The Cloverfield Paradox è un film che si dimenticherà in fretta sotto l’aspetto del contenuto, con cliché già visti in altri lungometraggi fantascientifici e un approfondimento relativamente esiguo dei suoi personaggi, con l’unica esclusione della protagonista Hamilton. Ciò nonostante, l’intrattenimento e la tensione non mancano in questo racconto, grazie a delle ottime scelte di regia del giovane Julius Onah.

L’umanità è a rischio estinzione. La Terra, colpita da interruzioni di corrente ormai regolari, sta esaurendo tutte le scorte energetiche presenti nel sottosuolo, con conseguenze geopolitiche irreversibili e che potrebbe significare la fine del genere umano. Germania, Russia, Stati Uniti sono ai ferri corti, ma l’unica speranza tangibile viene riposta a un equipaggio internazionale, spedito nello spazio cosmico per trovare una soluzione idonea e percorribile per la salvaguardia dell’intera popolazione. L’obiettivo è di costruire un acceleratore di particelle, capace di creare energia in grandi quantità e per un tempo illimitato. I fallimenti sono all’ordine del giorno; la macchina non sembra funzionare al meglio, con gli astronauti incapaci a trovare la formula giusta per mantenere stabile l’intera struttura. Il tempo passa, e la probabilità di successo diminuisce esponenzialmente. Ma ad un certo punto, Eureka! L’energia delle particelle subatomiche, in uno degli ultimi tentativi rimasti dalla truppa, si stabilizza, portando con sé un’amara verità. O meglio, un paradosso.

Si parlava da tempo del terzo capitolo della saga creata da J.J. Abrams Cloverfield, anche se con poche informazioni in mano. C’è chi diceva che fosse stato pronto per quest’anno, e c’è chi aveva tirato fuori un ipotetico titolo, la particella di Dio. Recentemente, il rumour più attendibile riportava un interessamento di Netflix, disposto ad acquisire il film dalla Paramount. Come sempre, la data non era stata comunicata per nulla, come è capitato del resto con il primo episodio del racconto che, con lo stile del falso documentario in found footage, descriveva l’arrivo di un enorme mostro per le strade di New York. Lo stesso è capitato con The Cloverfield Paradox, annunciato improvvisamente dopo uno degli eventi esclusivi andati in onda negli Stati Uniti, il Super Bowl. Il fatto straordinario, innovativo (e inedito dal punto di vista promozionale), è che il trailer ha accompagnato immediatamente il rilascio del film sul catalogo. Niente trailer (con l’eccezione dello spot di 30 secondi), niente immagini. Un paradosso, se si vuole pubblicizzare un’uscita di un lungometraggio. Invece l’effetto ottenuto è proprio quello della sorpresa, con aspettative stellari verso la storia, che da progetto top secret si è manifestato davanti allo spettatore con tutta la potenza e autorevolezza di un film che ha tutte le carte in regola per giocarsela contro i suoi predecessori.

Su questo aspetto, Netflix ha già vinto a mani basse, grazie a quell’effetto virale di cui tanti altri suoi racconti hanno saputo beneficiare. Ma se si analizza nel dettaglio The Cloverfield Paradox, il paragone con i fratelli è piuttosto delicato e spinoso. Non si spiegherebbe altrimenti la decisione di Paramount di lasciarlo nelle mani della concorrenza. Cloverfield, uscito nel 2008 e diretto da Matt Reeves, colpisce per la tensione che provoca per tutta la narrazione, aiutata dalla scelta azzeccata della telecamera a spalla che, come in un reportage di guerra, riprende la disfatta inesorabile di una civiltà. Ma da dove viene questo mostro? Qual è la sua origine? La risposta in parte la offre la storia diretta dal giovane Julius Onah, che porta la macchina da presa oltre l’atmosfera terrestre, lasciandosi alle spalle gli eventi e le crisi diplomatiche dei diversi Paesi in conflitto per gli ultimi giacimenti petroliferi rimasti. Il racconto cerca in qualche modo di collegare le storie introdotte dai due episodi di Cloverfield, ma allo stesso tempo pecca di originalità e spessore.

Se sotto l’aspetto tecnico, la regia e il montaggio mostrano l’assoluta capacità di creare tensione in alcune fasi importanti del film, è la narrazione a pagare il conto finale per le scelte per nulla coraggiose dei suoi autori, con alcuni archetipi che si sono manifestati in altri lunghi come Alien Covenant, Prometheus, The Martian diretti da Ridley Scott, e Gravity di Alfonso Cuaron. L’apprensione dei diversi personaggi si percepisce in alcune fasi cruciali del racconto, ma non al punto da incidere fortemente sulla storia, come se questi fossero in completa balìa degli eventi e delle collisioni con gli universi attorno a loro. L’unica eccezione è Hamilton, interpretato da Gugu Mbatha-Raw, una donna che si trova dopo l’incidente a vivere in un incubo a occhi aperti, scoprendo una realtà radicalmente opposta alla sua e mettendola in una condizione esistenziale complessa.

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