastanza convinto che ne faremo uno che farà molto più ridere di questo.

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