Woody Allen è stato grandioso in passato, Io e Annie è un’opera d’arte, ora forse c'è meno ispirazione. La Ruota Delle Meraviglie somiglia più a un esercizio di stile, gioca su un terreno sicuro, muovendosi tra temi collaudati in cui il racconto riesce comunque a centrare dei momenti significativi.

La Ruota delle Meraviglie è un’idea originale di Woody Allen, sceneggiatura e regia sono curate dal clarinettista più celebre dei cabaret newyorkesi. Una menzione affrettata e decontestualizzata del titolo potrebbe trarre in inganno, di meraviglioso nelle vite dei protagonisti della pellicola c’è ben poco. La ruota è, invece, riconducibile alla ciclicità di un’esistenza replicata ad infinitum, Nietzsche e l’eterno ritorno dell’uguale. Rientro al luogo natio per Woody Allen intimamente coinvolto nella rappresentazione di Coney Island. “I suoi giorni di gloria appartengono a un’epoca precedente alla mia nascita, ma quando ci andavo era molto emozionante” il regista è rimasto folgorato dalla cornice pittoresca dell’isola del divertimento affacciata sulle rive del fiume Hudson. Il film si potrebbe riassumere in una battuta: le fobiche conseguenze dei sogni infranti. Allen perlustra il terreno limaccioso dell’insuccesso, il processo di sgretolamento dell’integrità di una persona, la condizione snervante di coloro che hanno obbiettivi, ormai, irraggiungibili.

La Ruota delle Meraviglie è una storia di malcontento. Ginny è “sull’orlo di una crisi di nervi”, serve ai tavoli di un barettino da strapazzo, ha un’occupazione a lei insopportabile; in un passato radioso la donna era un’attrice di fama, moglie di un batterista jazz, travolta dalla beatitudine di una carriera spumeggiante e di un matrimonio sereno. La volubilità della mente condanna l’umanità a una spasmodica caccia ai fantasmi di desideri impossibili e, sfortunatamente, anche Ginny diviene vittima dell’incoerenza e dell’insoddisfazione. La donna rimane invischiata in un’irrazionale ragnatela di passione, si innamora di un attore teatrale, tradisce il marito e manda in fumo il sogno di una vita felice. Si ritrova con un bambino in mezzo a una strada. Humpty è un uomo solo, rimasto vedovo e abbandonato dalla figlia, la quale se l’è svignata con un gangster. I due si ritrovano faccia a faccia e si illudono di rimettere in sesto i cocci di un’esistenza ormai disfatta. L’origine del dramma dei protagonisti risiede in una tragedia germinale che si fa più opprimente nel prosieguo della narrazione filmica.

Wonder Wheel, La Ruota Delle Meraviglie, Kate Winslet, James Belushi, Justin Timberlake, Juno TempleMickey, voce fuori campo, è, anch’egli, una persona a metà, non si sente realizzato, l’ambizione di diventare commediografo sfuma nel corso della vicenda, è un’ulteriore vittima del potere devastante dei sogni infranti. Carolina è l’unica a essere esente dallo spleen, dall’umore nero che incombe sugli altri personaggi, malgrado, paradossalmente, proprio a lei sia riservato il destino più atroce. Le questioni private dei protagonisti nella loro drammaticità cozzano pienamente con l’ambientazione festaiola della pellicola. Il parco divertimenti, la folla gioiosa e gioviale, musica e colori, le attrazioni di Coney Island si stagliano in netto contrasto con il cupo alone di frustrazione di Ginny, Humpty e Mickey.Kate Winslet, per la prima volta diretta da Allen, sfoggia un talento fuori discussione. Ginny è una donna difficile, scontenta, volubile, folle, è un mix esplosivo di nervi e sangue, l’interpretazione di Kate è di altissimo livello, Woody Allen l’ha resa un’attrice senza uguali, come aveva già fattocon CateBlanchett in Blue Jasmine. Seppure le premesse siano promettenti il film fatica a spiccare il volo.

Allen si aggrappa agli elementi consueti del suo cinema, non trascende l’area nota, rimane al sicuro nella propria comfort zone. I temi focali della sceneggiatura sono la solita frustrazione, l’isteria femminile, l’alcolismo, l’abuso di psicofarmaci, il triangolo amoroso, la bella ingenua, l’artista tanto affascinante quanto affamato di soldi. Non è una sensazione gradevole avere l’impressione che il regista abbia inserito il pilota automatico. Allen riconferma il dubbio, lecito dato l’esito degli ultimi lavori, di aver smarrito la bussola e, forse, l’ispirazione. Nota positiva la maestria di Vittorio Storaro vincitore di tre premi Oscar per la fotografia di Apocalypse Now, Reds e L’Ultimo Imperatore, La Ruota della Fortuna è un’opera di direzione fotografica di prima qualità. Storaro è alla seconda collaborazione con Allen, la prima Cafè Society, i primi piani dei volti dei personaggi sono di una bellezza rara, il maestro coglie luce e colore, definisce le espressioni dei protagonisti, ombreggia le linee dei visi, ma, soprattutto, attribuisce a uno stato emotivo un colore preciso, Ginny, sanguigna, appassionata è inondata da una luce arancione, Carolina, l’acerba ragazzina, dall’azzurrognolo, Humpty, rozzo e timoroso, da grigi e marroni. L’estetica dell’immagine è esaltante.

Chiara Negri

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