120 battiti al minuto: Teodora e il tweet che provoca la comunità LGBT. Ma la vittima è solo un gran film

120 battiti al minuto

Sta facendo molto discutere, in queste ore, il tweet con cui Teodora, casa di distribuzione indipendente italiana, ha commentato il flop italiano di 120 battiti al minuto, film di Robin Campillo vincitore del Grand Prix della Giuria al Festival di Cannes che racconta la storia degli attivisti gay dell’Act Up, movimento nato nel pieno dell’esplosione dell’AIDS.

Il tweet in questione, postato per di più alla vigilia del Coming Out Day, giornata in cui si celebra l’importanza e la difficoltà dell'”uscire allo scoperto”, recita: «Fiasco in Italia per #120BattitiAlMinuto che nel mondo riempie le sale: e anche la comunità LGBT diserta il film. Ve lo meritate Adinolfi», in riferimento al politico con cui spesso il mondo LGBT è entrato in aspro conflitto.
La provocazione ha scatenato una grossa polemica sui social, con molti utenti che hanno risposto per le rime mettendo in discussione anche la strategia di distribuzione e comunicazione del film.

Su Facebook, per esempio, il cantante Immanuel Casto commenta: «È come dire agli ebrei vi meritate Hitler o a una donna che diserta un film sul femminismo che si merita gli stupratori. Ma scherziamo? Inoltre se non sono riusciti a promuovere un prodotto valido, di successo altrove, la cosa dice di più sul loro lavoro che sul pubblico». Peschiamo, tra i tantissimi interventi, anche quello di Mauro Gianmoena: «Beh, non è che in quanto gay devo essere costretto a vedere un film solo perché a tematica gay. Sono gay, ma sono anche tante altre cose, e l’altra sera ho scelto Blade Runner 2049 perché lo aspettavo da mesi e sono molto legato all originale. Queste vostre affermazioni sono quasi fastidiose. Allora devo ascoltare ogni cantante solo perché gay? Devo per forza guardare Pechino Express solo perché lo conduce un gay? Non esagerate. Se nei prossimi giorni lo troverò ancora lo vedrò». A lui fa eco Maddy Allan Pøe «Non è la comunità lgbtq a snobbarvi, ma è il film che è stato distribuito in pochissime sale e non tutti possono farsi centinaia di km solo per andare a vederlo. Riflettete prima di accusare un’intera comunità. Potreste dire che anche noi vi abbiamo disertato se per esempio avessimo sparso annunci per sconsigliare la visione del film, cosa che nessuno ha fatto, e quindi per favore non augurate quella chiavica di Adinolfi a nessuno. Grazie».

Dal canto suo, non si può dire che Teodora non si sia impegnata a denunciare il trattamento che il mercato italiano ha riservato al film, a partire dal divieto di visione ai minori di 14 anni, sino alla scarsità di sale messe a disposizione. Su Facebook, la casa di distribuzione ha risposto così al commento dell’utente Alessia Crocini, che ha fatto notare come, alla proiezione di Roma a cui aveva assistito, il pubblico fosse composto “per il 90% da persona gay e lesbiche”: «Anche noi titolari di Teodora siamo gay. Il film ha fatto a malapena 10mila spettatori – a naso direi che almeno 3 milioni di italiani sono gay (non conto i bambini , e quelli nascosti o quelli impossibilitati a vedere un film, senno saremmo a 6 milioni). Il rapporto è un po’ basso. A genova 247 spettatori e a Firenze 359 in 5 giorni. È davvero amara da inghiottire…Onestamente ci sentiamo traditi dalla maggioranza – ovvio che ci sono le eccezioni a cui siamo grati. Ma dopo anni di lavoro in cui abbiamo portato in Italia Pride, Lo sconosciuto del lago, Tomboy, Eisenstein , Weekend, Krampack, XXY eccetera eccetera, viene voglia di buttare la spugna».

A difendere la posizione della casa di distribuzione, spiegando le ragioni del tweet della discordia, ci pensa il suo cofondatore, Cesare Petrilli, che in un’intervista rilasciata a Gaypost.it ha dichiarato di non sentirsi in dovere di chiedere scusa, spiegando che il post «era una citazione di Nanni Moretti quando dice “Ve lo meritate Alberto Sordi”. È ovvio che non auguro a nessuno di essere vittima di omofobia. Io sono gay, il mio socio è gay, l’addetto stampa è gay, il social media manager è gay. Abbiamo portato in Italia film a tematica LGBT di grande successo come Pride, Tomboy, XXY: di tutto ci si può accusare ma non di omofobia. Il paragone con la Shoah è una stupidaggine. Non è possibile che non si possa più fare una provocazione altrimenti restiamo tutti a guardare Pippo Baudo e smettiamo di fare denunce forti»

Petrilli ha fatto anche un quadro relativo alla distribuzione del film, sottolineando però come la crucialità della faccenda sia da cercarsi altrove: «Non è questo il punto. A Milano siamo nella sala numero uno, l’Anteo, a Brescia siamo in un cinema storico, il Sociale, ma anche lì le cose non vanno bene. Gli italiani vogliono vedere commedie e film leggeri, tant’è che Pride che era un film più allegro è stato accolto con molto favore. Qui è stata percepita la drammaticità ed è lì che mi sarei aspettato il supporto della comunità. Quando ero in America 25 anni fa, la comunità gay faceva muro attorno a questi temi, proprio per dare forza. Mi sarebbe piaciuto che una cosa simile succedesse anche in Italia. Io non voglio diventare ricco con questo film. Dico solo che la comunità gay non c’è stata».

Il dibattito resta accesissimo e c’è comunque chi sostiene Teodora e gli esercenti che hanno proiettato il film, applaudendone il coraggio di aver portato in Italia un titolo dalle tematiche importanti e di valore universale. Ma il vero problema, forse, non è tanto focalizzarsi su un post controverso, quanto cercare di capire perché nel nostro territorio prodotti di questo genere riescono raramente a trovare la visibilità che meritano.

120 battiti al minuto è uscito in Italia in 40 sale il 5 ottobre, stesso giorno di uscita di Blade Runner 2049. Già una simile competizione è piuttosto impari e se poi aggiungiamo la scarsa capillarità di distribuzione i numeri diventano questi: poco più di 67mila euro nei primi 4 giorni di programmazione, con 10.299 spettatori paganti e una media per sala di 1.675 euro. Il confronto con la Francia è impietoso: uscito nell’ultimo weekend di agosto, il film ha incassato 20mila euro piazzandosi in cima al box office e triplicando il tesoretto dopo un mese di programmazione. La sensazione è che in generale un po’ tutto non abbia funzionato a dovere, tra una promozione non spinta a sufficienza, forse, il peso che i blockbuster sempre avranno in cartellone e la sensibilità “dell’italiano medio”. Gay o etero che sia, perché data la qualità del film non fa la minima differenza.

Di certo c’è che la vera vittima in questo calderone finisce per essere il lavoro di Campillo. La “terapia d’urto” di Teodora potrebbe infatti avere anche un effetto boomerang, spingendo chi si è sentito offeso a boicottare 120 battiti al minuto per ripicca (e infatti alcuni utenti ne hanno manifestato la volontà). Una conseguenza che getterebbe ancora più nell’ombra un’opera applaudita all’unisono, che ha fatto innamorare Pedro Almodovar per la sensibilità e sincerità del racconto, che per tematiche e messa in scena non può (e non deve) lasciare indifferenti.

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