Convincente e trascinante fin dai primissimi istanti, la costruzione di questa odissea solitaria archivia un climax lineare e si affida piuttosto a un incastro di eventi, presente e passato recente, sostenuto da dialoghi efficaci nel ribadire il senso esistenziale dei due protagonisti.

È meglio di ogni previsione Resta Con Me (Adrift), il film con Shailene Woodley tratto da una storia vera. Ogni stagione cinematografica al suo avvio sembra non poter fare a meno di un bel filmone romantico con il compito di colpire il cuore degli spettatori, il tutto preferibilmente condito da contrastante destino a interferire con l’agognato happy end. Era accaduto qualche anno fa con Io Prima Di Te, imperfetta macchina arraffa lacrime con Emilia Clarke, e accade ora con un film burrascoso quanto a drammaticità e azione ma piuttosto appassionato e disinvolto sul versante sentimentale. Resta Con Me si appropria di uno degli interpreti di quel film, l’attore Sam Claflin, al quale anche questa volta è riservato un orizzonte interpretativo impegnativo. In questo è sostenuto dalla storia di Resta Con Me e dall’abilità narrativa del regista islandese Baltasar Kormákur nel conferire al suo personaggio un ruolo chiave per mettere alla prova la protagonista Shailene Woodley.

I due interpretano Richard e Tami, due giovani cittadini del mondo con radici familiari distanti, verso le quali non avvertono il bisogno di tornare. Il primo è uno skipper inglese di 33 anni che viaggia in giro per il mondo in solitaria sulla sua barca; lei è una ragazza americana che si sposta in continuazione mantenendosi con piccoli lavoretti, e intanto conosce sempre nuove destinazioni. Si conoscono a Tahiti, si frequentano e si innamorano. Quando una coppia di americani propone a Richard di portare la loro barca fino a San Diego attraversando l’Oceano Pacifico, il ragazzo accetta quasi senza pensarci e si trascina dietro la compagna. Nel corso del tragitto però incrociano l’uragano Raymond e le cose si mettono davvero male: lui viene sbalzato fuori dal veliero rimanendo ferito, lei è costretta a occuparsi di tutto orientandosi con il solo sestante e una carta marittima.

resta con me, shailene woodley, recensione, baltasar kormakurLa storia vera di Richard Sharp e Tami Oldham Ashcraft, avvenuta nel 1983, nelle intenzioni del regista Baltasar Kormákur è un inno al coraggio e alla sopravvivenza. E trova in Shailene Woodley una formidabile fonte di ispirazione, anche quando l’attrice in zona effusioni d’amore si impegna con eccessiva solerzia in risatine e urla al vento degne del Leonardo DiCaprio di Titanic. Ma non è quello il profilo migliore con il quale si presenta Resta Con Me. Convincente e trascinante fin dai primissimi istanti, la costruzione dell’odissea solitaria di Tami archivia un climax lineare e si affida piuttosto a un incastro di eventi, presente e passato recente, sostenuto da dialoghi efficaci nel ribadire il senso esistenziale dei due protagonisti che è al tempo stesso sganciato da ogni legame lasciato alle spalle ma sentimentalmente in perfetta sintonia nel loro essersi trovati.

I film ambientati in mezzo al mare, diceva il buon Steven Spielberg ai tempi de Lo squalo, sono un autentico incubo da girare. Baltasar Kormákur invece dimostra una autorità e una bravura nelle scene più impegnative in acqua e in quelle drammatiche che gli rendono onore (l’uragano è un continuo rimbombo di suoni e immagini angoscianti). Abilità probabilmente ereditata dal suo precedente film Everest, e che egli gestisce alternando tensione e sconforto ai momenti romanticamente più dialettici e intensi del suo film. Come in passato, il regista affronta la materia drammatica dei due ragazzi alla deriva con la consapevolezza di rivolgersi prima di tutto all’imbattibile avversario naturale che hanno davanti, guardando con ammirazione l’orizzonte sconfinato dell’oceano con ancora il desiderio di trovare in esso un mondo puro, libero e selvaggio.

Mario A. Rumor

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