Marco Tullio Giordana regala un instant movie capace di anticipare lo scandalo molestie degli ultimi mesi con una storia molto lineare interpretata da un’intensa e spontanea Cristiana Capotondi. A una prima parte lineare e quasi televisiva si contrappone una seconda processuale troppo breve, ma nonostante ciò è un film necessario e un regalo alle donne, data l’uscita in concomitanza con l’8 marzo.

La festa della donna porta in dono nelle sale cinematografiche Nome di donna, l’ultimo lavoro di Marco Tullio Giordana, uno dei narratori di sentimenti più importanti del cinema italiano di cui restano scolpite opere come “I cento passi” e “La meglio gioventù”. Il regista sceglie di raccontare una storia di finzione, ma che potrebbe essere la storia di molte donne reali che spesso si trovano a subire molestie a causa degli abusi di potere perpetrati sul posto di lavoro. La sua Nina è interpretata da una brava Cristiana Capotondi, in un film che nella prima parte, nonostante una linearità, forse, eccessiva riesce a raccontare la vicenda al meglio. C’è spazio anche per personaggi secondari importanti che denunciano un sistema collaudato, dalle colleghe di Nina fino ad un sindacato inutile ed incapace di aiutare.

Nina però rappresenta quella voglia di cambiamento di cui si respira l’aria negli ultimi mesi dopo il caso Weinstein, anzi la anticipa dato che è una storia che ormai da tre anni è in lavorazione e per questo motivo sembra quasi una premonizione sul tanto che c’è ancora da fare. Se la prima parte sembra quasi un lungo spot contro la violenza sulle donne, quasi televisivo anche se la qualità di fotografia e messa in scena è nettamente cinematografica, è la seconda parte a deludere lo spettatore. Non capiamo come sia avvenuto un cambio di ritmo tanto marcato, con la parte processuale che non viene minimamente approfondita ed in cui avrebbe giovato una messa in scena in stile serialità americana. Sembra quasi che Marco Tullio Giordana abbia “finito la benzina”, costretto a concludere in fretta e furia un prodotto che per più di un’ora era stato molto accurato.

nome di donna, cristiana capotondi, recensione, marco tullio giordanaNome di donna è un film necessario ma, se ci si sofferma bene, ci si rende conto di come sia un miracolo che sia disponibile in sala, per giunta l’8 marzo. Un film di formazione per la società contemporanea, un film di denuncia, ma soprattutto un film con tante donne, partendo dalla sceneggiatrice Cristiana Mainardi, fino ad arrivare alle interpreti secondarie come l’avvocatessa di Michela Cescon. Importante anche lo spazio che viene dato ai media, all’inizio in disparte e poi pronti a condannare fermamente l’abuso nel momento in cui avviene un ammiccamento da parte dell’accusa.  Al giorno d’oggi la cosa più preoccupante è che, per dimostrare di avere ragione, si debba in ogni caso puntare sull’influenza dei media, a volte più importante di una stessa giuria. In questo film ci sono decisamente tante, troppe cose ed è proprio qui il difetto maggiore.

Il resto del cast è poco conosciuto, ma sicuramente di grande qualità come dimostrano le prove di Valerio Binasco, nei panni del molestatore, Maria Torri, Bebo Storti, nei panni di uno di quei preti corrotti che dovrebbero far vergognare il Vaticano, e una spassosa Adriana Asti, ancora attiva a 86 straordinari anni, che regala i momenti più divertenti del film e che dispiace molto abbia avuto un ruolo secondario, anche se determinante, quando spiega come la sua generazione spesso chiamava “complimenti” le molestie. In questa frase c’è tutta la difficoltà di cambiare una mentalità radicata nella società attuale. Sicuramente non è uno dei lavori più riusciti di Marco Tullio Giordana se dobbiamo andare ad analizzare il lungometraggio meramente per i canoni cinematografici, ma è altrettanto nettamente uno dei più necessari. La Rai spesso ci ha regalato sul piccolo schermo storie di grandi donne, stavolta lo fa sul grande schermo e sarebbe un peccato non darle il giusto riconoscimento nonostante i non pochi difetti.

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