Sesso e potere: lo scandalo Harvey Weinstein fa tremare Hollywood

Harvey Weinstein

In questi giorni c’è un nome che a Hollywood rimbomba con un certo frastuono: Harvey Weinstein. Il produttore, con più di 300 film all’attivo (nel lungo elenco peschiamo le opere di Tarantino e Scorsese, le saghe di Scream e del Signore degli anelli e film da Oscar come The Reader o Il lato positivo), si è ritrovato colpito da accuse di molestie sessuali a colleghe e attrici perpetrate nel corso di decenni di carriera.

A scatenare la bomba, un report del New York Times pubblicato il 5 ottobre scorso, in cui si raccontava di come Ashley Judd circa 20 anni fa fosse stata invitata da Weinstein nel suo hotel di Beverly Hills e avesse subito avances piuttosto esplicite, tra cui la richiesta di un massaggio o l’invito a osservarlo in doccia. Stesso approccio ha subito nel 2014 Emily Nestor, dipendente temporanea della Weinstein Company, a cui il produttore avrebbe chiesto favori sessuali in cambio di un salto importante di carriera.

L’indagine del Times si è spinta più a fondo, rintracciando nel materiale raccolto una recidività che durava da circa 30 anni. Weinstein è stato licenziato dalla sua compagnia, la moglie ha chiesto il divorzio e lui ha cercato invano di dare spiegazioni con un comunicato: «Negli anni ’60 e ’70 c’era una cultura completamente diversa e altre regole di comportamento sul posto di lavoro. Mi spiace di aver causato dolore ai miei colleghi in passato, chiedo sinceramente scusa». Parole che non hanno addolcito lo scenario, anzi, e a poco è servito l’intervento dei suoi legali secondo cui gli incontri sessuali, se mai ci fossero stati, sarebbero avvenuti in modo consenziente da ambo le parti.

Weinstein, oggi che il suo impero è crollato si dice un uomo distrutto e chiede di non essere lasciato solo. Ma Hollywood è tutto fuorché impietosita. Le sue star hanno alzato la voce per condannarne il comportamento. Meryl Streep, per esempio, all’Huffington Post ha definito eroine le donne che hanno deciso di confessare gli abusi, sottolineando però come non tutti nell’industria – lei in primis – fossero a conoscenza delle azioni del produttore. George Clooney, amico di Weinstein da lunga data, definisce il suo presunto comportamento come “indifendibile”, seguito da Kate Winslet, Jennifer Lawrence e Glenn Close.

Sono state però le rivelazioni di personalità come Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie o Asia Argento a fare più rumore. La Paltrow ha raccontato al New York Times di aver subito molestie da parte di Weinstein quando aveva 22 anni, poco dopo essere stata scelta come protagonista del film Emma. Il modus operandi pare lo stesso: invito in camera d’albergo con proposta indecente (rifiutata): «È successo pochi giorni prima dell’inizio delle riprese. Ero una ragazzina, ero spaventata, pietrificata». L’attrice ricorda di aver confessato tutto a Brad Pitt, all’epoca suo fidanzato, che pare essersi confrontato a muso duro con Weinstein, il quale avrebbe poi intimato con toni piuttosto violenti alla Paltrow di non dire più nulla a nessuno. «Temevo mi avrebbe licenziato. Ma ora basta, siamo arrivati a un punto in cui le donne mandare un chiaro messaggio e scrivere la parola fine a questo tipo di trattamento».

Anche la Jolie si è rivolta al NY Times per confessare via mail una sorte simile, capitatale durante la produzione del film Scherzi del cuore: «Ho rifiutato e deciso di non lavorare mai più per lui. Ho anche cercato di avvertire i miei colleghi. Più doloroso il racconto di Asia Argento al New Yorker, in cui ricorda di come Weinstein nel 1997 la costrinse a un rapporto di sesso orale: «Solo vedere la sua faccia mi riporta indietro a quando ero una ragazzina di 21 anni. mi fa sentire di nuovo piccola e debole. Dopo l’abuso, lui ha vinto».

Alle rivelazioni si è persino aggiunto un caso di “insabbiamento” che ha coinvolto Matt Damon. Tutto risale al 2004, quando Sharon Waxman, fondatrice di The Wrap, stava scrivendo per il New York Times un’inchiesta sui presunti abusi sessuali di Weinstein e sulla figura di un suo socio italiano alla Miramax, Fabrizio Lombardo. Durante la redazione dell’articolo avrebbe ricevuto pressioni dal produttore perché non lo pubblicasse e alla sua voce si sarebbero aggiunte telefonate di Damon e Russell Crowe. Tutto è finito in nulla e l’articolo ridotto a una news sul licenziamento di Lombardo dalla Miramax.

Damon, che con Weinstein ha lavorato a diversi film tra cui Will Hunting – Genio ribelle che ne ha lanciato la carriera con tanto di Oscar per la sceneggiatura (scritta con Ben Affleck), si è subito rivolto a Deadline per chiarire la sua posizione. L’attore ha spiegato di aver avuto una conversazione telefonica di un solo minuto con la Waxman, «ma non sapevo nulla delle azioni di Harvey. Sono atti spregevoli che purtroppo avvengono a porte chiuse. Da padre di quattro figlie, mi sento malissimo per le donne vittime di questi abusi, è magnifico che abbiano avuto il coraggio di parlare. Sono loro la storia da raccontare, non io».

In difesa di Damon si è schierata anche Jessica Chastain, sua co-star in The Martian, che ha anche ritwittato un post della stessa Waxman in difesa dell’attore: «Posso confermarlo, la telefonata con Damon è stata brevissima e lui non sapeva nulla dello scopo investigativo dell’articolo».

Hollywood è divisa sulla faccenda: c’è chi, come le già citate Jolie e Chastain, dicono che fosse qualcosa di risaputo nell’ambiente e chi invece si dice ignaro ai fatti. Su una cosa l’industria è unanime: se c’è un responsabile va punito, e condannato una volta di più qualsiasi tipo di abuso. Bene, ma forse non sufficiente per lavarsi le mani né per distogliere l’attenzione su chi forse sapeva ma è stato zitto.

Impossibile infatti non chiedersi perché siano dovuti passare anni prima che il vaso di Pandora venisse scoperchiato (giochi di potere, influenze, paura delle vittime…?), e nel frattempo alla mente ritornano casi simili più o meno recenti, da Roman Polanski (denunciato da quattro donne diverse), a Casey Affleck: il fratello di Ben (anche quest’ultimo accusato di essere a conoscenza della presunta condotta di Weinstein) nel 2010 era finito al centro di una storia di molestie ai danni di due collaboratrici che avevano lavorato con lui e Joaquin Phoenix al film I’m Still Here. La vicenda era finita in fretta, senza passare dai tribunali, restando però una macchia su Affleck Jr., che si è portato dietro sino all’Oscar come miglior attore protagonista per la performance in Manchester By the Sea. Durante la premiazione, Brie Larson, che ha annunciato il vincitore, non ha applaudito il collega. Una freddezza spiegata in questo modo a Elle Magazine: «Qualsiasi cosa abbia fatto su quel palco parla da sola, ho poco altro da dire. Ho lavorato molto insieme alle vittime di abusi sessuali e non è possibile far credere loro che quanto successo sia stata una loro colpa».

 

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