Pur non essendo particolarmente inventivo o originale, Il Rituale funziona grazie al lavoro sul ritmo, sulle immagini e sulla colonna sonora, anche se la parte finale lascia forse l’impressione di qualcosa di solamente abbozzato.

“Una piccola deviazione può essere emozionante”, dice a un certo punto Hutch (l’attore Robert James-Collier di Downton Abbey). Il ragazzo ancora non sa di vivere in un film degno di The Blair Witch Project, senza però videocamera al seguito. Sperimentare l’ignoto in mezzo al nulla è il tema nobile di certo cinema horror, un tema che torna con regolarità grazie alle sue infinite diramazioni psicologiche e introspettive. Una volta preferito il sentiero in mezzo alla foresta, infatti, per i quattro protagonisti del film Il rituale, produzione inglese distribuita in Italia da Netflix, si profila una danza macabra, per dirla con Stephen King, dalle prevedibili implicazioni di sangue e morte. La storia del film comincia in realtà sei mesi prima, quando il gruppo è funestato dalla morte in un negozio di liquori dell’amico Robert (Paul Reid), massacrato di botte da alcuni balordi sotto gli occhi di Luke (Rafe Spall), nascosto dietro uno scaffale.

Per onorare la memoria dell’amico, Luke, Hutch, Phil e Dom decidono di fare un viaggio in Svezia, in mezzo ai boschi, ignari di trovarsi ben presto risucchiati in un incubo a occhi aperti. Durante il tragitto, uno di loro si infortuna al ginocchio e i compagni decidono di tagliare per i boschi e raggiungere più in fretta lo chalet dove sono attesi. Pessima decisione. Dopo aver trovato rifugio in una casa in mezzo alla foresta, iniziano a materializzarsi strane visioni e oscure presenze. Tratto da un romanzo di Adam Nevill, Il rituale riconduce su grande schermo ancestrali paure e misticismo tribale che solo l’horror riesce a rendere indigesti grazie a condimento splatter e a una sapiente orchestrazione di inquietudini nascoste dietro ogni singolo tronco d’albero della foresta scandinava (il film è stato girato in realtà in Romania).

il rituale, recensione, david brucknerIl tema non è nuovo, la messinscena neppure, tuttavia la pellicola di David Bruckner, ormai in zona promozione nel genere dopo le prove con V/H/S(2012) e Southbound – Autostrada per l’inferno (2015), si ritaglia margini con cui confrontarsi. Uno dei protagonisti, Luke, nel corso di questo viaggio si porta dietro il suo senso di colpa che finisce puntualmente per materializzarsi assieme alla maligna divinità che abita quei boschi. Per Bruckner tutto ciò si tramuta in un’ovvia succursale di terrificante spettacolo per poter attivare tensioni e spaccature all’interno del gruppo. Solo così egli riesce a procedere con maggiore consapevolezza nel graduale (e sempre più crudele) discernimento di cosa in realtà si annida nella foresta. La contabilità mortifera la lasciamo all’intuito del pubblico. Bruckner sa bene che quattro tizi in mezzo al nulla sono un topos mangiucchiato sino all’osso dal cinema. Un topos ormai generico.

Non c’è nulla di davvero inventivo e originale nel suo Il rituale. Come altri esemplari del passato, il film è la cronaca di un viaggio finito male e al tempo stesso una faticosa risalita verso la salvezza a cui può prendere parte uno solo deipersonaggi in scena. Se la parte finale risulta forse vagamente abbozzata, offuscata dal poco tempo rimasto, il giovane regista costruisce solide fondamenta di paura al suo lavoro puntando tutto sul ritmo, a passo lento ma poi frenetico, e su una definizione delle immagini saccheggiando ogni granello paesaggistico offerto dalle magnifiche location o convertendo il silenzio della foresta in lugubri singulti grazie alla partitura gelida di Ben Lovett. Nel suo piccolo, Il rituale ha l’indubbio merito di affidarsi a spirito lavorativo artigianale (la creatura all’opera nel bosco è opera di Keith Thompson, collaboratore di Guillermo del Toro) ed effetti speciali affatto invadenti, allo scopo di indirizzare l’attenzione dello spettatore nell’oscurità. E lì soltanto. Una membrana invisibile che separa due mondi dove cercare una qualche forma di redenzione.

Mario A. Rumor

 

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