Lost In Space, il kolossal sci-fi “perso” per davvero

lost in space, william hurt, matt leblanc, gary oldman, heather graham, stephen hopkins

Ci risiamo con i paragoni. Su Netflix è approdato, senza sbagliare rotta, un nuovo Lost in Space. Con chi dovrà vedersela principalmente la serie Tv sviluppata da Matt Sazama e Burk Sharpless? Due sole ovvie opzioni: l’originale televisivo anni Sessanta creato da Irwin Allen, e il filmone fantascientifico di Stephen Hopkins realizzato nel 1998. Nessun dubbio sul fatto che la serie Netflix sia un filino meno cultuale del classico di Allen, mentre risulta già più avvincente e intrigante di quanto non fu il kolossal di due ore e venti minuti prodotto da New Line venti anni fa. Di sicuro s’è divertita a giocare con i ruoli originali, spostando il baricentro sui personaggi femminili (ma questa è un’altra storia).

La riduzione cinematografica di Lost in Space era capitata in una stagione piuttosto in forma: Titanic usciva dal girone dei frantumatori di record di incasso; una nuova generazione di attori giovani stava mettendo radici a Hollywood (citiamo a caso: Matt Damon, Leonardo DiCaprio, Gwyneth Paltrow, Jude Law, Ewan McGregor, Kate Winslet…), mentre quella degli over teneva testa: Jack Nicholson in Qualcosa è cambiato, Robert Duvall, interprete e regista de L’apostolo, Robert Redford al suo meglio in L’uomo che sussurrava ai cavalli e perfino Warren Beatty super-impegnato in Bulworth. Da parte sua, invece, la science fiction come genere non pareva aver individuato un referente di fiducia nonostante l’arrembaggio di Armageddon e il primo X-Files per il grande schermo. Il genere contava più vittime che vincitori: il flop clamoroso di Alien – La clonazione del francese Jean-Pierre Jeunet o quello di Sfera di Barry Levinson. Senza dimenticare il tonfo di Starship Troopers, l’anno prima, costato 125 milioni di dollari e fermatosi al botteghino ad appena sessanta.

Visto di sbieco perfino allora, Lost In Space dava in effetti un’impressione sbagliata: non si trattava soltanto di un sontuoso film di fantascienza creato per omaggiare “in grande” la serie televisiva di Allen, ma era in tutto e per tutto un film scommessa. Per la New Line, non ancora in pista con la trilogia de Il Signore degli anelli, il film di Hopkins rappresentava a conti fatti un’ottima chance per imporre un franchise: se gli incassi avessero tenuto, lo studio era decisissimo a continuare producendo nuovi capitoli. Lo stesso Matt LeBlanc, interprete del maggiore Don West nel film, aveva già firmato per altri due episodi. Citare per primo LeBlanc non è affatto sconsiderato. Lost in Space vantava un grande cast: William Hurt nei panni del capofamiglia Robinson, la rediviva Mimi Rogers in quelli della madre, Gary Oldman in veste di cattivo, il Dottor Smith, mentre per i tre figli erano stati presi la super quotata Heather Graham (nel ’97 aveva recitato in Boogie Nights, Two Girls and a Guy, compreso il cameo in Scream 2), la giovane Lacey Chabert direttamente dal teen drama Cinque in famiglia, e il piccolo Jack Johnson poi sparito dalle scene. Nonostante questo, l’attenzione mediatica fu divorata per intero da LeBlanc.

lost in space, william hurt, matt leblanc, gary oldman, heather graham, stephen hopkins

Nel 1998, del resto, Matt LeBlanc te lo dovevi immaginare in una sola maniera: Joey Tribbiani di Friends. Dopo aver preso parte a diverse serie Tv e al film Ed (1996), e raggiunto la popolarità con la sitcom della NBC, per l’attore, Lost in Space rappresentava un invidiabile biglietto da visita per dimostrare di saper andare oltre il ruolo comico della celebre serie e di possedere reale talento e intelligenza, sdoganando il personaggio di Joey senza troppo allarmare il suo agente (il rinnovo del contratto per altre stagioni di Friends dietro l’angolo). In realtà, Matt LeBlanc non fu la prima scelta della New Line: per la parte di Don West preferirono l’attore Sean Patrick Flanery, il quale a un certo punto non soddisfò più le richieste della major e si videro costretti a sostituirlo. Pur di non perdere quella improvvisa nuova opportunità, LeBlanc accettò di fare il pendolare ogni settimana tra Los Angeles, dove giravano Friends, e Londra, dove invece si girava Lost in Space. Anche a costo di dover recitare per quasi tutto il tempo con jet lag in corpo davanti al nulla del green screen.

Una volta uscito in sala, l’ambizioso film di fantascienza Lost in Space ebbe un esito non esaltante. Costato 80 milioni di dollari, Lost in Space dovette accontentarsi di 69 milioni al box office americano e un totale di poco più di 136 milioni in tutto il mondo. L’attore Tom Berenger non esitò a definirlo “un viaggio con l’acido”, dove un mucchio di bravi attori erano rimasti in balia degli effetti speciali per tutto il tempo in un teatro di posa.

Se il regista Hopkins aveva desiderato raccontare principalmente il legame tra un padre e un figlio, tutte le attenzioni se le  guadagnò proprio il reparto degli effetti visivi (oltre 750) prendendo il sopravvento sul resto. Effetti speciali realizzati interamente in Inghilterra con l’aiuto di Henson’s Creature Workshop, che si occupò del robottone grazie a sette tecnici impegnati a farlo muovere in remote control.Qualcosa di buono per fortuna c’era. Non male i costumi disegnati da Vin Burnham, colui che aveva vestito il Batman di Michael Keaton, e lodevole la parata di guest star prelevate dal telefilm degli anni Sessanta: Mark Goddard (Don West), June Lockhart (Maureen Robinson), Angela Cartwright (Penny Robinson), Marta Kristen (Judy Robinson) e Dick Tufeld che tornò a dare la voce al robot. Anche loro, come il super cast del film, di nuovo smarriti nello spazio ma senza sapere esattamente dove.

lost in space, william hurt, matt leblanc, gary oldman, heather graham, stephen hopkins

Mario A. Rumor

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

*