Stanley Tucci utilizza due settimane della vita di Alberto Giacometti per raccontare il modo in cui l’artista affrontava in modo morboso la ricerca della perfezione nella sua arte. Un viaggio reso al meglio da un fantastico Geoffrey Rush e da una regia che ci invita all’interno dello studio dove l’artista dava forma a quel che vedeva nella speranza di poterlo mostrare agli spettatori.

Stanley Tucci è un artista, dato il suo lavoro di attore e regista, ma è soprattutto un amante dell’arte, passione che gli è stata passata dal padre sin dalla tenera età. Proprio per questo motivo ha scelto di raccontare la personalità di uno degli artisti più controversi e tormentati del secolo scorso, ma sicuramente anche tra i più affascinanti. L’attore e regista per la prima volta nella sua carriera sceglie di dirigere un’opera rinunciando ad esserne anche interprete. Già da questo dettaglio si comprende come sia stato rispettoso e certosino il lavoro portato avanti, a partire dal casting di Geoffrey Rush che è un fantastico protagonista capace di trascinare lo spettatore nello studio di Alberto Giacometti rendendolo partecipe di tutti i suoi turbamenti.

L’amicizia con James Lord interpretato da Armie Hammer è l’espediente narrativo per mostrare l’Alberto Giacometti più intimo, il bambino costantemente alla ricerca della perfezione nelle sue opere come solo gli artisti sanno essere, perché molto spesso è proprio la ricerca il loro piacere più grande e c’è ben poco interesse nella valutazione lasciata ai critici. Una famiglia con una moglie fedele che ha accettato i tradimenti e questo atteggiamento perché le bastano quei pochi momenti di attenzione da parte del marito, perché sa che comunque tornerà da lei. Un rapporto aperto, quasi malato così come molto spesso è malato quello degli artisti verso la propria arte.

final portrait, - l'arte di essere amici, goffrey rush, armie hammer, recensione, stanley tucciTony Shalhoub è Diego, fratello e  controparte ideale nella coscienza artistica di Giacometti ed unico in grado di porre un freno al flusso di coscienza che dipinge sulla tela disfacendola ogni giorno con una pennellata bianca. Questa non è la prima collaborazione tra Stanley Tucci e l’attore, una fiducia ripagata da una prova maiuscola. Gli amanti della cultura pop rivedranno in questo film anche Clemence Posey nei panni di Caroline, la prostituta amante e modella di Giacometti ed in passato Fleur Delacour nella saga di Harry Potter.

Lo studio dell’atelier di Giacometti è un microcosmo e anche la tecnica usata da Stanley Tucci, che ha girato il film prevalentemente con una camera a spalla, è funzionale perché attraverso il movimento ci spinge dentro la conversazione a tratti surreale tra l’artista e il suo modello. “Vorrei permetterti di vederti come ti vedo io”, probabilmente in questa frase è racchiusa l’ansiosa ricerca della perfezione che ogni artista deve combattere nel corso della sua vita. Stanley Tucci ci ha mostrato come vede Alberto Giacometti ed è per gli spettatori un viaggio piacevole tra psiche e arte.

4

Buono

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