Tre riflessioni su Tre Manifesti

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Il regista/sceneggiatore Martin McDonagh parla dei protagonisti del suo film.

Quest’anno non c’è stato candidato  al premio come Miglior Film più controverso di Tre Manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh. I fan della pellicola sono rimasti sbalorditi dalle sue straordinarie interpretazioni, il suo humour pungente, il brio narrativo e l’ambiguità morale. Presto è diventato un film sul quale riflettere e di cui parlare, e soprattutto da vedere e rivedere fino al parossismo, che ha inoltre avuto il merito di ispirare un uso polemico dei manifesti nella vita reale, dal controllo sulle armi da fuoco all’incendio della Grenfell Tower. Ma il vero cuore pulsante di questo film sono i suoi personaggi, tra i più complessi e ricchi di sfumature come non se ne vedevano da molti anni a questa parte, che hanno fatto guadagnare un Oscar a Frances McDormand e Sam Rockwell. Facciamo compagnia al regista mentre getta una luce sui personaggi chiave della sua storia.

 

1 MILDRED HAYES

“Per prima è venuta Mildred”, dice McDonagh. “La sua forza e la sua rabbia sono state il punto di partenza”. La presenza fissa di Frances McDormand nel circuito dei premi (ne ha portati a casa 16, tra cui l’Oscar) spiegano bene le ragioni per le quali McDonagh ha scritto il ruolo di Mildred su misura per lei. Per la parte di questa esponente della classe operaia, dura e tenace, una vera “forza della natura”, aveva bisogno di un’attrice che non sembrasse a suo agio sul red carpet. McDormand ha modellato il suo personaggio, compresa addirittura la camminata, ispirandosi a John Wayne in un western di John Ford, e rifiutandosi di provare con gli altri attori perché voleva conservare una certa distanza da combattimento tra Mildred e gli altri personaggi. In una storia sulle conseguenze scatenate da una rabbia inflessibile, era necessario che Mildred fosse in guerra con l’intera città.

“Ho scritto il personaggio perché andasse in giro in cerca di risposte da tutti quelli ai quali si rivolge”, dice McDonagh. “Poi ho ampliato il numero delle persone presenti in città. Chi altri potrebbe fermarla? E tutto questo cosa comporterebbe?” Quella che inizia come una rabbia giustificata si tramuta in una ossessione tossica, che finisce per complicare le simpatie dello spettatore. “Alla fine continua a piacermi; anche se non è esattamente la perfetta madre eroica”. Ci sono stati dei momenti in cui McDonagh e la McDormand si sono scornati sul set, e da quella tensione creativa è scaturita una performance talmente complessa, che il regista è riuscito a cogliere alcune delle sfumature nell’interpretazione dell’attrice solo in cabina di montaggio. “Come quando risponde in quella maniera orribile al personaggio di Woody [Harrelson], non appena le confessa di avere il cancro”, dice. “Lei si comporta in maniera assolutamente indegna, e lui si allontana con l’aria triste. A quel punto lei scuote la testa, ed è un gesto quasi impercettibile, come se stesse pensando che non avrebbe dovuto parlargli così. E quell’attimo è il momento più importante dell’intera scena. Non so neppure se l’ho notato quando l’abbiamo girata”.

 

2 JASON DIXON

McDonagh non sa mai che piega prenderà una sceneggiatura finché non ci va a sbattere il muso; per cui le cinque settimane trascorse a scrivere Tre Manifesti sono state stracolme di colpi di scena. “Non sapevo cosa sarebbe successo a Willoughby fino a un paio di scene prima”, dice. “Se quello che succede è uno shock per te che lo scrivi, allora sai già che il pubblico rimarrà ugualmente sorpreso. A quel punto la storia ha messo in disparte la soluzione del crimine, concentrandosi maggiormente su come la gente cambia quando in fondo non è così cattiva?” Ovviamente l’idea che Dixon, presentato come uno stupido bifolco, alcolizzato e violento, ben noto per la sua abitudine di torturare le persone di colore, non fosse veramente cattivo è stato ciò che ha reso il film così controverso.

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“Volevo che questo suo cambiamento risultasse vero e autentico; e penso che questo sia molto più importante di un messaggio rassicurante del tipo ‘torturare la gente di colore è sbagliato'”, afferma McDonagh. “Non lo vuoi dire perché è una cosa abbastanza ovvia. Penso che il cambiamento in una persona che non riesce a trovare il suo posto nel mondo avvenga nel momento in cui entra in relazione con gli altri. E in questo c’è un elemento di grande speranza”. McDonagh ha scritto la parte per Rockwell, che ha vinto un Oscar come Miglior Attore Non Protagonista grazie alla sua incredibile performance. “Sai già in partenza che da entrambe le parti c’è un dieci percento che odierà quella roba, di qualunque cosa si tratti”, dice, “ma non puoi davvero permetterti di ascoltare nessuno. Se nella tua storia c’è umanità, la tua speranza è che quella venga fuori”.

 

3 EBBING, MISSOURI

Sarà anche un cliché, ma è vero: in questo film la cittadina immaginaria di Ebbing, con i suoi grotteschi abitanti, è un autentico personaggio. “Probabilmente oggi somiglia ad un commento sull’America più di quanto non lo fosse nelle intenzioni originali”, afferma McDonagh, che scrisse la sceneggiatura nove anni fa, finché non decise che 7 psicopatici sarebbe stato la sua seconda regia dopo In Bruges. Ed è stato durante un viaggio attraverso gli States che ha effettivamente visto alcuni manifesti che hanno ispirato il suo racconto. “È un modo davvero triste di provare a ottenere giustizia”, dice. Benché all’epoca dell’incontro con Empire McDonagh non ricordasse dove avesse visto quei manifesti, il successo del film è stato d’ispirazione per un padre in lutto proveniente da Vidor, in Texas, e lo ha aiutato ad andare avanti.

Per trovare la sua Ebbing, il regista ha trascorso un anno in giro per cinque Stati alla ricerca della perfetta cittadina americana, finché non si è imbattuto in Sylva, nel North Carolina. “Stavamo cercando una città che avesse un aspetto iconico”, racconta. “Era necessario avere un’intera comunità schierata contro una sola donna, e l’aspetto della città doveva essere parte di quel mood“. I suoi viaggi hanno inoltre contribuito in maniera inestimabile a plasmare i dialoghi indimenticabili presenti nella sceneggiatura. “Tutto quello che c’è da fare è girare per queste piccole cittadine e ascoltare. Per me si tratta semplicemente del popolo americano, ma per gli attori americani è qualcosa di diverso; loro dicono, ‘No, è più elevato’, il che immagino derivi dalla mia formazione teatrale. Qualcosa come Mamet o Pinter”.

Per quanto riguarda poi quello strano titolo, “Scorre bene”, dice. “Mi piace l’idea di avere un titolo ordinario per un film straordinario”.

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