È possibile che l’idea che abbiamo di qualcuno si riveli sbagliata in modo totalmente devastante? Sono i dubbi a rendere questa storia d’amore tanto inconsueta quanto coinvolgente e inquietante. L’elemento dominante è cercare di capire se Rachel sia degna di fiducia o meno, se stia tramando qualcosa o meno. Gli spettatori avranno opinioni contrastanti. Di certo è un film pienamente convincente.

L’ha fatto o non l’ha fatto? Rachel è da biasimare oppure no? Uscirete dalla sala con questo incessante quesito che vi ronzerà in testa. E tanto non ne verrete a capo. Tratto dal romanzo Mia Cugina Rachele del 1951 di Daphne du Maurier, il film è stato adattato per il grande schermo da Roger Michell (Notting Hill, The Mother), che ne ha anche curato la regia. Il mistero è un elemento centrale in ogni dettaglio di Rachel. “Penso che, se si sapesse ciò che Rachel ha fatto veramente, la storia non funzionerebbe, – dichiara il regista – è entusiasmante realizzare un film in cui parte del divertimento è sapere che gli spettatori lasceranno la sala… discutendo se sia stata lei oppure no”.

Il germe del dubbio è infatti disseminato in tutta la sceneggiatura, usato per esplorare il profondo divario tra i sogni romantici e la realtà delle relazioni, fatta di potere, denaro e convenzioni sociali. È un thriller gotico, in cui entrano in gioco l’innamoramento e il patrimonio di famiglia intrecciati ai temi della sessualità, del potere delle donne e della loro libertà in un mondo maschilista. L’elemento chiave è la decisione di abbracciare pienamente l’ambiguità elettrizzante del romanzo, che l’autrice mantiene viva fino alla fine. Lungo tutto il film è palpabile il senso d’inquietudine sotto la superficie apparentemente calma. Il cuore della storia è la tormentosa ricerca della verità, che prosegue incalzante fino alle ultime battute. “L’idea dell’estraneo misterioso ha una risonanza universale ed è un’eccellente esca narrativa” osserva il produttore Kevin Loader. In un crescendo di inquietudine, arriviamo al momento clou del film avvolti in una coltre di ambiguità riguardo a chi è colpevole e chi non lo è.

rachel, roger michell, rachel weisz, recensioneColpisce anche la contemporaneità del personaggio di Rachel, che si batte contro le restrizioni della società inglese del XIX secolo. Lei è caparbia, non scopre mai completamente le sue carte e si compiace della propria sessualità. Tutti questi temi, che erano sconvolgenti nel 1839, anno di ambientazione, sono attuali ancora oggi. Rachel Weisz riesce a dare al suo personaggio una connotazione brillantemente inquietante: un momento è affascinante e subito è furiosa, ma nasconde sempre qualcosa. “Ogni sfaccettatura è interpretata con convinzione”, dichiara Michell. La Weisz ha abbracciato con la stessa intensità il lato brillante e quello oscuro del personaggio, senza mai farne prevalere uno. Da un lato, è una donna che arriva in Inghilterra ancora scossa per la morte del marito e si ritrova spaesata in un ambiente completamente nuovo.

Dall’altro, si fa cogliere con la guardia abbassata a causa dell’attrazione per il nipote ed erede del marito defunto. Al tempo stesso, l’attrice interpreta Rachel come una donna tenacemente indipendente ed evasiva riguardo al suo passato in Italia. Per il ruolo di Philip, Michell ha scelto Sam Claflin, che, col suo viso da fanciullo, ha incarnato i due tratti conflittuali del personaggio (ruolo che fu di Richard Burton nella prima versione del film): l’aspetto ingenuo e la mascolinità affascinante. Claflin è perfetto nei panni del giovane inesperto che non sa nulla delle donne e che si imbarca in un’avventura di stampo un po’ freudiano con una parente acquisita, forse assassina, e che spesso lo tratta come un bambinetto. All’inizio Philip sospetta che Rachel abbia commesso un delitto e la detesta. Ma, pian piano, viene stregato da lei, che inizia a esercitare un’influenza sconcertante su di lui. In ogni caso, l’arcano non si scioglie: Rachel è una donna o una strega, una vittima o un’assassina?

Francesca Nobili

4

Buono

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