Mute rappresenta il caso perfetto che dalle ottime basi si possono ottenere risultati deludenti, inserendo troppi elementi narrativi, per giunta già trattati in altri racconti di genere fantascientifico. Non tutto è da buttare. Commovente l’omaggio del figlio Duncan al padre Bowie, così come i passaggi conclusivi, dove a emergere è il tema del legame familiare che doveva essere il punto centrale di questo film.

È il 2052; Il mondo non è più lo stesso, inondato dalle luci al neon e dalle macchine volanti che ondeggiano il cielo sopra Berlino. Non ci si può fermare davanti al cambiamento, un concetto che lo stesso Leo Beiler avrà modo di conoscere. L’uomo è di religione Hamish, un credo che vede il progresso della scienza (come la medicina) e della tecnologia al pari di un peccato verso Dio, come se l’individuo cercasse in qualche modo di sostituirsi a lui. Leo in tenera età ha subìto un grave incidente sul lago, che richiedeva un intervento urgente in ospedale. La famiglia non ne volle sapere di lasciare i chirurghi operare il figlio, affermando che solo il Signore era in grado di salvarlo. Questa scelta le costò caro, privandolo della voce, ma il carattere pacato, dolce, e dedito al lavoro lo portò a ad avere un’occupazione stabile in un locale di Berlino.

Lì conosce Naadirah, innamorandosi perdutamente di lei, e la loro relazione sembra viaggiare sugli stessi binari, fino a quando qualcosa cambia. La ragazza è turbata, non riesce a raccontare al fidanzato i suoi pensieri cupi e ambigui. In pratica si spegne, prima si scomparire nel nulla in una giornata tenebrosa per Leo, che comincerà a cercarla fino a immergersi nei quartieri periferici della città, dominati dalla corruzione, la prostituzione e la malavita. Bisogna dirlo subito senza facili giri di parole: Mute non è perfetto. Senza contare che è privo di originalità se si pensa al costrutto narrativo del film. È difficile ripensare il genere cyberpunk senza alla fine addentrarsi nell’immaginario di Blade Runner, un’opera che ha segnato notevolmente la storia del cinema di genere. Ridley Scott fece un film notevole, incompreso all’epoca dal punto di vista del senso e del significato che l’autore poneva in quel racconto.

Da qui numerosi cineasti hanno cercato di uscire da quella simbologia, alcuni riuscendoci (si pensi a Matrix), altri un po’ meno (come Altered Carbon, sempre rimanendo in casa Netflix). Il lungometraggio di Duncan Jones sta nel mezzo, possedendo pecche a dir poco sconcertanti se si considera l’impronta che avrebbe potuto avere la storia, e la mancanza di coraggio nell’affrontare determinati temi che sono purtroppo rimasti in profondità lasciando spazio (con non poche difficoltà) agli intrecci dei vari personaggi, soprattutto con l’entrata in scena dei due medici americani “disertori” perché in affari con la criminalità. L’identità, i rischi della tecnologia, l’isolamento dell’uomo rispetto a tutto ciò che gli sta intorno, e una descrizione piuttosto inquietante della società nel suo complesso sono tematiche appartenenti al passato delle grandi produzioni cinematografiche, ma su una cosa Mute cerca di offrire durante il racconto, e lo mostra all’inizio e alla fine della storia.

In una delle sequenze iniziali Leo si avvicina al giradischi posizionato su una delle stanze della sua casa. La musica che si sente nel momento in cui posiziona la puntina non è casuale. Si tratta di Symphony No. 4 “Heroes” del compositore statunitense Philip Glass, la melodia che si basa proprio su Heroes di David Bowie, il padre di Duncan Jones, e non è un caso, visto che l’album venne pubblicato nel 1977, quando il cantante si trovava proprio nella capitale tedesca. La fine (tranquilli, no spoiler) è invece una dedica dell’autore a chi è stato veramente un genitore, a David Jones (Bowie) e Marion Skene, colei che l’ha accudito dopo il divorzio della star con la moglie Mary Angela Barnett. Mute è anche questo (fortunatamente), un racconto che si domanda sul valore di essere genitore, giocando sul limite entro cui spingersi per ottenere il legame giusto con il proprio figlio, che può avvenire solo con la comprensione, gli sguardi e il dialogo. Insomma, con le parole giuste.

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