Una storia che abbiamo già visto mille volte ma tenuta in piedi in maniera brillante dalla performance di Danielle Macdonald, che dimostra di saper maneggiare con abilità arte drammatica e rap.

Negli ultimi cinque anni, l’accusa di ‘appropriazione culturale’ è stata mossa a ogni rapper di pelle bianca che abbia osato anche solo fare un gesto da gangster. Nel 2013, abbiamo visto Lily Allen subire gli attacchi dal popolo di Twitter per i ballerini neri e asiatici che twercavano nel video di Hard Out Here. Alla fine dell’anno, Honey G – una caucasica di mezz’età – ha dovuto subire lo stesso trattamento, settimana dopo settimana, a X Factor: i suoi numerosi detrattori includevano anche la stessa Lily Allen, che non ha esitato a definire le sue performance come “sbagliate sotto tanti punti di vista”. I professionisti dell’indignazione troveranno probabilmente le scene d’apertura di questo film altrettanto problematiche.

Incontriamo la 23enne Patricia (Macdonald), nome d’arte Killer P, attraverso una sequenza di sogno in cui la vediamo su un palco, indugiare nell’adulazione della folla che, a ogni rima, pende dalle sue labbra. Si sveglia, e scopriamo che in realtà vive in una piccola casa nel New Jersey con la madre (Everett), una cantante hairmetal mancata e alcolizzata che fatica a considerare il rap anche solo musica. Patricia è bloccata da un lavoro senza prospettiva in un bar ed è ad anni luce dal realizzare i propri sogni. Il suo socio è un ragazzo asiatico (e cantante R’n’B sulla falsa riga di Drake) di nome Jheri (Dhananjay) ed è l’unico a riconoscere il suo talento con le rime e il suo abile flow. È lui che la spinge a partecipare a una rap battle in un parcheggio – un espediente narrativo sempre efficace per creare tensione emotiva –che vince contro un rapper maschio bianco, ma che finisce per costarle un pugno in faccia da parte dello sconfitto.

patti cake$, recensione, Geremy Jasper, Danielle MacdonaldL’invidia, si sa, è una brutta bestia. Entra in scena il personaggio afroamericano che ha il compito di rendere più verosimile il contesto: un rockettaro mezzo satanista alla Marilyn Manson, con le lenti a contatto colorate, di nome Bob (Athie), ma che si fa anche chiamare ‘Basterd l’anticristo’ (in parole povere, il tipo di ragazzino che ti aspetteresti fosse bianco). Insieme a Jheri e – incredibile ma vero – la nonna di Patricia (Moriarty), formano una band, e così assistiamo all’inevitabile scena in cui questa variopinta gang di emarginati crea spontaneamente una canzone che si suppone incredibilmente geniale, ma che in realtà è solo teneramente pacchiana. Da qui, l’esordiente Jasper, sceneggiatore e regista, prosegue con un tono sincero e kitsch in egual misura, arrivando al culmine dell’inevitabile talent show – ma talent di questo tipo esistono ancora da qualche parte, o solo nelle scene climax dei film – dove la band viene fischiata e a cui tirano di tutto, e poi subito osannata, quando ancora non è finito il primo verso della canzone.

Ci sono parecchi momenti in cui ci si chiede se stiano dicendo sul serio o meno, ma la performance di Macdonald salva questa pellicola, targata Sundance Festival, dall’essere irrimediabilmente stupida. Perché riesce a essere convincente da subito: conquista la disperazione sul suo viso di fronte agli ostacoli. L’interazione con il cast di supporto è perfetta, e ci permette di passare sopra a una storia francamente inverosimile e farci affezionare ai temi veri del film, il non smettere mai di inseguire i propri sogni, l’amicizia e la famiglia che sono più importanti della ricchezza e della celebrità, e che la diversità andrebbe festeggiata. Quando alla fine arriva la catartica ricompensa, sembra veramente una cosa fantastica.

Hamish Macbain

4

Buono

Average User Rating
0
0 votes
Rate
Submit
Your Rating
0