Un thriller sul celebre giustiziere assolutamente violento, con un’incandescente performance di Jon Bernthal.

Non stupisce di certo la decisione di Marvel e Netflix di togliere The Punisher dal programma del New York Comic-Con, in seguito alla tragica sparatoria avvenuta a Las Vegas il 1 ottobre. Praticamente ogni episodio della serie esibisce un uso delle armi tanto gratuito quanto violento, come in un film di John Wick. Nonostante abiti lo stesso mondo di Daredevil, Jessica Jones e Luke Cage, Frank Castle (Bernthal) non è un supereroe. Anzi, non è nemmeno un eroe. È uno psicopatico pieno di problemi, pericoloso e solitario, il cui rigido senso della giustizia lo trasforma in giudice, giuria, aguzzino e giustiziere.

Lo vediamo nelle vesti di cecchino sparare a criminali in lontananza, tirare sventagliate di mitragliatrice trita budella in stanze piene di scagnozzi e piantare proiettili nella testa di vittime che implorano pietà. Visti i recenti eventi, e considerando la terrificante facilità con cui i cittadini americani hanno la possibilità si prendersi a revolverate, è lecito domandarsi se The Punisher sia davvero l’antieroe di cui il paese ha bisogno adesso. Sembra che la stessa domanda se la siano fatta anche gli autori, primo fra tutti lo showrunner Steve Lightfoot, ma ormai giunti al tredicesimo episodio, è stato da subito evidente come non avrebbero potuto (o voluto) dare una risposta convincente al quesito. La Karen Page di Daredevil (Deborah Ann Woll) salta fuori e si oppone al controllo delle armi, discutendo goffamente della questione con un senatore contrario alle armi da fuoco, apostrofato da lei come ipocrita. Il tutto prima di essere mollata in una situazione da “salvate la donzella” che, viene fatto intendere, si sarebbe potuta evitare se solo lei avesse avuto una pistola nella borsetta.

the punisher, john bernthal. recensioneAllo stesso tempo lo show guarda con empatia al trattamento riservato dall’America ai propri veterani di guerra: uomini addestrati ad uccidere per il proprio paese, ma inviati altrove per uccidere in nome di oscuri disegni politici, prima di essere riportati a casa e abbandonati a loro stessi, ognuno con i suoi traumi. Frank Castle è il prodotto di questo maltrattamento sistematico, come anche un altro personaggio che diventa un antagonista in un intreccio secondario, una sorta di terrorista unabomber come Timothy McVeigh. La linea di demarcazione tra lui e Frank è intenzionalmente offuscata. Ma è una scelta che serve a spiegare il loro diverso modo di dare sfogo alla violenza, o piuttosto a giustificarlo? Insomma, è uno show problematico; i metodi di Frank non vengono di certo avvallati, ma moralmente se la cava.

Tuttavia, se si lasciano da parte le posizioni politiche confuse e imbarazzanti, c’è parecchio di cui gioire. La coreografia delle scene d’azione è eccellente, in particolare nel decimo episodio, che unisce elementi a cavallo tra Leon e Rashomon. E Bernthal è l’attore più di razza tra tutti i titoli targati Marvel/Netflix, coinvolgente tanto nei momenti più delicati quanto nelle scene in cui diventa una furia, armato fino ai denti. I fan del fumetto saranno contenti di sapere che The Punisher presenta la sua storia su grande schermo finora più riuscita (compreso il debutto di Bernthal nei panni di Castle nella seconda stagione di Daredevil) ma, di nuovo, è uno show che, a 13 episodi, la tira un po’ troppo per le lunghe. E qualcuno potrebbe chiedersi se, in tempi tesi e delicati come questi, è un personaggio che era opportuno riportare sullo schermo.

Dan Jolin

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