Con The Shape Of Water Guillermo Del Toro racconta una fiaba adulta e intensa, costruita attorno a una storia d’amore non convenzionale, girata con grande stile e ricca di spessore drammatico. Un film spettacolare e allo stesso tempo capace di riflessioni potenti, impreziosito ulteriormente dalle performance di un gruppo di attori molto ispirato.

Guillermo Del Toro, nel suo nuovo The Shape Of Water, premiato a Venezia 74 con la Palma D’Oro, costruisce una storia tormentata tra creature di specie diverse e la ambienta in una America degli anni ‘60, nel 1963 per la precisione, squassata dagli effetti della Guerra Fredda. Inutile dire che viene naturale il parallelismo con quanto stanno vivendo gli Stati Uniti oggi con sotto la presidenza di Donald Trump. In nome delle paure del diverso e del lontano, oggi come allora, si costruiscono muri invalicabili (reali o anche solo mentali) e si giustifica ogni mezzo per vessare e controllare la vita delle persone, in una sorta di caccia alle streghe ciclica che pare non avere mai fine.

Su questo sfondo sociale, Del Toro costruisce e fa scorrere fluida una sceneggiatura a tratti compiaciuta, ma che funziona più che bene. Come in Pan Labirynth, l’aspetto scenico qui fa la parte del leone. Le cromie della pellicola sono quelle dell’oceano, per cui i toni della pellicola sono tutti declinati in una gamma che va dal verde al nero, passando per varie nuance del blu. E i colori degli interni ben si sposano con quelli atmosferici: la città è quasi sempre ripresa di notte come a voler creare un continuum tra l’interno psicologicamente oscuro e opprimente dei laboratori, dove opera la protagonista Elisa (Sally Hawkins), e gli esterni.

la forma dell'acqua, the shape of water, guillermo del toro, sally hawkins, michael shannon, recensioneDopotutto la storia parla di un amore che pare impossibile sulla carta: quello di una donna sola e destinata a non poter in alcun modo superare l’incomunicabilità cui la costringe il suo fisico (è muta) e una creatura marina frutto di un esperimento. Il mostro, che nelle intenzioni di Del Toro e della co-autrice della storia, Vanessa Taylor, non è solo tale perché esteticamente diversa dagli umani, rappresenta anche l’ignoto e dunque il nemico che sta oltre cortina. Un pericolo da imprigionare, torturare e da cui carpire ogni segreto, salvo poi sacrificarlo nel momento in cui non serve più.

L’amore tra i due cresce in modo progressivo e offre soluzioni visive a tratti sorprendenti. Ottimi i comprimari a partire dal cattivo di turno, Michael Shannon, davvero luciferino nella sua ostinata caccia al diverso, ma anche una Octavia Spencer (Zelda) che, assieme a Richard Jenkins, artista in declino, mostra che l’amicizia e l’affetto possono superare qualsiasi barriera, a partire dalla incomunicabilità e sopire gli effetti di un odio ideologico ostinato e ottuso. Vista la spettacolarità delle scenografie e degli effetti, The Shape of Water, quando uscirà nelle sale italiane a dicembre, è un film che vi consiglio di godervi seduti al cinema, nel buio della sala, su di uno schermo adeguato.

Roberto Rossi Gandolfi

4

Buono

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