Sì ok, si presenta benissimo, ma Riviera è eccessivamente serioso, molto spesso inverosimile, e non ce la fa a lasciare il segno. In altre parole, assomiglia a una cornice molto costosa piazzata su un dipinto fatto con le dita.

Il canale Sky dedicato alle serie tv drammatiche potrebbe non generare lo stesso assordante clamore delle controparti su Netflix e Amazon Prime Video, ma vanta una simile strategia – spesso grazie ad astute coproduzioni – nel calamitare in maniera analoga grandi nomi. Idris Elba e John Ridley hanno portato la scintillante patina hollywoodiana in Guerrilla, Tim Roth e Christina Hendricks saranno presto nel nuovo western ambientato ai giorni nostri Tin Star, e ora, mentre ormeggia nel porto il suo yacht placcato in oro, ecco arrivare Riviera. Con Julia Stiles in cima alla prua, creato dallo scrittore vincitore del premio Oscar Neil Jordan (La moglie del soldato) – basato su un’idea di John Banville – e costellato di grandi nomi internazionali (Iwan Rheon, Adrian Lester, la Lena Olin di Chocolat), era difficile immaginare un team più affermato ai comandi di questo thriller diviso in dieci episodi e costato 40 milioni di sterline.

Con queste credenziali fa ancor più rabbia che il risultato sia un prodotto così confuso, privo di umorismo e – salvo una manciata di momenti interessanti – noiosamente generico. Ad ogni modo, all’inizio veniamo accolti da una scena che ci lascia a bocca aperta. Mentre la curatrice d’arte Georgina Clios (Stiles) è a New York a fare un’offerta per un capolavoro dell’arte moderna, suo marito – il banchiere ultramiliardario e filantropo Constantine, interpretato da Anthony LaPaglia – si trova in Costa Azzurra su uno yacht che sta per saltare in aria. Poco dopo aver posato lo sguardo sul corpo carbonizzato di Constantine (una scena talmente assurda da sconfinare quasi nel ridicolo), il mondo di Georgina inizia a svelarsi. Si scatenano battaglie con Irina, la gelida prima moglie di Constantine (Olin), litigi con i suoi problematici figli (Rheon, Dimitri Leonidas e Roxane Duran), nonché domande inquisitorie sugli oscuri traffici del marito da parte di un investigatore dell’Interpol (un piacevolmente brizzolato Phil Davis).

C’è poi il mistero della donna che si è tuffata dallo yacht pochi istanti prima dell’esplosione. Per non parlare degli indizi che suggerirebbero che Constantine potrebbe aver inscenato la propria morte. A partire da questo momento Georgina si trasforma in una detective, e quello che ci viene offerto è un affresco in costante sviluppo fatto di gangster rabbiosi, giochi di spie in stile Bourne, colpi di scena degni di Dynasty e scorrettezze varie in un profluvio di riprese di palazzi francesi. All’inizio le speranze erano che potesse somigliare a The Night Manager, ma in verità Riviera a tratti ricorda il pomposo dramma hip-hop Empire, senza però l’insulsaggine compulsiva. Qualsiasi occasione per le battute o per mettere un po’ di leggerezza viene spazzata via da esplosioni di violenza parossistica – come Adriana, la più giovane e fragile dei Clios, quando si incide parole sul braccio, un disperato assaggio di una successiva e più lunga scena di tortura – o da ridondanti discorsi (“Questa famiglia è un cancro, è avvelenata fino alla radice”).

A parte questo, ci sono delle semplici questioni di verosimiglianza. Dobbiamo davvero credere che Georgina passi dall’essere un rispettabile pezzo grosso del mondo dell’arte a una delinquente che se ne va in giro con la pistola nell’arco di pochi episodi? Realizzare un’epopea criminale con protagonista una donna è un’impresa ammirevole, ma più guardate, più avvertirete una sensazione di interferenza nascosta, proveniente da dietro le quinte, che Neil Jordan ha indicato come motivo per il quale non ha diretto nessun episodio della serie, nonostante abbia partecipato alla scrittura di due episodi insieme a John Banville. La cosa frustrante è che non mancano elementi positivi sparsi qua e là. L’intesa che c’è tra la Stiles e Lester (che interpreta uno scaltro amico di vecchia data) è molto piacevole, Amr Waked fa la sua figura nella parte di un agente tutto d’un pezzo della corrotta polizia di Nizza, e ci sono delle scene girate con abile tensione. Alla fine, però, l’idea centrale di Riviera – che l’apparenza di benessere spesso cela oscurità – è trattata in una maniera alla lunga esasperante. Nel momento clou, che non vi sveleremo qualora vogliate a tutti i costi andare avanti, si ha la sensazione che sia stata interpretata molto male.

JIMI FAMUREWA

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