Pur essendo una serie molto suggestiva e intrigante, probabilmente a Damnation serve più cuore e meno cervello, e un maggiore approfondimento di aspetti che hanno potenziale ma che non vengono sfruttati a dovere.

C’è un grosso punto interrogativo che grava sulla serie Damnation, creata da Tony Host (Longmire). Il “c’era una volta l’America” che attraversa la trama della serie Netflix, fa un po’ a cazzotti con quel titolo tanto somigliante a un beffardo calembour di parole (Damn, Nation). Fin dal principio, d’altronde, non è sempre chiaro dove lo showrunner voglia poggiare i piedi. Tanti i personaggi coinvolti, diverse le linee narrative che prima o poi finiranno per incrociarsi. Sullo sfondo si agita un’America scossa dalla Grande Depressione tra eventi realmente accaduti e uno spirito revisionista che da tempo contagia cinema e televisione. I punti interrogativi peraltro sono merce che prolifera con rapidità: di chi puoi fidarti? Quali sono le ragioni che spingono ad agire alcuni personaggi? E soprattutto: come andrà a finire questa storia di ribellione, soprusi e poteri forti in una nazione apparentemente alla deriva?

Siamo nel 1931 in una piccola cittadina dell’Iowa. I coltivatori sono in sciopero contro le banche che contrattano prezzi al ribasso sui prodotti per ridurre i contadini sul lastrico ed espropriare le loro terre. Contro gli scioperanti viene spedito un tizio senza troppi scrupoli nel tirare il grilletto, mentre un prete dal passato non chiaro dall’altare usa la parola di Dio contro crumiri e banchieri senza cuore. A Holden, Iowa, si può anche morire da un istante all’altro,e senza conoscere realmente la ragione. Tra donne emancipate, giornalisti che sperano di diventare come Ernest Hemingway e prostitute dal cuore d’oro con sogni in grande, Damnation fa scorta di characters più moderni del dovuto e dipinge un ritratto dell’America in cui combattere per un valore o salvare la propria famiglia dalla fame ha quantomeno una connotazione eroica controversa.

damnation, recensione, tony host, logan marshall-greenAnche perché ultimamente il piccolo schermo è diventato la patria degli antieroi e la serie Netflix non fa eccezione (tra l’altro, sul tema dell’antieroe in Damnation ne ha scritto Daniel Fienbergin una illuminante recensione pubblicata online su The Hollywood Reporter). Nella serie ideata da Tony Host ce ne sono ben due di antieroi: il giovane predicatore Seth Davenport (Killian Scott) e la sua nemesi Creeley Turner (Logan Marshall-Green), il passato dei quali è ormai giunto a una drammatica convergenza. Anestetizzata la supremazia di cosa sia giusto e sbagliato, in Damnation si ha la sensazione di un accumulo di temi e storie da raccontare, con l’aggravante di svilire la permeabilità storica della vicenda e soprattutto la volontà di approfondire i personaggi femminili, altrettanto centrali e bisognosi di attenzioni.

Tony Host, che il western crepuscolare ce l’ha un po’ nel suo DNA di scrittore, con questa serie certamente molto suggestiva e intrigante, abbellita da una fotografia luminosa, guarda a serie del passato come Deadwood. Anche in Damnation l’anarchia che si respirava nel telefilm di David Milch è dominante e tutti fanno ciò che gli pare (qui lo sceriffo pensa alla rielezione, mica agli affari della città). Anche in Damnation il tema della frontiera è ancora vivo e vegeto. Tuttavia non basta girarci attorno come un orpello da rimirare. Probabilmente a Damnation serve più cuore e meno cervello. Meno arie letterarie pur mantenendo viva la tentazione di un “grande romanzo americano” in salsa televisiva, ben sapendo che la serie termina alla stagione uno. Senza più possibilità di replica. Infine gli agganci con lo strapotere delle banche dovrebbero essere la ciliegina sulla torta per parlare direttamente e ammonire il pubblico di oggi, e non soltanto un retorico baluardo da affrontare e sconfiggere.

Mario A. Rumor

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